Perché è scomparsa la vacanza all'italiana?
La spiaggia di Marina Grande, a Capri [foto Pasquale Raicaldo]

Perché è scomparsa la vacanza all'italiana?

Dalla villeggiatura di un mese al mare ai soggiorni di pochi giorni: così cambiano nostre ferie degli italiani, sempre più corte, costose e frammentate. E sembra sparire anche un’idea del tempo libero che sembrava conquistata per sempre

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by Pasquale Raicaldo

La vacanza all’italiana non è scomparsa di colpo. Si è accorciata. Prima un mese, poi tre settimane, quindi quindici giorni, sette, cinque. Fino a diventare, sempre più spesso, un lungo weekend con il trolley già pronto per il ritorno. E così, quasi senza accorgercene, abbiamo perso non soltanto una certa maniera di andare al mare, che è stata a lungo tratto distintivo italico, ma una delle poche forme di lusso davvero democratiche del Novecento: avere tempo da perdere.
Era del resto il tempo delle partenze del 31 luglio, delle utilitarie con le valigie sul portapacchi, delle case dei nonni che improvvisamente si riempivano di cugini. Delle pensioni familiari, degli ombrelloni affittati per un mese e delle città che ad agosto sembravano abbandonate. Non occorrevano Maldive né resort: bastavano cento chilometri e tre settimane davanti. La vacanza non era ancora una parentesi da incastrare nell’agenda. Era una stagione dentro la stagione, di cui resta traccia nella prolificità delle commedie all'italiana anni '80.

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Spiagge off-limits, orde maleducate e disattente di visitatori. Nei giorni più caldi dell’anno, dopo le proteste alle Baleari e a Barcellona, rilanciamo un interrogativo irrinunciabile: come salvare l’esperienza dell’esplorazione dei luoghi, senza aggredirli, impoverirli, globalizzarli?

Ecco, oggi quella lunga sospensione sembra avviata all’estinzione. Non perché gli italiani abbiano smesso di desiderare il mare o la montagna, ma perché è diventato più difficile permettersi di sottrarre settimane intere alla vita ordinaria. uest’estate la durata media delle ferie si ferma a circa undici giorni. Milioni di italiani hanno ridotto il soggiorno programmato e, per molti, a dettare la rinuncia sono stati semplicemente i prezzi. Sempre più vacanze durano appena tre o cinque giorni.
Il paradosso è che a ricordarci quanto fosse particolare quel modello sono oggi anche gli stranieri. Il Guardian ha recentemente celebrato il mitico mese di ferie italiano, nato come privilegio e diventato nel dopoguerra una conquista molto più larga. Perché la villeggiatura non fu soltanto costume nazionale: dietro c’erano ferie pagate, contratti, welfare aziendale, una società che aveva cominciato a considerare il riposo non un capriccio, ma un diritto.

Un fotogramma di "Sapore di mare"


È la stessa Italia evocata, come scrive Maria Novella De Luca su Repubblica, dalle colonie di Adriano Olivetti per i figli dei dipendenti, dai soggiorni aziendali e da quelle estati raccontate da Sapore di sale. Un immaginario che oggi rischia di sembrare soltanto nostalgia, se dimentichiamo ciò che lo rendeva possibile: una relativa stabilità economica e soprattutto la convinzione che le ferie dovessero essere abbastanza lunghe da consentire davvero di staccare.
Naturalmente non era un’età dell’oro. C’erano famiglie che non partivano affatto, differenze sociali enormi, vacanze assai meno eleganti delle fotografie in bianco e nero che oggi guardiamo con tenerezza. Ma per una larga fetta della popolazione un lungo tempo di riposo era diventato un’aspirazione possibile. Oggi quella possibilità torna invece a segnare una frattura economica.

a beach with chairs and umbrellas
Photo by Ben Vloon


Nel 2025, il 33,2% delle famiglie con un figlio minore non poteva permettersi una settimana di vacanza lontano da casa. Con tre o più figli la percentuale superava il 53%. E nel frattempo cambia anche la vacanza di chi parte: agosto perde il monopolio, si cercano giugno e settembre, si spezzano le ferie, si ricorre alle case di amici e parenti. Il soggiorno si contrae mentre il lavoro, al contrario, si espande. Il portatile arriva sotto l’ombrellone, WhatsApp non conosce Ferragosto e l’“out of office” è spesso più una dichiarazione d’intenti che una condizione reale.
Forse è questo, in fondo, che stiamo perdendo: non la vacanza, ma la villeggiatura. Sono due cose diverse. Si può viaggiare per tre giorni, prendere un volo low cost, collezionare città e fotografie. La villeggiatura richiedeva invece permanenza. Lo stesso bar al mattino, gli stessi vicini d’ombrellone, il giornale comprato senza fretta, il tempo sufficiente perfino per annoiarsi. E l’ozio, oggi quasi sospetto, ne era forse il privilegio più grande. Le sdraio di alluminio, le cabine, le Fiat sovraccariche e i maccheroni sotto l’ombrellone possono anche restare nell’album di famiglia. Più difficile rassegnarsi alla scomparsa di ciò che rappresentavano: l’idea che per essere davvero in vacanza non bastasse partire. Bisognava avere abbastanza tempo da dimenticare, almeno per un po’, il giorno in cui si sarebbe tornati.

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