Come si impara a vivere su un'isola
Uno studio analizza 457 dati isotopici provenienti dalle sette isole principali delle Canarie. Mostrando quanto le strategie alimentari delle popolazioni indigene cambiassero in funzione della geografia e dell'ecologia di ogni isola
A separarle sono pochi chilometri di Atlantico. Ma per chi arrivò alle Canarie quasi duemila anni fa, ogni isola rappresentava un mondo a sé: più arido o più umido, fertile o avaro, aperto al mare oppure protetto dalle montagne. E così le popolazioni amazigh che colonizzarono l’arcipelago tra il I e il III secolo d.C. impararono una lezione che le isole impongono da sempre: non esiste un solo modo di adattarsi all’isolamento.
A raccontarlo oggi non sono soltanto ceramiche, semi o resti di insediamenti, ma le ossa. Un gruppo di ricercatori ha analizzato gli isotopi stabili del carbonio e dell’azoto conservati nel collagene di 457 individui provenienti dalle sette principali isole dell’arcipelago. Lo studio, pubblicato su Scientific Reports, ha affiancato questi dati a 155 datazioni al radiocarbonio, ricostruendo con una precisione inedita le strategie alimentari delle comunità indigene tra il I e il XV secolo. I primi coloni arrivarono dal Nord Africa portando con sé colture e animali domestici: orzo, frumento, legumi, fichi, ma anche capre, pecore e maiali. Era una sorta di piccolo bagaglio di sopravvivenza trasferito in un arcipelago che, però, non offriva condizioni uniformi. Lanzarote e Fuerteventura erano basse e aride; le isole centrali e occidentali, più montuose, intercettavano invece l’umidità degli alisei, dando vita a una sorprendente varietà di ambienti.

La geografia finì così per entrare nella dieta, fino a lasciare una firma chimica nelle ossa. A Tenerife e Gran Canaria emerge un sistema relativamente stabile, nel quale l’agricoltura aveva un ruolo importante e le risorse marine integravano l’alimentazione. Più a occidente, soprattutto a La Palma e La Gomera, il quadro appare invece più flessibile: alle colture si affiancavano maggiormente piante spontanee e altre risorse terrestri. Nei periodi di scarsità potevano entrare nella dieta perfino le radici di felce, utilizzate come alimento di emergenza e consumate nell’arcipelago ancora in epoche molto più recenti.
El Hierro racconta un’altra storia. Piccola, isolata e con possibilità agricole più limitate, spinse maggiormente i suoi abitanti verso il mare. Molluschi e pesci costieri ebbero probabilmente un peso significativo: una strategia coerente con un territorio in cui coltivare significava fare continuamente i conti con spazio, acqua e clima. Il contrasto più netto arriva però da Lanzarote e Fuerteventura. Il modello elaborato dai ricercatori stima che nelle isole non desertiche le colture come frumento e orzo contribuissero mediamente per circa il 28-33 per cento alla dieta e le risorse marine per l’11-17 per cento. Nelle due isole più aride il rapporto cambia sensibilmente: le colture scendono al 17-20 per cento, mentre il contributo degli alimenti marini viene stimato tra il 36 e il 38 per cento. Gli stessi autori invitano tuttavia alla prudenza: in ambienti estremamente secchi, aridità e aerosol marino possono modificare i valori isotopici e rendere più complessa la loro interpretazione. Ma forse il dato più interessante non riguarda ciò che cambiò, quanto ciò che rimase. L’analisi attraversa più di un millennio di storia, comprendendo periodi climatici più caldi e asciutti e altri più freschi e umidi. Eppure non emergono brusche rivoluzioni nelle firme isotopiche: le differenze nello spazio risultano più forti di quelle prodotte dal trascorrere dei secoli. In altre parole, sembra contare più l’isola in cui si vive che il momento storico in cui si nasce.

Ed è qui che lo studio supera la semplice ricostruzione di una dieta antica. Le Canarie diventano una sorta di laboratorio naturale dell’adattamento umano: sette territori vicini, abitati da comunità con una comune matrice culturale, ma costrette a inventare equilibri differenti. Chi disponeva di terreni più favorevoli poteva affidarsi maggiormente alle coltivazioni; altrove bisognava allargare lo sguardo alle piante spontanee, agli animali o al mare. La stessa cultura, insomma, imparò a parlare sette differenti dialetti ecologici.
Non fu una resa all’ambiente. Fu piuttosto una lunga negoziazione. Le montagne, la pioggia, la fertilità dei suoli, l’aridità e la distanza dal mare stabilivano i limiti; gli uomini cercavano ogni volta il modo di abitarli. È una dinamica antichissima ma sorprendentemente contemporanea, soprattutto sulle isole, dove ogni variazione delle risorse diventa più evidente e ogni equilibrio è, per definizione, più fragile. In fondo, è proprio questa la storia che le ossa delle Canarie hanno conservato per quasi duemila anni. Quando lo spazio è poco, l’acqua è preziosa e le risorse hanno confini visibili, la geografia smette di essere uno sfondo. Diventa parte della cultura.


