Dormire per ricordare: il cervello sceglie di notte ciò che resterà di noi
Non conserviamo tutto: scegliamo, selezionamp e affidiamo al sonno il compito di consolidare ciò che conta. Un nuovo studio dell’Università di York individua nelle onde theta una possibile “firma” dei ricordi destinati a restare. Scoprendo che...
Proust aveva bisogno di una madeleine. Il cervello, a quanto pare, si accontenta di dormire. E mentre noi crediamo di aver chiuso bottega, lui resta al lavoro: mette ordine, archivia, scarta, appiccica etichette invisibili alle esperienze della giornata. Decide, soprattutto, quali meritano un posto nella memoria e quali possono essere lasciate andare. Una specie di bibliotecario notturno, molto più selettivo di quanto vorremmo. A illuminare uno dei meccanismi di questa curiosa attività clandestina è uno studio dell’Università di York, appena pubblicato su PLOS Biology da Dan Denis e dal suo team di ricerca.
La scoperta aggiunge un tassello alla risposta a una domanda antichissima: perché ricordiamo perfettamente una frase ascoltata vent’anni fa e dimentichiamo dove abbiamo appoggiato le chiavi cinque minuti prima? I ricercatori hanno seguito con l’elettroencefalogramma 31 giovani adulti mentre imparavano associazioni tra parole e immagini. Poi li hanno sottoposti nuovamente ai test dopo due ore: in un caso avevano dormito, nell’altro erano rimasti svegli. È emersa una sorta di firma del ricordo futuro. Le informazioni accompagnate, durante l’apprendimento, da una maggiore attività delle cosiddette onde theta – oscillazioni cerebrali comprese tra 3 e 8 hertz – avevano maggiori probabilità di essere conservate dopo il sonno.
In altre parole, il cervello sembra cominciare a scegliere prima ancora che ci addormentiamo. Le onde theta funzionerebbero come un contrassegno: questo sì, tienilo; questo forse servirà ancora. Durante il sonno quelle informazioni ricevono poi un trattamento privilegiato. L’intensità dell’attività theta registrata da svegli è risultata infatti collegata all’accoppiamento tra le oscillazioni lente e i cosiddetti sleep spindles, brevi raffiche di attività cerebrale già associate al consolidamento dei ricordi. Più efficace questa danza notturna, migliore la memoria al risveglio.
È un meccanismo provvidenziale. Se conservassimo tutto – ogni volto incrociato in metropolitana, ogni targa, ogni pubblicità, ogni frase ascoltata per caso – finiremmo rapidamente in sovraccarico. «Se ricordassimo tutto ciò che sperimentiamo, il nostro cervello raggiungerebbe presto il limite», osserva Denis. La memoria, insomma, funziona anche perché sa dimenticare.
Resta però la parte più affascinante del mistero: chi decide cosa è importante? Lo studio non lo stabilisce. I ricercatori ipotizzano che possano avere una corsia preferenziale le esperienze emotivamente intense, quelle personalmente significative o utili per il futuro, ma questo aspetto dovrà essere indagato ancora. Ed è forse qui che neuroscienze e letteratura finiscono per incontrarsi.
Marcel Proust scriveva che "i veri paradisi sono i paradisi che abbiamo perduto". Jorge Luis Borges andava persino oltre: "Noi siamo la nostra memoria, noi siamo questo museo chimerico di forme incostanti2. Oggi la neuroscienza suggerisce che quel museo non espone tutto ciò che abbiamo vissuto. Ogni notte qualcuno, dentro di noi, spegne le luci delle sale meno importanti e lascia accese soltanto alcune teche. Forse è proprio questo il paradosso della memoria: per diventare ciò che siamo, dobbiamo continuamente dimenticare una parte di ciò che siamo stati.

