Dalle guerre al climate change: se facciamo pochi figli è anche perché il futuro ci fa paura
Non bastano un lavoro, una casa e servizi per l’infanzia. Sulla scelta (sempre meno frequente) di procreare pesano anche la fragilità delle democrazie e la crisi climatica: la conferma da studio condotto in Italia, Germania, Stati Uniti e Argentina
Prima di decidere se avere un figlio, sempre più persone non si chiedono soltanto se potranno crescerlo, ma in quale mondo. Il lavoro, la casa, i servizi e la divisione della cura restano decisivi. Accanto, però, avanzano altre inquietudini: il clima che cambia, l’economia incerta, le democrazie fragili, le guerre. Così la scelta più privata finisce per misurarsi con il destino collettivo, e il desiderio di una nuova vita si scontra con la difficoltà di immaginare il futuro.
E la decisione più intima sembra così essersi allargata fino a comprendere il pianeta. Paure che un tempo restavano fuori dalla porta di casa sono entrate nella stanza dei bambini, ancor prima che quella stanza esista. La conferma arriva da uno studio comparativo internazionale pubblicato sulla rivista scientifica statunitense Proceedings of the National Academy of Sciences. La ricerca, intitolata Parenthood decisions in uncertain times: Experimental evidence from four countries, è stata condotta da un gruppo dell’Università Bocconi insieme a Maria Letizia Tanturri, docente di Demografia al dipartimento di Scienze Statistiche dell’Università di Padova.
Il punto di partenza è un paradosso sul quale da tempo si interrogano i demografi. Il numero medio di figli per donna continua a diminuire nel mondo sviluppato, scendendo ben al di sotto della soglia necessaria a garantire il ricambio tra le generazioni. Ma il calo riguarda ormai anche Paesi economicamente solidi, dotati di servizi generosi per le famiglie e caratterizzati da rapporti tra uomini e donne relativamente più equilibrati.
Sia chiaro: le spiegazioni tradizionali – stipendi insufficienti, precarietà lavorativa, scarsità degli asili, squilibrio nella distribuzione dei compiti domestici – restano valide. Non sono però più sufficienti. C’è qualcosa che precede il calcolo delle spese e degli orari: la fiducia nella possibilità stessa di immaginare il domani.
«La percezione della stabilità a livello macro – incluse le aspettative sulle condizioni climatiche, le prospettive economiche, il funzionamento democratico e l’assenza di conflitti internazionali – esercita un’influenza significativa sulle intenzioni di fecondità», spiega Maria Letizia Tanturri, coautrice dello studio.
Oltre ottomila persone davanti al futuro
Lo studio ha coinvolto più di ottomila individui tra i 20 e i 44 anni in Italia, Germania, Stati Uniti e Argentina, quattro Paesi scelti per le differenti traiettorie demografiche e per il diverso modo in cui sperimentano crisi economiche, tensioni politiche ed emergenze ambientali. Ai partecipanti sono state presentate coppie immaginarie inserite in scenari differenti. A cambiare erano il reddito, la stabilità abitativa, la presenza di servizi per l’infanzia, la divisione dei compiti domestici, ma anche le condizioni generali del Paese: l’andamento dell’economia, il cambiamento climatico, la solidità delle istituzioni democratiche e il rischio di conflitti internazionali. Gli intervistati dovevano indicare in quale situazione fosse più probabile che la coppia decidesse di avere un figlio. Non veniva chiesto, dunque, di dichiarare semplicemente una paura, ma di compiere una scelta di fronte a combinazioni concrete di possibilità e rischi. Il risultato è netto. Reddito e casa continuano a rappresentare le fondamenta della decisione. La disponibilità di servizi per l’infanzia e una distribuzione più equa del lavoro domestico favoriscono l’intenzione di diventare genitori, anche se con un’incidenza più contenuta. Accanto a questi fattori, tuttavia, emerge con forza la stabilità del contesto generale. Le persone appaiono più propense a immaginare un figlio quando intravedono un futuro economicamente affidabile, un ambiente meno minacciato, istituzioni democratiche solide e un orizzonte internazionale non dominato dalla guerra. Non si fanno figli soltanto dentro una famiglia: li si mette al mondo dentro una società.
Ogni Paese ha la propria inquietudine
Le preoccupazioni non agiscono ovunque allo stesso modo. In Argentina, segnata da una lunga instabilità finanziaria, pesano soprattutto le prospettive macroeconomiche e il cambiamento climatico. Negli Stati Uniti, invece, le intenzioni riproduttive sembrano relativamente meno influenzate dal rischio di conflitti geopolitici. In Germania la paura della guerra e quella di un indebolimento delle istituzioni democratiche incidono maggiormente. L’Italia non presenta invece una preoccupazione nettamente dominante: clima, economia, democrazia e conflitti concorrono quasi insieme a comporre un senso più generale di precarietà. È forse proprio questa la parola decisiva. Non la precarietà del singolo contratto, ma quella del tempo storico. Una generazione può avere un reddito discreto e tuttavia percepire come instabile il terreno sul quale dovrebbe costruire una famiglia. Può disporre di un asilo e continuare a chiedersi quale mondo attenda il bambino all’uscita da quell’asilo. Lo studio non sostiene che il cambiamento climatico o la guerra determinino automaticamente la rinuncia alla genitorialità. Mostra però che le aspettative collettive entrano nel processo decisionale quasi quanto alcune condizioni private. La fecondità non dipende soltanto da ciò che una coppia possiede oggi, ma da ciò che pensa possa accadere domani.

Le politiche familiari non bastano
Questo cambia anche il modo di affrontare il cosiddetto inverno demografico. Bonus, congedi, asili nido e sostegni economici rimangono indispensabili. Una politica seria non può chiedere alle persone di avere figli senza rendere materialmente sostenibile la loro crescita. Ma potrebbe non bastare rendere più conveniente la genitorialità, se il futuro continua a essere percepito come un luogo pericoloso. La fiducia non si ricostruisce soltanto con un contributo economico. Ha bisogno di istituzioni credibili, di protezione sociale, di politiche climatiche riconoscibili, di prospettive professionali e della sensazione che le crisi non vengano semplicemente trasferite sulle generazioni successive. C’è, in fondo, una domanda silenziosa dietro ogni culla rimasta vuota: non soltanto “possiamo permetterci un figlio?”, ma “possiamo permetterci di consegnarlo a questo mondo?”. La denatalità viene spesso raccontata come una somma di egoismi privati, di comodità individuali o di presunte generazioni incapaci di assumersi responsabilità. La ricerca suggerisce una lettura diversa. Rinviare o abbandonare il progetto di un figlio può essere anche una risposta, razionale o emotiva, a una società che non riesce più a promettere continuità. Per far tornare a nascere bambini, allora, non basta occuparsi delle famiglie dopo la nascita. Bisogna ricostruire le condizioni che consentano di desiderarla. Perché ogni figlio è, prima di tutto, un atto di fiducia nel tempo che verrà.


