Overtourism, viaggio nell'Italia che resiste tra artigiani, chef e contadini
Giorgia Losi, proprietaria dell'osteria Acciughetta

Overtourism, viaggio nell'Italia che resiste tra artigiani, chef e contadini

Mentre i flussi turistici si concentrano nelle destinazioni più note, una rete di oltre 500 professionisti dell’ospitalità prova a costruire una geografia alternativa del Paese. Fondata sulla conoscenza dei territori e sulle relazioni tra chi continua a custodirli

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by Pasquale Raicaldo

L’overtourism non riguarda più soltanto le grandi città d’arte. Anche borghi, isole e località un tempo marginali si confrontano oggi con flussi concentrati, attività sempre più uniformi e una progressiva perdita di identità. E mentre milioni di visitatori vengono fatalmente indirizzati verso gli stessi luoghi dalle piattaforme digitali, una parte più discreta del Paese rischia di restare fuori dalle mappe. È l’Italia delle botteghe artigiane, delle piccole aziende agricole, delle locande legate alle stagioni e delle strutture ricettive che considerano l’accoglienza parte di un rapporto con il territorio.
A farla emergere è Unexpected Italy, la start-up travel tech che sta costruendo una rete composta da oltre cinquecento artigiani, chef, agricoltori e professionisti dell’ospitalità. Dopo più di cinque anni di ricerca sul territorio, il progetto punta infatti a offrire un’alternativa alle piattaforme fondate sulle recensioni di massa, costruendo una mappa nella quale i luoghi vengano indicati da chi conosce davvero il contesto in cui operano. Il punto di partenza è un paradosso. I sistemi di valutazione online, nati per distribuire informazioni e rendere le scelte più democratiche, finiscono spesso per premiare ciò che è già popolare. Più un luogo viene visitato, fotografato e recensito, più diventa visibile; più è visibile, più attrae nuovi visitatori. Il risultato è una spirale che concentra i flussi, uniforma l’offerta e riduce la complessità di un’esperienza a un punteggio compreso tra una e cinque stelle.

In una delle vie più suggestive del centro di Roma, nel 1973, Vincenzo Piovano - scultore ed un intagliatore del legno - ha dato vita ad uno dei più autentici laboratori dell'artigianato italiano

«Non ci affidiamo al voto umorale del passante, ma al sapere locale verificato e alla competenza professionale», spiega Elisabetta Faggiana, fondatrice e amministratrice delegata di Unexpected Italy. «Non si tratta di collezionare opinioni individuali, ma di strutturare valutazioni motivate provenienti da chi lavora quotidianamente nello stesso ecosistema di competenze». La piattaforma ha così sviluppato un “sistema della fiducia”, nel quale le segnalazioni arrivano da persone selezionate sulla base delle loro conoscenze e della loro esperienza. Uno chef può indicare un piccolo produttore di formaggi; un albergatore suggerire la bottega di un restauratore; un sommelier segnalare una cantina capace di interpretare il territorio senza piegarsi alle mode. Alla rete possono partecipare anche giornalisti, designer, curatori culturali, ricercatori e altri professionisti con competenze riconosciute. Gli utenti, in questa prospettiva, non sono più soltanto consumatori chiamati a esprimere un giudizio, ma diventano curatori di una conoscenza condivisa. Tra coloro che hanno contribuito al progetto figurano il maestro distillatore Gianni Capovilla, Daniele Kihlgren, fondatore dell’esperienza di ospitalità diffusa Sextantio, e artigiani come Giancarlo Busato e Dante Mortet. Accanto ai nomi più conosciuti emergono piccole realtà come Cacciatori Cartosio nelle Langhe, Rosario di Donna a Cerignola, Turacciolo ad Andria e Da Doro a Solagna.

Claudio Franchi, artigiano orafo

Sono alcuni dei protagonisti di quella che Unexpected Italy definisce l’Italia dei “Ribelli con le Radici”: persone che innovano senza recidere il rapporto con i luoghi, con le comunità e con i saperi ereditati. La selezione non riguarda soltanto la qualità del singolo prodotto o la bellezza di uno spazio. Ogni attività viene considerata in rapporto alla rete economica, culturale e sociale della quale fa parte. Un ristorante arredato da artigiani locali, ma fondato prevalentemente su ingredienti industriali, difficilmente può raccontare davvero il territorio. Una bottega che collabora con produttori vicini, recupera materiali e tecniche storiche e investe nella ricerca diventa invece un nodo di una filiera più ampia. È questa interdipendenza, secondo i fondatori, a distinguere una realtà autenticamente radicata da una semplice rappresentazione dell’autenticità. «Quando riuniamo produttori, artigiani, albergatori e ristoratori, iniziano spontaneamente a riconoscere e indicare le esperienze più valide del proprio territorio», racconta il cofondatore Savio Losito. «In pochi minuti emergono centinaia di raccomandazioni incrociate. Chi pratica la qualità ogni giorno riesce a riconoscerla anche nel lavoro degli altri».

Contro l’overtourism basta un ticket da cinque euro?
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Il racconto del territorio si costruisce attraverso alcune grandi famiglie. Ci sono i Maestri del Fare, custodi di tecniche artigianali capaci di confrontarsi con il presente, e gli Innovatori della Terra, agricoltori e viticoltori che sperimentano senza cancellare la memoria biologica dei suoli.
I Tramandatori di Sapere tengono insieme botteghe storiche, archivi, librerie indipendenti e luoghi della memoria. Gli Artigiani del Gusto difendono invece le differenze in un panorama alimentare sempre più standardizzato, interpretando il cibo come espressione dell’identità territoriale.
I Professionisti dell’Ospitalità, infine, considerano il soggiorno non come un servizio isolato, ma come una responsabilità nei confronti del luogo. Hotel di charme, dimore storiche e piccoli alberghi diventano così punti di accesso a una rete più ampia di produttori, ristoratori, artigiani e operatori culturali.
Ne nasce un’Italia meno immediata, che non si lascia attraversare soltanto con un elenco di indirizzi. Una geografia fatta di relazioni, nella quale un laboratorio rimanda a un produttore, una locanda a un vignaiolo, un albergo a un artigiano.
L’applicazione di Unexpected Italy prova a organizzare queste conoscenze e a renderle accessibili ai viaggiatori, trasformandosi da semplice catalogo digitale in una piattaforma culturale e relazionale dedicata al turismo indipendente.
Non basterà una mappa a risolvere l’overtourism, fenomeno che coinvolge le politiche urbane, i trasporti, gli affitti brevi e la gestione dei flussi. Può però contribuire a modificare il modo in cui si sceglie una destinazione.
Perché contrastare l’omologazione non significa soltanto portare i turisti altrove. Significa anche restituire visibilità a chi, lontano dai circuiti più affollati, continua ogni giorno a tenere vivo un territorio.

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by Pasquale Raicaldo

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