Il caldo estremo mette alla prova la fertilità maschile

Temperature elevate e prolungate possono ridurre concentrazione e motilità degli spermatozoi: Fondazione Foresta porta nuovi dati sul rapporto tra stress termico e salute riproduttiva

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Il caldo estremo mette alla prova la fertilità maschile
Photo by Nik Shuliahin

L’estate dei record potrebbe lasciare tracce anche dove è più difficile vederle. Non soltanto nei ghiacciai, nei raccolti o nelle città arroventate, ma anche nella fertilità maschile. Perché i testicoli, per funzionare correttamente, hanno bisogno di stare al fresco. Letteralmente. L’estate 2026 è stata, secondo le elaborazioni diffuse dal CNR, la più calda registrata in Italia dal 1950: la temperatura media nazionale ha raggiunto i 24,3 gradi, mentre agosto, con 25,6 gradi, si è collocato 3,5 gradi sopra la media del periodo 1991-2020. Luglio e agosto sono stati, uno dopo l’altro, i più caldi della serie storica, con diverse città italiane sottoposte a ondate di calore prolungate. Numeri meteorologici che hanno anche una traduzione biologica. Ed è su questa che si concentra la Fondazione Foresta di Padova, che porta il tema al 16° Congresso nazionale della Società Italiana di Andrologia e Medicina della Sessualità, in programma a Modena dal 14 al 16 settembre. Il punto di partenza è noto all’anatomia da sempre: non è casuale che i testicoli siano collocati all’esterno del corpo. Per produrre correttamente gli spermatozoi devono mantenersi a una temperatura inferiore di alcuni gradi rispetto a quella interna. Quando il calore ambientale è intenso e soprattutto prolungato, i sistemi naturali di termoregolazione possono però non essere sufficienti.

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Una singola giornata torrida non rende un uomo infertile”, chiarisce Carlo Foresta, presidente di Fondazione Foresta ETS. Il problema, spiega, nasce quando “l’esposizione è intensa, si ripete o dura a lungo”, soprattutto se si accompagna a condizioni che rendono più difficile disperdere il calore, come varicocele, obesità o attività lavorative svolte vicino a fonti termiche. C’è, peraltro, una ragione biologica piuttosto sofisticata dietro questo meccanismo. “Il testicolo è capace di termoregolazione – prosegue Foresta – ma oltre una certa soglia la spermatogenesi viene abortita per evitare danni al DNA indotti dallo stress termico e quindi il rischio di trasmissione di mutazioni all’eventuale prole”. In altre parole, ciò che a prima vista appare soltanto come un danno potrebbe essere anche un meccanismo di protezione: di fronte a condizioni ambientali sfavorevoli, l’organismo riduce la produzione delle cellule germinali piuttosto che portare avanti spermatozoi il cui patrimonio genetico potrebbe essere compromesso. Gli effetti del calore sulla fertilità maschile non sono, del resto, soltanto teorici. Uno degli esperimenti più eloquenti risale al 2013, quando il gruppo padovano seguì dieci volontari sani, tutti con parametri seminali normali, sottoponendoli per tre mesi a due saune settimanali di quindici minuti, a temperature comprese fra 80 e 90 gradi. Una condizione volutamente estrema, naturalmente lontana da una normale giornata estiva, ma utile a rendere visibile il fenomeno. La temperatura scrotale media passò da 34,5 a 37,5 gradi e, alla fine del periodo di esposizione, la concentrazione media degli spermatozoi scese da 89 a 31 milioni per millilitro, mentre il numero totale passò da 223 a 93 milioni. La motilità progressiva diminuì dal 58 al 36 per cento.

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Non cambiavano soltanto i numeri. Le analisi evidenziavano anche alterazioni nei meccanismi attraverso i quali viene compattato e protetto il patrimonio genetico paterno. Un altro lavoro del gruppo di Foresta ha puntato invece l’attenzione sul gene E2F1, coinvolto nei processi di divisione e differenziamento cellulare. Su 540 uomini esaminati, variazioni nel numero di copie del gene sono state riscontrate in 12 dei 343 soggetti con infertilità e in nessuno dei 197 controlli. Negli esperimenti cellulari il calore aumentava inoltre l’espressione di E2F1, con effetti più marcati nelle cellule che possedevano più copie del gene. È un indizio interessante perché suggerisce che non tutti rispondano al caldo nello stesso modo: ambiente e predisposizione individuale possono interagire, rendendo alcuni uomini più sensibili allo stress termico di altri. Alle sperimentazioni controllate si sono aggiunti negli ultimi anni studi condotti su migliaia di persone. Una ricerca del 2026 su 5.114 uomini ha associato temperature percepite più elevate nei novanta giorni precedenti il prelievo a una minore motilità progressiva e totale degli spermatozoi. Un altro studio, condotto su 4.912 campioni di banca del seme, aveva già messo in relazione la variabilità della temperatura nello stesso arco temporale con una riduzione del numero di spermatozoi. Proprio quei novanta giorni sono importanti: la produzione di uno spermatozoo richiede settimane. Gli effetti di un’estate particolarmente calda, dunque, non necessariamente coincidono con i giorni in cui il termometro raggiunge i suoi massimi, ma possono emergere anche successivamente.

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Il tema si inserisce inevitabilmente nel più ampio dibattito sulla denatalità italiana. Sarebbe però semplicistico attribuire al caldo una parte precisa del calo delle nascite: le ragioni della crisi demografica sono soprattutto sociali, economiche e culturali, alle quali si aggiungono età riproduttiva, stili di vita e fattori ambientali. I dati sulla fertilità maschile indicano piuttosto un ulteriore elemento da osservare, in un Paese nel quale temperature estreme e ondate di calore stanno diventando sempre meno eccezionali. “Dopo un’estate come questa, il rapporto fra ambiente e salute riproduttiva diventa molto concreto”, osserva Linda Vignozzi, presidente SIAMS. “Occorre informare senza allarmare, perché il rischio esiste ma deve essere letto insieme alla storia e alle condizioni di ciascuna persona”. E le precauzioni, in fondo, hanno poco di esotico. Idratarsi, cercare ambienti freschi durante le giornate più calde e concedersi pause all’ombra o in locali climatizzati. Per chi cerca una gravidanza, soprattutto nei periodi di caldo intenso, può essere ragionevole evitare di sommare ulteriori esposizioni: saune frequenti, bagni molto caldi, idromassaggi prolungati, computer tenuti a lungo sulle gambe o sedili riscaldati. Anche l’abbigliamento può aiutare: biancheria e pantaloni non troppo aderenti e tessuti traspiranti favoriscono la dispersione del calore. Mentre per cuochi, addetti a forni e fonderie, lavoratori all’aperto e altre categorie professionalmente esposte la questione diventa anche un problema di salute sul lavoro, da affrontare attraverso pause in ambienti freschi, disponibilità di acqua e organizzazione adeguata dei turni. Infine occorre guardare alla persona nel suo insieme. Varicocele, obesità e recenti episodi febbrili possono aumentare lo stress termico, mentre fumo e alcol aggiungono altri fattori di rischio. In presenza di difficoltà nel concepimento o di parametri seminali alterati, la risposta non è naturalmente vivere con una borsa del ghiaccio – che, ricordano gli specialisti, non va mai applicato direttamente sulla cute – ma rivolgersi all’andrologo. Perché il messaggio che arriva da Modena è meno allarmistico di quanto potrebbe suggerire il termometro, ma forse proprio per questo più interessante: anche la fertilità dialoga con l’ambiente. E in un mondo che si scalda, capire fino a che punto diventerà una questione sempre meno marginale.

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