Contro l’arroganza del vivavoce serve un nuovo Galateo dei luoghi pubblici
Telefonate, vocali e video hanno trasformato treni, aliscafi e sale d’attesa in un’estensione del salotto di casa. Dal testo di Della Casa agli studi sull’attenzione, una piccola storia della nuova (inesorabile?) invadenza quotidiana
Non conosciamo sua madre, ma sappiamo che deve fare una visita. Non abbiamo mai incontrato il commercialista, però abbiamo capito che ha combinato un pasticcio. Ignoriamo chi sia Francesca, ma dopo venti minuti di aliscafo abbiamo maturato un’opinione piuttosto precisa sul suo fidanzato. Tutto senza aver rivolto una parola al signore seduto due file più avanti.
È la pratica contemporanea, sempre più pervasiva, del vivavoce.
Una volta, per entrare nella vita privata di uno sconosciuto, bisognava essere indiscreti. Oggi basta acquistare un biglietto del treno. Telefonate, videochiamate, vocali a volume pieno, reel che partono uno dietro l’altro: lo spazio comune è diventato un’estensione del salotto di casa. Con una differenza non trascurabile: a casa propria gli ospiti si scelgono. L’arroganza del vivavoce è forse tutta nella sottintesa concessione, in quell’implicito «prego, ascoltate pure anche voi». Una forma contemporanea di generosità non richiesta. Il punto, però, non è invocare il silenzio assoluto. I treni hanno ruote, gli aliscafi motori, i bambini piangono, gli amici ridono. La vita fa rumore. A disturbare è la decisione unilaterale che una porzione della propria vita debba diventare anche parte della nostra.
E c’è persino una ragione scientifica per cui alcune telefonate altrui riescono a sequestrare l’attenzione. Nel 2004 Andrew Monk e altri ricercatori sottoposero 64 persone, in una stazione degli autobus e su un treno, a conversazioni simulate. A parità di volume, quelle al cellulare, nelle quali si sentiva una sola voce, risultavano significativamente più evidenti e fastidiose delle conversazioni tra due persone presenti. L’effetto del mezzo era forte quanto quello dell’aumento di volume. Ancora: nel 2010 un gruppo della Cornell University ha dato al fenomeno un nome efficacissimo: halfalogue, mezzo dialogo. Sentire soltanto una metà della telefonata è più distraente perché il cervello non riesce a prevedere ciò che verrà dopo. Negli esperimenti pubblicati su Psychological Science, ascoltare un halfalogue peggiorava le prestazioni in compiti che richiedevano attenzione rispetto all’ascolto di un dialogo completo o di un monologo. In pratica il nostro cervello viene arruolato senza consenso nella conversazione.

Il vivavoce, naturalmente, risolve il problema della metà mancante. E ne crea uno più interessante: trasforma una comunicazione privata in una piccola trasmissione pubblica. Qui il problema smette di essere tecnologico e torna antichissimo. Giovanni Della Casa non poteva immaginare uno smartphone, ma nel suo Galateo, pubblicato postumo nel 1558, si occupava proprio di questo: come stare con gli altri senza risultare spiacevoli, invadenti, sguaiati. Tra le cose da evitare indicava anche il parlare ad alta voce e l’urlare. Il suo trattato era, prima di tutto, un manuale di convivenza.
Due secoli e mezzo dopo Melchiorre Gioia, nel Nuovo Galateo del 1802, spostò ancora più chiaramente il discorso dalla forma alla funzione sociale. La “pulitezza”, scriveva, doveva rendere gli altri «contenti di noi e di loro stessi». Tradotto nel linguaggio di uno scompartimento ferroviario del 2026: comportarsi bene non significa essere impeccabili. Significa non costringere gli altri a gestire la nostra presenza più del necessario. È un principio sorprendentemente moderno. Il sociologo Erving Goffman lo avrebbe raccontato, molto più tardi, attraverso la “disattenzione civile”: quel patto silenzioso grazie al quale gli sconosciuti riescono a condividere metropolitane, ascensori e sale d’attesa. Ci vediamo, ci riconosciamo, ma ci concediamo reciprocamente il diritto di non entrare l’uno nella vita dell’altro. Ecco: è come se lo smartphone abbia incrinato quel patto. Non perché sia maleducato in sé, ma perché ci ha abituati a trasportare ovunque il nostro spazio privato. La telefonata di lavoro, la lite familiare, il video del nipote, il messaggio dell’amante e il reel del cane diventano improvvisamente ambientali. È forse questa la vera novità: non abbiamo più soltanto un telefono in tasca, abbiamo una stanza. E ogni tanto ci dimentichiamo che le pareti non ci sono. Non occorrono crociate, né il censore della carrozza armato di occhiatacce.
Potremmo però aggiornare il vecchio Galateo con poche norme per la nuova specie umana, l’Homo vivavocensis.
Piccolo Galateo del vivavoce
- Se attorno a noi ci sono sconosciuti, il vivavoce non è una funzione: è una trasmissione.
- Un vocale può aspettare. Se non può aspettare, esistono le cuffie.
- Una videochiamata non diventa più interessante solo perché la ascoltano trenta persone.
- In treno, in aliscafo o in sala d’attesa vale una regola semplice: lo spazio è condiviso, la conversazione no.
- Se proprio dobbiamo rispondere, abbassare la voce resta una tecnologia sorprendentemente efficace.

In fondo, dal 1558 a oggi è cambiato quasi tutto: carrozze, treni, aliscafi, telefoni, algoritmi. Non è cambiata la regola più semplice della convivenza: condividere uno spazio non significa condividere tutto. E nel frattempo, per fortuna, hanno inventato le cuffie.
Perché in fondo il problema non è il rumore: è l’idea, sempre più diffusa, che tutto ciò che ci riguarda meriti automaticamente un pubblico. Anche quando il pubblico, semplicemente, stava cercando di arrivare a destinazione.

