Roberto Saviano, la letteratura e il potere della scrittura
Ci sono parole che raccontano il mondo e altre che finiscono per sfidarlo. Ne attraversano le contraddizioni, sottraggono al silenzio ciò che il potere vorrebbe consegnare all’oblio. Il numero 12 di GrandTour parte da qui. E da un'intervista allo scrittore, a 20 anni da Gomorra
Ci sono parole che raccontano il mondo e altre che, raccontandolo, finiscono per sfidarlo. Ne attraversano le contraddizioni, ne illuminano le ombre, sottraggono al silenzio ciò che il potere vorrebbe consegnare all’oblio. Non sempre cambiano il corso della storia. Più spesso la interrogano, la disturbano, qualche volta la costringono a fare i conti con le proprie omissioni. Eppure è proprio in questa ostinazione, nella pretesa di non lasciare che siano soltanto i più forti a stabilire che cosa meriti di essere raccontato, che la parola rivela la sua vocazione più autentica.

A questa idea dedichiamo il viaggio di approfondimento che, sin dalla copertina, accompagna il dodicesimo numero di GrandTour, da oggi disponibile qui. Un traguardo che sancisce, almeno formalmente, il compimento dei nostri primi due anni di vita. Ventiquattro mesi trascorsi a inseguire storie, attraversare geografie, incontrare persone, cercando di coltivare una curiosità che non si accontenti della superficie. Non è un bilancio, e nemmeno una celebrazione. Semmai l'occasione per tornare a una domanda che riguarda da vicino chiunque abbia scelto di raccontare il mondo: quale responsabilità comporta trasformare la realtà in parole?
La risposta, naturalmente, non è una sola. C'è chi scrive per testimoniare, chi per denunciare, chi per restituire un nome a ciò che rischia di restare invisibile. E c'è chi, per averlo fatto, ha pagato un prezzo altissimo. La storia della letteratura e del giornalismo è attraversata da queste figure, spesso diversissime tra loro, accomunate non tanto dal coraggio, parola che rischia di diventare una comoda etichetta, quanto dalla volontà di non accettare il silenzio come destino inevitabile.
Roberto Saviano conosce bene il peso di questa scelta. A vent'anni da Gomorra, nella lunga conversazione esclusiva con la nostra Ilaria Starnino, che apre il nostro dossier, torna a interrogarsi sul rapporto tra scrittura e potere, sulle metamorfosi delle mafie, sulle fragilità della politica e sulla capacità della letteratura di misurarsi ancora con il presente. Ma soprattutto ci consegna una riflessione che riguarda il nostro tempo ben oltre la sua vicenda personale: oggi la verità non ha necessariamente bisogno di essere nascosta per diventare irrilevante. Può essere sommersa dal rumore, confusa tra mille versioni, consumata nella rapidità con cui un'indignazione ne sostituisce un'altra. In un mondo che non ha mai prodotto tante informazioni, distinguere ciò che conta è diventato paradossalmente più difficile.
È forse questa una delle grandi contraddizioni della nostra epoca. Abbiamo moltiplicato le possibilità di raccontare, documentare, condividere. Ogni telefono può diventare una testimonianza, ogni immagine attraversare il pianeta in pochi istanti. E tuttavia alla proliferazione delle voci non corrisponde necessariamente una maggiore capacità di ascolto. La libertà di parola, da sola, non garantisce che una parola venga compresa, riconosciuta, custodita. Occorrono attenzione, memoria, fiducia. E soprattutto la disponibilità a lasciarsi mettere in discussione.
Lo dimostra la lunga genealogia della denuncia che ripercorriamo in queste pagine. Dal J'accuse di Émile Zola alle intuizioni di Leonardo Sciascia, dalle inchieste di Giuseppe Fava al lavoro di Giancarlo Siani, fino alle testimonianze di chi ha sfidato guerre e regimi. Storie differenti, che raccontano quanto possa essere sottile il confine tra il diritto di sapere e la volontà di impedire che qualcosa venga conosciuto. Quest'anno ricorrono anche i vent'anni dall'assassinio di Anna Politkovskaja, uccisa a Mosca il 7 ottobre 2006. Una giornalista che aveva scelto di raccontare la guerra in Cecenia attraverso le vite di chi la subiva, restituendo volti e dignità a persone che la retorica del conflitto avrebbe volentieri ridotto a numeri. Ricordarla non significa indulgere nella nostalgia di un giornalismo eroico. Significa riconoscere quanto sia ancora fragile, in molte parti del mondo, il diritto di testimoniare.
Sarebbe rassicurante pensare che a ogni verità rivelata corrisponda un'ingiustizia riparata. Non è così. I libri non fermano necessariamente le guerre, le inchieste non cancellano le mafie, le testimonianze non restituiscono la vita alle vittime. Ma rendono più difficile l'indifferenza. Tolgono al potere, e qualche volta anche a ciascuno di noi, il conforto dell'ignoranza. In fondo, è anche questa l'ambizione che vorremmo continuasse ad accompagnare GrandTour oltre la sua prima, piccola ricorrenza: non soltanto mostrare quanto sia vasto il mondo, ma cercare le parole giuste per comprenderlo. Senza la presunzione di possedere risposte definitive e senza rinunciare alla complessità delle domande. Perché raccontare non significa necessariamente cambiare la realtà. Significa, prima di tutto, non smettere di guardarla.


