Clima, 9 italiani su 10 hanno vissuto eventi estremi negli ultimi cinque anni
L’indagine promossa da WWF Italia e Movimento Laudato Si’ su 2.423 cittadini fotografa un Paese sempre più esposto a caldo, piogge intense e siccità. E un intervistato su tre dichiara di aver subito anche danni economici o materiali
Non è più soltanto una questione di temperature medie, grafici o scenari proiettati alla fine del secolo. Il cambiamento climatico, almeno nella percezione di chi ha partecipato all’indagine promossa da WWF Italia e Movimento Laudato Si’, ha ormai la forma molto concreta di una giornata organizzata per evitare le ore più calde, di una casa difficile da raffrescare, di un blackout, di una pioggia improvvisa capace di mettere in crisi strade e quartieri. Nove persone su dieci tra quelle intervistate dichiarano di avere vissuto almeno un evento climatico estremo nella propria zona negli ultimi cinque anni. È uno dei dati più significativi emersi da La crisi climatica è già qui: cosa sta cambiando per te?, indagine partecipata promossa da WWF Italia e Movimento Laudato Si’ insieme ad altre realtà civiche, con Green&Blue di Repubblica come media partner.
Il questionario, aperto dal 5 giugno al 15 settembre e sviluppato con il supporto scientifico della divisione REMHI del CMCC – Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici, ha raccolto le risposte di 2.423 maggiorenni residenti in tutte le regioni italiane. Un campione di partecipanti che restituisce soprattutto la misura di quanto la questione climatica sia entrata nell’esperienza individuale. A dominare sono le ondate di calore, indicate come frequenti dal 97% dei rispondenti. Seguono le precipitazioni intense, con l’83%, e la siccità, con il 74%. Ma il dato forse più interessante riguarda ciò che accade dopo: quando l’evento meteorologico smette di essere una notizia e comincia a modificare la vita ordinaria. Il 96% racconta di avere sofferto il caldo durante gli spostamenti quotidiani, il 91% di aver incontrato maggiori difficoltà nel lavoro o nello studio. Il 63% riferisce affaticamento o problemi respiratori, mentre più della metà dichiara di avere sperimentato interruzioni nella fornitura elettrica o blackout. È qui che la crisi climatica cambia scala. Dal pianeta alla stanza in cui si lavora, dal dibattito internazionale al tragitto verso l’ufficio. E modifica anche gli orari: il 92% degli intervistati afferma di aver riorganizzato almeno in parte la propria giornata per evitare le ore più calde, mentre l’88% ha adottato accorgimenti per proteggere la propria abitazione.
Quando però l’adattamento richiede investimenti maggiori, le percentuali scendono. Circa la metà dichiara di avere installato o migliorato sistemi di condizionamento e ventilazione; il 28% ha realizzato schermature solari e appena il 14% è intervenuto con nuove piantumazioni. Solo l’11% ha partecipato a reti di assistenza o iniziative di mutuo aiuto nel proprio quartiere. Il cambiamento climatico, inoltre, comincia ad avere un prezzo sempre più visibile nei bilanci domestici. L’85% segnala un aumento delle spese per il raffrescamento e un intervistato su tre dichiara di aver subito danni materiali o economici legati agli eventi estremi. Tra chi li ha quantificati, la fascia più ricorrente è compresa tra mille e cinquemila euro. A rendere più fragile il quadro è anche la limitata protezione assicurativa. Più di un terzo dei partecipanti all’indagine afferma di non disporre di alcuna copertura contro i danni provocati dagli eventi estremi. E tra chi ha presentato richiesta di rimborso, meno della metà dichiara di avere ottenuto l’intera somma: il 48% riferisce invece un risarcimento soltanto parziale. Per due persone su tre i tempi di attesa sono stati compresi fra uno e sei mesi. Ne deriva un paradosso sempre più evidente: cresce la consapevolezza del rischio, ma non necessariamente la capacità economica di affrontarlo. Il 95% dei rispondenti ritiene che gli eventi estremi siano aumentati nella propria zona e il 93% considera necessario rafforzare prevenzione e adattamento. Eppure una persona su due non è pienamente sicura di avere le risorse necessarie per investire nella propria protezione.

Più critica appare la percezione dell’azione pubblica. Le iniziative maggiormente riconosciute dai cittadini sono quelle immediatamente visibili: disinfestazioni contro zanzare e altri parassiti, allerte attraverso sms, telefono o mezzi di informazione. Molto meno percepiti risultano invece i piani locali di emergenza, gli interventi di rinaturalizzazione destinati a ridurre il rischio di alluvioni e le misure per rendere la gestione delle emergenze accessibile anche alle persone con disabilità. Un giudizio che richiede cautela: i cittadini tendono inevitabilmente a conoscere meglio le azioni realizzate nella propria casa che quelle avviate dalle amministrazioni. Ma il quadro intercetta comunque un tema nazionale, quello del passaggio dall’emergenza alla prevenzione e dell’attuazione delle politiche previste dal Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici. Dentro questa partita torna centrale anche il ruolo della natura urbana. Alberi, suoli permeabili, parchi, aree umide e infrastrutture verdi non rappresentano soltanto elementi estetici della città: possono contribuire ad attenuare il calore, assorbire parte delle precipitazioni e aumentare la capacità dei centri urbani di reagire agli estremi climatici. È anche su questo principio che il 3 e 4 ottobre torna Urban Nature, iniziativa nazionale del WWF arrivata alla decima edizione, con appuntamenti previsti in oltre cento piazze italiane dedicati alla biodiversità e alla rigenerazione degli spazi verdi.

Il quadro italiano si inserisce peraltro in una percezione più ampia. Un sondaggio YouGov condotto alla fine di agosto 2026 in Regno Unito, Italia, Francia, Germania, Spagna e Danimarca rileva una forte consapevolezza del rapporto fra cambiamento climatico e ondate di calore, particolarmente marcata in Francia, Italia e Spagna. In Italia emerge inoltre una quota significativa di cittadini che dichiara di avere sperimentato direttamente incendi, tempeste o alluvioni.
Mitigare e adattarsi, dunque. Ridurre le emissioni che alimentano il riscaldamento globale e, nello stesso tempo, ripensare città, abitazioni, infrastrutture e comportamenti per convivere con una trasformazione che è già in corso. Perché il dato forse più eloquente dell’indagine non è una percentuale. È il passaggio culturale che quelle percentuali raccontano: per una parte crescente della popolazione il clima non è più qualcosa che accade sopra le nostre teste. È diventato uno dei fattori che decidono come abitiamo, quanto spendiamo, quando usciamo e, sempre più spesso, quanto siamo vulnerabili.




