Andrea Cherchi: «Fotografo le città che cambiano: così si costruisce la memoria dei luoghi»

Il fotografo e giornalista, fondatore del progetto "Semplicemente Milano", riflette sullo sguardo necessario per raccontare architetture e trasformazioni urbane. A Ischia riceverà il Premio PIDA Fotografia.

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Andrea Cherchi: «Fotografo le città che cambiano: così si costruisce la memoria dei luoghi»

«È come se abitassi in ognuno di loro». Andrea Cherchi parla degli edifici che fotografa come di luoghi ai quali finisce inevitabilmente per appartenere. «Fotografare architettura ti dona la possibilità di aggiungere agli edifici la tua anima e il tuo cuore. Anima e cuore diventano calce e mattoni, aggiungendo alla realtà un immaginario personale». È una dichiarazione che racconta bene il suo modo di guardare la città: non un semplice esercizio di osservazione, ma la costruzione, immagine dopo immagine, di un legame. «Ho fotografato migliaia di edifici e per ognuno sento appartenenza e vicinanza. La fotografia crea sempre legami indissolubili». Classe 1969, fotografo e giornalista, Cherchi è il fondatore di Semplicemente Milano, il progetto social con cui da anni documenta l’evoluzione urbanistica e sociale del capoluogo lombardo.

Cherchi sarà premiato con il PIDA Fotografia nell’ambito del Premio Internazionale di Architettura (www.premiopida.it), che quest’anno porta sull’isola verde, il 2 e il 3 ottobre, il confronto intorno alle città che cambiano, tra rigenerazione urbana, clima e intelligenza artificiale. Un riconoscimento che sembra chiudere idealmente un cerchio: da quel bambino che con una Polaroid preferiva fotografare i particolari delle case ai volti di famiglia, fino a una carriera trascorsa a osservare le trasformazioni di Milano. Senza, racconta, abituarsi mai alla sua bellezza.
Che cosa cerca in una fotografia prima ancora di scattarla: una luce, una geometria, una storia, una presenza umana?
«Parto dalla ricerca di un racconto, di una storia. Senza la pianificazione di una storia che abbia uno spazio temporale ed elementi ben precisi stabiliti a priori, tutto sembra a mio avviso casuale. Anche l’edificio più semplice da fotografare ha bisogno di essere raccontato e quindi di una storia».
Quanto conta, nel suo lavoro, l’istinto e quanto invece la costruzione dell’immagine?
«Sono entrambi elementi fondamentali, anche se slegati fra loro. L’istinto ti aiuta a trovare un’intuizione e un’emozione; la costruzione dell’immagine ti aiuta a raccontare luoghi ed edifici senza perdere troppo di vista la realtà.»
Lei fotografa spesso luoghi molto riconoscibili. Come si trova uno sguardo personale su qualcosa che è già stato fotografato migliaia di volte?
«Per me ogni giorno un edificio cambia, pur rimanendo immobile. Cambia la luce, cambia la prospettiva, cambia l’emozione da un giorno all’altro. Nella mia vita ho fotografato lo stesso luogo migliaia di volte, ma mai ho pensato di avere ripetuto uno scatto».
Che rapporto ha con il tempo nella fotografia? Le interessa di più fermare un istante o costruire, immagine dopo immagine, la memoria di un luogo?
«Per me costruire la memoria di un luogo è fondamentale. A Milano, per esempio, dove l’evoluzione urbana è velocissima, raccontare la memoria di un luogo diventa quasi una necessità».


“Semplicemente Milano” è diventato negli anni una sorta di grande archivio visivo della città. Come si evita, fotografando per tanto tempo lo stesso luogo, di ripetersi o di guardarlo con occhi ormai abituati?
«La mia fortuna è che non mi abituo mai alla bellezza. Sembra una frase fatta, ma nella mia carriera fotografica non ho mai provato noia. Sempre e solo stupore. Credo sia un dono, questo.»
Milano cambia molto velocemente: nuovi skyline, quartieri trasformati, cantieri, architetture contemporanee. Questo cambiamento la affascina o qualche volta le restituisce anche la sensazione che una parte della città stia scomparendo?
«La città cambia. Giusto così. Bisogna non avere mai pregiudizi o preconcetti, altrimenti si rischia di giudicare la crescita, anche molto veloce, di una città come un difetto, come qualcosa di sbagliato. Tanti anni fa, nel fotografare Milano, mi fu da subito chiaro che fotografavo la crescita e lo sviluppo, senza farmi troppe domande e senza alcun pregiudizio».
Durante il lockdown le sue immagini di Milano vuota hanno avuto una grande diffusione. A distanza di anni, che cosa le hanno insegnato quelle fotografie sul rapporto tra immagine, memoria e testimonianza?
«Quelle immagini ancora oggi mi spaventano. Sono in una parte del mio archivio che non apro mai. L’idea che si possa ripetere tutto e l’idea di esserne nuovamente testimone mi inquieta. Mi rendo conto di essere stato un testimone importante. Quei giorni erano così surreali e carichi di un trasporto umano pazzesco. Ho raccontato tutto senza risparmiarmi nulla. Arrivavo a casa la sera distrutto, ma sapevo di avere compiuto la mia missione di narratore e fotografo.»


Oggi fotografiamo tutti e pubblichiamo tutto, spesso pochi secondi dopo averlo visto. Lei ha costruito una parte importante del suo pubblico proprio attraverso i social: che differenza c’è tra produrre un’immagine e avere davvero uno sguardo fotografico?
«I social mi hanno aiutato a diffondere i miei lavori e tuttora mi aiutano. Lo sguardo fotografico ha sempre una parte fondamentale in tutta la mia produzione, poiché raccontare storie necessita di uno sguardo sempre vigile e attento. Ogni sguardo racconta una storia. In tutta la mia produzione lo sguardo fotografico rappresenta la responsabilità più grande».
Che soddisfazione rappresenta per lei ricevere il Premio PIDA Fotografia e che valore attribuisce a questo riconoscimento nel suo percorso?
«Ancora non ci credo. Penso a me da bambino che, con una Polaroid, fotografavo i dettagli delle case e degli edifici. I miei genitori avrebbero preferito foto più familiari: la foto ai nonni, a loro. Questo premio lo dedico al mio papà che mi guarda orgoglioso da lassù. Nella mia carriera è una tappa importantissima».
L’intelligenza artificiale oggi è in grado di generare immagini sempre più realistiche. Per un fotografo, dove passa il confine tra innovazione e perdita di autenticità? E pensa che l’AI finirà per cambiare il nostro modo di attribuire valore a una fotografia?
«Per me l’intelligenza artificiale è utile per organizzare archivi fotografici, per gestire i file, i testi. L’emozione di uno scatto, lo sguardo fotografico, quel batticuore che arriva quando cogli un istante… tutte cose che l’AI non potrà mai capire».

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