Carlos Moreno: “La città del futuro? Meno auto, più natura e più relazioni”
Il teorico della “città dei 15 minuti”, premiato alla carriera dal PIDA di Ischia, immagina metropoli dove lavoro, scuola, cultura, verde e servizi tornano a portata di vita. Una rivoluzione urbana che parte dalla “prossimità felice”. Rimettendo al centro il tempo
Per capire la città del futuro, Carlos Moreno invita prima di tutto a guardare l’orologio. Non quello che misura la velocità, ma quello che registra il tempo perduto: nelle automobili, sui treni affollati, lungo tragitti quotidiani che separano la casa dal lavoro, la scuola dai servizi, le persone dai luoghi in cui vorrebbero vivere davvero. La sua “città dei 15 minuti” nasce proprio da qui, da una domanda tanto semplice quanto radicale: quanto della nostra giornata siamo ancora disposti a sacrificare per attraversare la città? Moreno, urbanista franco-colombiano e professore alla Sorbonne Université, ne ha fatto una delle idee urbanistiche più discusse degli ultimi anni. A Ischia, dove il PIDA – Premio Internazionale Ischia di Architettura – gli ha assegnato il Premio alla Carriera, l’ha raccontata attraverso una formula ancora più seducente: “prossimità felice”.

«La città di domani sarà costruita intorno all’idea di prossimità felice: tutto ciò di cui abbiamo bisogno per una buona vita sarà vicino a dove viviamo», ha spiegato. Significa poter raggiungere a piedi o in bicicletta il lavoro, la scuola, i negozi, un parco, uno spazio culturale, i servizi essenziali. Significa soprattutto rovesciare una gerarchia consolidata: meno spazio conquistato dalle automobili, più strade restituite alle persone; meno distanza, più occasioni d’incontro. La tecnologia resta sullo sfondo, preziosa ma non dominante: deve accompagnare le relazioni, non sostituirle.

La vera provocazione di Moreno, del resto, è proprio questa. Mentre per decenni abbiamo associato il futuro urbano a torri, infrastrutture, connessioni sempre più rapide e città “intelligenti”, lui rimette al centro una dimensione quasi antica: il quartiere. Non come rifugio nostalgico, ma come unità contemporanea della qualità della vita. La città migliore, nella sua visione, non è quella che permette di andare più lontano in meno tempo. È quella che rende meno necessario andare lontano. Non a caso il suo pensiero arriva oggi a una nuova tappa con La città che cura. Prossimità e partecipazione: una nuova grammatica territoriale, pubblicato da ADD Editore. La città smette qui di essere soltanto un insieme di edifici e infrastrutture e diventa un organismo capace – o incapace – di prendersi cura di chi la abita.

«Proprio così. - annuisce - La nuova città non sarà semplicemente più veloce o più intelligente: punterà a rendere la vita quotidiana più sana, più semplice e più piacevole, avvicinando persone, natura, servizi e opportunità». Ed è proprio intorno a questa necessità di ripensare la città mentre cambia che il PIDA ha costruito il confronto di Ischia. Giovannangelo De Angelis, presidente dell’Associazione PIDA, ha messo in fila le tre grandi pressioni che oggi agiscono contemporaneamente sugli spazi urbani: climate change, emergenza abitativa e nuove tecnologie. «Le città hanno necessità di cambiare con una velocità che l’architettura non può più permettersi di inseguire in ritardo», ha osservato, chiedendo ai progettisti di saper leggere i fenomeni mentre accadono e tradurli rapidamente in progetto, senza rinunciare alla qualità delle scelte.
Il clima è stato uno dei terreni più concreti di questo ragionamento. Marco Morabito, ricercatore dell’Istituto per la BioEconomia del CNR e responsabile scientifico del progetto MIRIFICUS, ha portato al PIDA i dati di città che diventano sempre più calde, soprattutto nelle periferie. In Italia si consumano 2,7 metri quadrati di suolo ogni secondo e molte superfici urbane riflettono appena il 10-20 per cento della radiazione solare, assorbendo il resto e restituendolo sotto forma di calore. Da qui la necessità, ha spiegato, di non affidarsi soltanto al verde ma di lavorare insieme su alberi, materiali, pavimentazioni e capacità riflettenti delle superfici. «Siamo ampiamente in ritardo di consapevolezza, e poi di azione», è stato il suo monito conclusivo.

Dalla crisi climatica a quella abitativa, il passo è più breve di quanto sembri. Felice Squitieri, commissario straordinario del Governo per il Piano Casa, ha riportato al centro un’altra parola essenziale: casa. Non soltanto come bene immobiliare, ma come condizione perché possano esistere famiglia, lavoro, prospettive e relazioni. Il piano annunciato punta, attraverso un primo bando con Invitalia, al recupero di circa 60 mila alloggi pubblici oggi vuoti, non assegnati o non manutenuti. E agli architetti, ha sottolineato Squitieri, spetta una responsabilità che va oltre il costruire: «costruire socialità».
Una città capace di produrre relazioni è anche quella che da anni attraversa il lavoro di Giancarlo Mazzanti, architetto colombiano al quale il PIDA ha assegnato il Premio Internazionale 2026. Scuole, biblioteche, impianti e spazi collettivi diventano nei suoi progetti dispositivi di trasformazione sociale, capaci di ricucire non soltanto pezzi di città ma comunità. È un’architettura che smette di presentarsi come oggetto isolato e diventa occasione di inclusione, incontro, appartenenza: quasi l’altra faccia, costruita, della prossimità teorizzata da Moreno.
Nel confronto è entrata inevitabilmente anche Ischia, laboratorio fragile e complesso nel quale ogni discorso sul futuro deve misurarsi con il presente della ricostruzione post-sisma e post-alluvione. Un tema affrontato dal commissario straordinario Marcello Feola e inserito in due giornate che hanno riunito, tra gli altri, il fotografo Andrea Cherchi, Daniel Fügenschuh, Marco Imperadori, Emilio Faroldi, Joseph Borrell Bru, Maria Pia Fontana, Miguel Mayorga, Guendalina Salimei, Maria Pilar Vettori, Vincenzo Corvino, Sylvain Bellenger, Massimo Russo e Angelo Moretti. Tante traiettorie, dunque, ma una domanda comune: come continuare ad abitare bene le città? La risposta di Moreno parte apparentemente in piccolo. Dal quartiere, dalla strada, da ciò che possiamo raggiungere senza attraversare mezza metropoli. Ma dentro quei quindici minuti c’è una trasformazione molto più grande: meno spostamenti, meno emissioni, più spazio pubblico, più natura, più occasioni d’incontro. E soprattutto più tempo. Il paradosso è che la città dei 15 minuti viene spesso raccontata come un’utopia futuristica, quando molti dei suoi ingredienti appartengono alle città che abbiamo conosciuto prima della loro espansione senza misura: il mercato vicino, la scuola raggiungibile a piedi, la piazza, il giardino, la bottega, il tempo dell’incontro. Moreno non propone di tornare indietro. Propone di recuperare quella densità di relazioni usando gli strumenti del presente. Ed è forse qui che la sua “prossimità felice” diventa qualcosa di più di una formula urbanistica. È una misura della distanza tra la città che abbiamo costruito e quella che vorremmo abitare. Una città in cui il progresso non si calcola soltanto in chilometri percorsi più velocemente, ma nei chilometri che non abbiamo più bisogno di percorrere.

