Serena Giacomin: "Il clima non cambia solo il Pianeta, sta trasformando anche noi"
La climatologa racconta a GrandTour perché comprendere la crisi ambientale in atto impone ripensare energia, abitudini e comunicazione: “Per garantire un futuro alla nuove generazioni” nuove generazioni”
«Fin dall’età di 8 anni ho iniziato ad andare in barca a vela, grazie alla passione trasmessa da mio papà. Per questo motivo ho sviluppato molta curiosità nei confronti dei fenomeni naturali legati all’aria e all’acqua: capire e interpretare il comportamento del vento e del mare sono aspetti importanti per chi va per mare, innanzitutto per la sicurezza, ma anche per poter vincere le regate», racconta Serena Giacomin, climatologa e presidente dell’Italian Climate Network. È proprio in quel contesto, tra vento e onde, che prende forma una vocazione. L’osservazione del cielo diventa progressivamente studio, metodo, disciplina: «Così ho iniziato a osservare attentamente il cielo e l’ho studiato nel modo più approfondito, anno dopo anno, fino al termine del mio corso di laurea in fisica. E poi? Ho continuato a studiare, perché non si finisce mai di imparare soprattutto quando si ha a che fare con l’anima caotica e turbolenta della nostra atmosfera». Dopo la laurea in Fisica, il percorso professionale sembrava già tracciato: l’ingresso in Eni rappresentava una prospettiva solida. Eppure, qualcosa non tornava. Le domande lasciate in sospeso erano troppe, alimentando il desiderio di continuare a studiare - e a difendere - le meraviglie della natura.
Un passaggio che la porta anche sul piccolo schermo, come autrice e conduttrice su ClassCNBC, dove riesce a trasformare fenomeni complessi in racconti accessibili. «La chiave della comunicazione è sempre quella, anche se nel corso degli anni ho cercato di affinarla: mettersi nei panni di chi ascolta, sempre, tutti i giorni, senza dare mai nulla per scontato».
Oggi oltre 34 mila persone seguono i suoi contenuti su Instagram, dove racconta gli effetti del cambiamento climatico, invita a modificare le abitudini quotidiane e smonta le tesi negazioniste con un approccio rigoroso ma accessibile. L’abbiamo raggiunta per fare un punto su come sta cambiando il nostro Pianeta e su come affrontare queste trasformazioni.
«Il sistema Terra è in dialogo, atmosfera e idrosfera parlano tra loro. Se cambia l’uno si trasforma anche l’altro. L’andamento delle concentrazioni di gas modifica gli equilibri dei bilanci atmosferici». Per spiegare la portata del fenomeno, Serena porta dati concreti: gli anni più caldi mai registrati sono il 2023, il 2024 e il 2025. «Il sistema climatico vuole dirci qualcosa di importante. Più caldo significa trasformare tutto: il modo in cui ci alimentiamo, costruiamo le nostre abitazioni, ci vestiamo».
Le evidenze non mancano. Eventi estremi sempre più frequenti e intensi stanno mettendo in crisi territori già fragili: dall’alluvione in Emilia-Romagna alla tempesta Harry nel Sud Italia, fino alle frane di Niscemi. Non si tratta più di episodi isolati, ma di segnali di un sistema che sta cambiando struttura. La tecnologia ha permesso negli anni una visione più chiara dei fenomeni e l’ambito metereologico è da sempre all’avanguardia, con l’uso, già da anni di modelli basati su machine learning per individuare correlazioni e relazioni tra variabili complesse, migliorando così la capacità di previsione. «Oggi però stiamo assistendo a un’evoluzione molto più rapida, legata soprattutto all’intelligenza artificiale generativa, che apre nuove prospettive ma anche nuove sfide. Da un lato può rafforzare strumenti fondamentali come l’early warning e la gestione del rischio, rendendo più tempestiva l’allerta ai cittadini; dall’altro pone un tema non trascurabile legato al consumo energetico e alle emissioni associate ai sistemi computazionali che la sostengono. Come sempre, la questione non è la tecnologia in sé, ma come scegliamo di utilizzarla», sottolinea.
Eppure, nonostante i segnali siano sempre più evidenti, la reazione collettiva resta spesso lenta. «Il nostro cervello è antico e facciamo fatica ad agire e accettare il cambiamento». Negli ultimi anni la sensibilizzazione è cresciuta, anche grazie a movimenti come i Friday for Future, ma non è ancora sufficiente. Il clima è una chiave di lettura trasversale: «Mai come ora le questioni ambientali, sociali ed economiche coincidono». Le tensioni geopolitiche recenti, ad esempio, hanno accelerato il bisogno di sicurezza energetica, riportando al centro il ruolo delle rinnovabili. Accanto alla difficoltà di accettare il cambiamento, c’è poi il tema del negazionismo. «C’è un negazionismo che opera per decelerare la transizione energetica, per gli enormi interessi legati ai combustibili fossili, per motivazioni economiche e politiche».
Ma esiste anche una forma più sottile e diffusa: quella psicologica. «Di fronte a un grande problema, tendiamo a negarlo. In fondo, sentire parlare di catastrofi non è rassicurante, e si finisce per scegliere chi racconta una realtà più confortante». Questo apre un nodo cruciale: la comunicazione. «È un problema anche di natura comunicativa, sul quale i divulgatori devono interrogarsi». Un esempio concreto arriva proprio dall’educazione dei più piccoli: «Basta prendere un libro per bambini sul tema. Tutti mostrano un futuro disastroso, fatto di catastrofi e perdita di biodiversità, e alla fine dedicano solo poche righe a ciò che si può fare. Stiamo consegnando alle nuove generazioni un mondo fatto di impossibilità». E allora, come si agisce davvero?

«L’azione deve essere multilivello per affrontare la complessità del cambiamento climatico». Si parte dalle scelte individuali – ridurre l’usa e getta, ripensare la dieta, modificare i comportamenti di acquisto – ma non basta. Serve una regia più ampia. «Le istituzioni devono programmare, attuare i decreti europei, lavorare con continuità». E poi c’è uno strumento spesso sottovalutato: il voto. «Se non è il cittadino a chiedere che venga fatto qualcosa, difficilmente sarà il politico a farlo».



