Letizia Palmisano: «L’economia circolare funziona quando si creano reti di fiducia»
Intervista all'autrice de "Il futuro non aspetta, si costruisce. Una giornata all’insegna dell’economia circolare": 24 storie vere mostrano come la transizione ecologica sia già in corso in molte parti d’Italia
«Ogni scontrino, anche quello non fatto, è una scheda elettorale con la quale decidiamo in che mondo vogliamo vivere». Il cambiamento, a volte, non comincia da una grande rivoluzione. Comincia da un oggetto riparato invece che buttato, da un materiale recuperato, da un’energia condivisa, da un’impresa che decide di crescere in modo diverso. È da questa idea concreta di futuro che nasce Il futuro non aspetta, si costruisce. Una giornata all’insegna dell’economia circolare, il nuovo libro della giornalista ambientale e scrittrice Letizia Palmisano, in uscita il 2 ottobre per Edizioni Città Nuova, con la prefazione di Alessandra De Santis, curatrice dell’Atlante dell’Economia Circolare. Il volume accompagna il lettore lungo una giornata di 24 ore e racconta, attraverso 24 storie vere, un’Italia in cui la transizione ecologica non è soltanto un obiettivo da raggiungere, ma qualcosa che sta già accadendo. Ci sono artigiani che recuperano materiali e mestieri, imprese che trasformano gli scarti in nuove risorse, cittadini che producono e condividono energia rinnovabile, professionisti impegnati contro l’obsolescenza programmata, esperienze di riuso, riparazione e upcycling. Accanto alle storie, Palmisano costruisce anche una vera e propria cassetta degli attrezzi, pensata per studenti, imprenditori, amministratori pubblici e cittadini che vogliono capire come i principi dell’economia circolare possano trovare un’applicazione concreta nella vita quotidiana, nel lavoro e nei nuovi modelli di business.

GrandTour ha parlat0 con Letizia Palmisano per scoprire come è nato il progetto e conoscere alcune delle storie che hanno accompagnato questo viaggio nell’Italia dell’economia circolare.
Come è nata l’idea del libro e perché ha scelto di raccontare l’economia circolare attraverso una giornata di 24 ore?
«Partiamo da una doverosa premessa: da oltre 20 anni racconto storie di economia circolare. Non parlo solo dei (pur) validi principi teorici e studi degli esperti, ma cerco di far conoscere esempi virtuosi e opportunità concrete. Al contempo, se nel dibattito urbanistico si parla tanto di “città dei 15 minuti” - un’idea affascinante -, io volevo spingermi oltre, immaginando un “quartiere circolare”. Un ecosistema urbano dove tutto viene valorizzato, dove si produce, si riusa, si ripara e si condivide. Per renderlo tangibile, ho deciso di usare un espediente narrativo: un viaggio di 24 ore, scandito dai ritmi di una giornata qualunque, attraverso gli occhi d’una madre, Laura, e di suo figlio Alex i cui nomi sono un tributo a Laura Conti ed Alexander Langer. Volevo far indossare ai lettori un paio di “occhiali speciali” per mostrare loro che questo futuro diverso non è un’utopia lontana, ma è già in costruzione, pezzo dopo pezzo, in tutta Italia e che, teoricamente, sarebbe possibile in uno spazio a dimensione di persone, come un quartiere o una piccola città. Dopodiché ho pensato di arricchire il tutto con una “cassetta degli attrezzi” per chiunque voglia smettere di aspettare che qualcun altro risolva il problema e decida di iniziare a costruire il domani facendo la propria parte».

Nel libro ha raccolto 24 storie. Quali sono quelle che l hanno emozionata maggiormente?
«Scegliere è un’impresa davvero ardua. Nel libro ho raccolto 24 storie (selezionate a fatica tra centinaia) ed ognuna di esse rappresenta un tassello di questo mosaico, un “biomattone” per costruire il futuro. Così, oggi, ho scelto di rispondere selezionando 4 differenti regioni e storie tra loro eterogenee.
Penso all’Antico Mulino delle Fate, in Calabria dove Fabio Aiello, un ingegnere che lavora in Svizzera, ha investito i risparmi di una vita e tantissime giornate di lavoro per recuperare un mulino ad acqua del Settecento in un bosco vicino Lamezia Terme. È una storia che ci insegna la “contentezza” e ci dimostra che la vera ricchezza non è l’accumulo, ma lo spazio, il tempo e il recupero delle nostre radici. Poi c’è LoFoIo, a Prato, di Beppe Allocca. Lui è un artigiano-teatrante che ha ripreso l’antica arte dei “cenciaioli” pratesi per fare maglieria in cashmere rigenerato. La sua è una ribellione gentile e condita da sapiente ironia contro il fast fashion, la dimostrazione ulteriore che si può fare impresa a misura d’individuo, privilegiando la stabilità e la felicità personale alla crescita a tutti i costi».
Tra le esperienze che racconta ci sono anche nuovi modi di produrre energia e di recuperare le risorse. Quali esempi ha scelto?
«Mi emoziona molto anche il lavoro di ènostra, raccontato attraverso Chiara Brogi. È una cooperativa che ha trasformato l’energia da una fredda bolletta ad uno strumento di democrazia dal basso. Con le Comunità Energetiche Rinnovabili, i cittadini smettono di essere consumatori passivi e diventano “prosumer” (e tra questi ci sono anche io), protagonisti attivi che condividono energia pulita. Infine, non posso non citare La Fattoria del Legno di Andrea Zenari, un dottore forestale che, in Veneto, ha ribaltato la filiera (riabilitandone anche alcuni passi): affitta alberi di Natale in vaso per poi riportarli nel bosco e usa una segheria mobile per recuperare i tronchi degli alberi abbattuti in città (o caduti per tempeste come Vaia) trasformandoli in arredi urbani e case in legno. Un modo meraviglioso per dare una seconda, nobile, vita a ciò che consideravamo perso».

Cosa possiamo imparare da queste storie? Quali sono le lezioni che può riassumere per i lettori di Grandtour?
«In questo viaggio ho imparato tanto e spero che qualcosa di forte e duraturo rimanga anche nei lettori. Ad esempio...
- lo scarto non è una fine, ma un inizio. Per ottenere ciò, però, dobbiamo cambiare prospettiva. Che si tratti di fondi di caffè che diventano tazzine, di vecchi mobili da restaurare o di un’auto da rottamare, dobbiamo smettere di usare la parola “rifiuto”. In natura, infatti, non esistono rifiuti perchè, se la filiera è studiata bene secondo i principi dell’ecodesign e facendo delle scelte sapienti, tutto è risorsa;
- la sostenibilità si fa in comunità (il pensiero sistemico). Nessuno salva il pianeta da solo: le storie di successo, dalle biblioteche degli oggetti come Leila a realtà come l’Armadio senza chiavi, ci insegnano che l’economia circolare funziona quando si creano reti di fiducia. La condivisione non fa bene solo all’ambiente, ma rigenera il tessuto sociale e combatte l’individualismo;
- riparare è (anche) un atto politico (e d’amore). In una società che ci spinge all’usa e getta e all’obsolescenza programmata, scegliere di aggiustare un oggetto (che sia un elettrodomestico, un vestito o un vecchio giocattolo) è, a volte, una ribellione. Significa dare valore al lavoro di chi lo ha prodotto e alle risorse della Terra impiegate per crearlo anche se questo può voler dire investire del tempo rispetto al semplice ricomprare oggetti su una piattaforma e via».
4. il lavoro deve avere uno scopo (purpose-driven work). Le nuove professioni verdi - i cosiddetti green jobs - non richiedono solo competenze tecniche, ma una profonda base etica. I protagonisti del libro non lavorano solo per il profitto (anzi, in alcuni casi questa è l’ultima ragione del loro operato, mi verrebbe da dire purtroppo perchè potrebbe anche essere un limite per la scalabilità), ma per generare un impatto positivo. È la ricerca di un significato che trasforma un mestiere in una missione;
- il futuro non si aspetta, si costruisce (votando col portafoglio). Non dobbiamo delegare il cambiamento solo ai grandi vertici internazionali sul clima. Molte grandi decisioni devono essere prese dall’alto, ma, nel frattempo, ognuno di noi ha un potere: quello di scegliere. Scegliere cosa comprare, chi sostenere, come muoversi. Ogni scontrino (anche quello non fatto) è una scheda elettorale con la quale decidiamo in che mondo vogliamo vivere».
