Contro l'overtourism basta un ticket da cinque euro?
Alla Grotta della Poesia, in Salento, il nuovo biglietto riapre una domanda che attraversa le mete più fragili e affollate: far pagare l’ingresso serve davvero a proteggerle o rischia soltanto di trasformare la natura in un’attrazione con il tornello?
Cinque euro per provare a sconfiggere l'overtourism. Da luglio, per visitare la Grotta della Poesia e l’area archeologica di Roca Vecchia, sulla costa di Melendugno, in Salento, occorre acquistare un biglietto. La misura - rivolta esclusivamente ai turisti - rientra in ArcheoRoca, il progetto avviato dal Comune per gestire e valorizzare uno dei luoghi più celebri del Salento: una piscina naturale color turchese fatalmente precipitata nell’immaginario di Instagram, che conserva anche tracce che attraversano i secoli, dall’età del Bronzo alla civiltà messapica. Già, perché la grotta custodisce iscrizioni e segni lasciati sulla pietra molto prima di smartphone, droni e infradito da mare. È un paesaggio, ma anche un archivio. Ed è questa doppia natura — meraviglia naturale e patrimonio archeologico — a renderlo tanto attraente quanto vulnerabile.
Il biglietto ha una logica immediata. La sorveglianza, la manutenzione, l’accoglienza, il personale, i percorsi e le attività culturali hanno un costo. La bellezza non presenta fattura, conservarla sì. Il punto è capire se quei 5 euro rappresentino davvero un investimento nella tutela o soltanto il prezzo da pagare per continuare ad affollare lo stesso luogo.
Una questione che attraversa il libro di Cristina Nadotti "Il turismo che non paga", un’inchiesta che rovescia una formula rassicurante: il turismo come ricchezza sempre e comunque. Dietro l’aumento degli arrivi possono nascondersi costi scaricati sulle comunità: consumo di acqua ed energia, produzione di rifiuti, pressione sui servizi, lavoro precario, rincari, città e paesi trasformati in scenografie per chi passa. A incassare, insomma, non sono necessariamente gli stessi che pagano il conto. Ed è qui qui che il ticket mostra tutta la sua ambiguità: può essere uno strumento di protezione, ma anche un alibi. Se l’ingresso resta sostanzialmente illimitato, siamo certi che 5 euro scoraggino chi ha già sostenuto il costo di un viaggio e scelto quella meta proprio perché è diventata imperdibile? Anzi, il pagamento può produrre un paradosso: "Ho pagato, dunque mi spetta". Il visitatore non si sente più ospite di un ecosistema fragile, ma cliente di un servizio. E il luogo, da bene comune, rischia di diventare un prodotto da consumare fino all’ultimo selfie.

Per funzionare, il prezzo deve essere inserito in una strategia più ampia. Alla tariffa dovrebbero affiancarsi il calcolo della capacità di carico, gli ingressi contingentati, le prenotazioni, la distribuzione dei visitatori su un territorio più vasto e un’informazione costante sui momenti di maggiore affluenza. Perché non basta chiedere denaro: bisogna decidere quante persone un luogo possa accogliere senza perdere ciò che lo rende desiderabile. Il prezzo, da solo, non è nemmeno necessariamente un deterrente. Talvolta può accadere il contrario: pagare rende l’esperienza più esclusiva, quindi ancora più ambita. Il ticket finisce così per aggiungere valore commerciale a una meta già sovraesposta, senza ridurre davvero la pressione esercitata dai visitatori.

Cala Goloritzé, in Sardegna, offre un esempio eloquente. Qui il contributo di accesso è accompagnato dalla prenotazione e dal numero chiuso. È il limite, più ancora del prezzo, a cambiare la relazione con lo spazio. A Venezia, invece, il contributo imposto in alcune giornate ai visitatori giornalieri resta una sperimentazione pensata per incentivare la prenotazione anticipata e governare i flussi. Ma anche in questo caso la domanda resta aperta: una tassa regola davvero la folla o finisce per amministrarla, rendendola economicamente più redditizia?
La differenza, in fin dei conti, la fanno quattro parole poco spettacolari: limiti, controlli, trasparenza, restituzione. Gli incassi devono tornare al territorio attraverso manutenzione, ricerca, trasporti, tutela ambientale e servizi per i residenti. Altrimenti il ticket somiglia più a un pedaggio che a una politica.

C’è poi un tema democratico. Rendere a pagamento un luogo naturale significa stabilire chi possa entrarvi e a quali condizioni. La gratuità per i residenti di Melendugno riconosce il legame tra la comunità e il territorio, ma apre un interrogativo più vasto: la natura deve diventare accessibile soprattutto a chi può permettersela? La selezione economica, del resto, non coincide con la sostenibilità. Un visitatore benestante può essere invadente quanto uno che viaggia con pochi mezzi. Un prezzo alto può ridurre i numeri, ma non educa automaticamente al rispetto. E, soprattutto, rischia di trasformare il diritto alla fruizione del patrimonio naturale e culturale in un privilegio. Neppure la parola valorizzazione è neutrale. Può significare rendere leggibile un patrimonio, sostenerne la ricerca, creare lavoro qualificato e restituire al visitatore la profondità storica di ciò che osserva. Ma può anche tradursi nella moltiplicazione di servizi, eventi e occasioni di consumo, con l’effetto di attirare ancora più persone verso un luogo già fragile.
È il grande equivoco dell’overtourism: spesso si prova a risolvere l’eccesso di turismo rendendo una destinazione ancora più organizzata, più visibile e più facilmente acquistabile. Si aggiungono parcheggi, navette, punti ristoro, campagne promozionali e sistemi di prenotazione. Si migliora la gestione, certamente, ma si alimenta anche la domanda. Il luogo viene protetto e promosso nello stesso momento, come se le due azioni fossero sempre compatibili.
Il caso della Grotta della Poesia vale dunque ben oltre il Salento. Ci costringe a uscire dall’alternativa semplicistica tra accesso libero e privatizzazione della bellezza. Proteggere può voler dire far pagare. Ma significa soprattutto avere il coraggio di dire basta quando la soglia è raggiunta, anche a costo di rinunciare a un altro biglietto venduto. La vera domanda, allora, non è quanto debba costare entrare in un luogo straordinario. È a quanto turismo siamo disposti a rinunciare oggi, perché quel luogo resti straordinario anche domani. Cinque euro possono aiutare. Ma la bellezza, per salvarsi, ha bisogno soprattutto di meno folla e di più governo.




