Ecco perché in molti si annoiano al museo. Anche davanti a un capolavoro
Photo by Tamara Harhai

Ecco perché in molti si annoiano al museo. Anche davanti a un capolavoro

Uno studio guidato dall'Università di Vienna svela i meccanismi della noia nelle sale espositive: troppe informazioni, percorsi poco stimolanti e ambienti inadeguati possono compromettere l'esperienza. E chi non si diverte impara meno

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by Pasquale Raicaldo

La bellezza salverà il mondo, diceva Dostoevskij. Ma non sempre riesce a salvarci dalla noia. Può succedere anche al museo, persino davanti a un capolavoro: lo sguardo vaga, l'attenzione si perde, la curiosità lascia il posto all'impazienza. E non necessariamente per colpa di ciò che abbiamo davanti agli occhi. A fare la differenza possono essere una didascalia interminabile, una sala troppo spoglia, un percorso incapace di coinvolgerci. La buona notizia è che, contrariamente a un luogo comune piuttosto diffuso, nei musei ci si annoia poco. Quella meno rassicurante è che, quando accade, si finisce anche per imparare meno. A dimostrarlo, numeri alla mano, è uno studio internazionale coordinato dall'Università di Vienna e pubblicato su Scientific Reports, che ha indagato per la prima volta in modo sistematico un sentimento assai poco celebrato nelle sale della cultura: la noia. A guidare la ricerca è stato lo psicologo Thomas Götz, affiancato da studiosi dell'Università dell'Essex, dell'Australian Catholic University e della Ludwig Maximilian University di Monaco. Un'indagine che affronta un tema sorprendentemente trascurato dalla letteratura scientifica: se la noia è stata ampiamente studiata nelle scuole e nelle università, assai meno sappiamo di ciò che accade quando impariamo per scelta, lontano dai banchi, passeggiando tra dipinti, sculture e reperti.

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Photo by ian dooley

 

I ricercatori hanno condotto tre studi coinvolgendo complessivamente 1.269 persone, tra i 18 e i 91 anni. Al centro dell'indagine due istituzioni culturali viennesi: il Museo Sigmund Freud e il Kunsthistorisches Museum, uno dei più importanti musei di storia dell'arte d'Europa. A 1.229 visitatori è stato chiesto, immediatamente dopo la visita, di compilare un questionario sulle emozioni provate, sostenere un test sulle conoscenze acquisite e valutare la qualità dell'esperienza. Altre 72 persone sono state intervistate per approfondire le ragioni dell'eventuale noia.

man sitting near museum painting
Photo by Aaina Sharma

 

Il risultato? Su una scala da uno a cinque, dove uno equivale a nessuna noia e cinque al massimo livello possibile, la media si è fermata a 1,74. Un valore decisamente basso, senza differenze significative tra i due musei. Eppure, confrontando dieci emozioni positive e negative, dalla gioia alla sorpresa, dalla frustrazione alla rabbia, la noia è risultata tra quelle negative più intense, pur restando nettamente al di sotto delle emozioni positive. Non tutti, però, hanno vissuto la stessa esperienza. Alcuni visitatori hanno dichiarato livelli elevatissimi di noia, fino al punteggio massimo. Ed è proprio analizzando queste differenze che gli studiosi hanno individuato il meccanismo più interessante.

 Il problema, a quanto pare, è trovare la giusta misura. Un museo può annoiare perché chiede troppo, ma anche perché offre troppo poco. Testi interminabili, quantità eccessive di informazioni, ambienti angusti e poco arieggiati rischiano di sopraffare il visitatore. All'estremo opposto, sale spoglie e spiegazioni insufficienti possono lasciare una sensazione di vuoto, trasformando la visita in una successione di oggetti da osservare senza sapere bene perché. E qui arriva un dato particolarmente significativo: nei musei esaminati, la scarsa stimolazione è risultata più frequente dell'eccesso di sollecitazioni. In altre parole, il rischio non è soltanto sommergere il pubblico di informazioni, ma non offrirgli abbastanza occasioni per incuriosirsi.

La ricerca si fonda sulla cosiddetta teoria del controllo-valore delle emozioni, secondo cui la noia emerge soprattutto quando un'attività appare troppo facile, troppo difficile oppure scarsamente significativa. E il museo non fa eccezione. Un contenuto percepito come vicino ai propri interessi, alle proprie esperienze o alla propria professione risulta generalmente meno noioso. Viceversa, anche un'opera straordinaria può perdere parte del suo fascino se il visitatore non riesce a stabilire un legame con ciò che osserva. Le conseguenze non riguardano soltanto il piacere della visita. I partecipanti che hanno riferito maggiore noia hanno ottenuto risultati peggiori nei test sulle conoscenze acquisite e attribuito valutazioni inferiori alla qualità del museo. Un doppio effetto che riguarda sia la funzione educativa delle istituzioni culturali sia la loro capacità di lasciare un ricordo positivo.

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 Come intervenire, allora? Non necessariamente aggiungendo schermi, effetti speciali o attrazioni spettacolari. La risposta, suggeriscono gli studiosi, è soprattutto nella personalizzazione dell'esperienza: consentire a ciascuno di scegliere quanto approfondire, quali contenuti esplorare e con quale ritmo attraversare le collezioni. «Per ridurre la noia nei musei, le istituzioni potrebbero rispondere in modo più efficace alla diversità dei loro visitatori», spiega Götz. Le possibilità comprendono contenuti di approfondimento accessibili attraverso codici a barre o applicazioni di realtà aumentata, ma anche visite guidate con differenti livelli di complessità: dal percorso breve ed essenziale, una sorta di pocket tour, fino all'immersione più completa, il cosiddetto deep dive.

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Photo by Zalfa Imani

 

L'obiettivo non è trasformare ogni museo in un parco divertimenti. Anzi, lo stesso Götz invita a non perdere di vista la missione culturale delle istituzioni: «I musei non dovrebbero naturalmente diventare semplici luoghi di intrattenimento». La ricerca apre così un nuovo campo di indagine sull'apprendimento informale, quello che avviene fuori dalle aule scolastiche e universitarie. Perché, ricorda lo psicologo, i musei sono luoghi fondamentali per la conoscenza, e la noia può comprometterne l'efficacia proprio come accade nei contesti educativi tradizionali. La lezione, in fondo, è semplice: non basta esporre qualcosa di straordinario per renderlo interessante. Occorre trovare il modo di farlo incontrare davvero con chi guarda. Perché un capolavoro può attraversare indenne i secoli, ma non sempre sopravvive, nella memoria di un visitatore, a una didascalia sbagliata.

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by Pasquale Raicaldo

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