Quanto costa lo scrolling? Meta pagherà 18 miliardi per i danni da social ai minori
Chiuso uno dei più importanti procedimenti sulla tutela dei minori online: oltre al risarcimento, Instagram e Facebook dovranno introdurre nuove limitazioni per gli adolescenti
Meta ha raggiunto un accordo da 18 miliardi di dollari per chiudere una delle cause più rilevanti mai intentate negli Stati Uniti contro una società tecnologica per i potenziali danni provocati dai social network ai minori. Al centro del procedimento c’erano Instagram e Facebook e, soprattutto, l’accusa secondo cui Meta avrebbe progettato alcune caratteristiche delle proprie piattaforme con l’obiettivo di aumentare il tempo trascorso dagli utenti sui social, pur conoscendo i possibili effetti negativi sui più giovani. Per i prossimi anni l’azienda dovrà infatti modificare concretamente il funzionamento delle piattaforme per gli utenti adolescenti, introducendo limiti di utilizzo, restrizioni alle notifiche e maggiori strumenti di controllo da parte dei genitori. Il caso si inserisce in una battaglia legale che negli Stati Uniti coinvolge ormai buona parte dell’industria digitale. Negli ultimi anni Facebook, Google e TikTok hanno già pagato miliardi di dollari per chiudere procedimenti relativi alla privacy, alla raccolta dei dati personali e alla protezione dei minori. La differenza è che questa volta sotto accusa non c’è soltanto il trattamento dei dati: c’è il modo stesso in cui un social network viene progettato.
Perché Meta dovrà pagare 18 miliardi di dollari
La causa originaria risale al 2023, quando 29 Stati americani avviarono un procedimento contro Meta accusandola di numerose violazioni delle leggi federali e statali sulla privacy e sulla tutela dei bambini. Negli anni successivi il fronte legale si è ampliato fino a coinvolgere quasi tutti gli Stati Uniti. L’accordo raggiunto nel 2026 prevede complessivamente circa 18 miliardi di dollari di pagamenti, distribuiti nell’arco di dieci anni. Meta non ha ammesso alcuna responsabilità e l’accordo deve essere approvato dal tribunale. Nel frattempo, il processo è stato sospeso. Per comprendere le dimensioni dell’intesa basta confrontarla con le cifre circolate durante il procedimento. Meta aveva sostenuto che, applicando nella maniera più estesa le richieste avanzate nei suoi confronti, il risarcimento teorico avrebbe potuto raggiungere circa 1.400 miliardi di dollari. I procuratori avevano invece indicato una cifra nell’ordine dei 200 miliardi. I 18 miliardi concordati sono quindi molto inferiori agli scenari più estremi, e saranno peraltro versati nell’arco di un decennio. Meta ha registrato oltre 200 miliardi di dollari di ricavi nel solo 2025: dal punto di vista strettamente finanziario l’impatto dell’accordo è dunque significativo, ma sostenibile. Il vero problema per l’azienda è un altro: il procedimento mette direttamente in discussione il modello con cui vengono costruite alcune delle piattaforme digitali più utilizzate al mondo.
L’accusa: social progettati per trattenere i minori
Gli Stati americani sostenevano che Meta fosse a conoscenza dei potenziali effetti negativi delle proprie piattaforme sui giovani e che non avesse fatto abbastanza per limitarli. Durante il processo sono stati utilizzati milioni di documenti interni all’azienda, tra cui ricerche, e-mail e conversazioni fra dipendenti e dirigenti. In uno dei documenti interni dedicati a Instagram compariva una frase particolarmente significativa: gli adolescenti avrebbero utilizzato, parlando del proprio rapporto con il social network, una narrativa simile a quella delle persone dipendenti da una sostanza o da un comportamento. Secondo l’accusa, nonostante queste informazioni Meta avrebbe continuato a sviluppare prodotti e sistemi capaci di massimizzare il coinvolgimento degli utenti più giovani. Un altro punto centrale riguardava l’età. Gli avvocati degli Stati sostenevano che Meta sapesse da anni della presenza sulle proprie piattaforme di milioni di utenti di 11 e 12 anni, nonostante l’età minima prevista per l’utilizzo ordinario dei servizi.
L’azienda ha sempre respinto la ricostruzione dell’accusa, sostenendo di avere investito ingenti risorse nella sicurezza degli adolescenti e nello sviluppo di strumenti destinati alla loro protezione.
Il processo avrebbe potuto però produrre conseguenze molto più ampie di un semplice risarcimento. Una decisione giudiziaria sfavorevole avrebbe potuto contribuire a ridefinire anche il perimetro delle protezioni legali di cui godono le piattaforme negli Stati Uniti, a partire dalla Section 230, la norma che limita in molti casi la responsabilità delle società tecnologiche per i contenuti pubblicati dagli utenti. Raggiungere un accordo ha consentito a Meta di evitare questo rischio.
Come cambieranno Instagram e Facebook per gli adolescenti
I 18 miliardi sono soltanto una parte dell’intesa. Meta ha infatti accettato di modificare numerose caratteristiche di Instagram e Facebook per gli utenti minorenni. Tra le misure previste c’è innanzitutto un limite giornaliero predefinito di due ore, calcolato cumulativamente sull'utilizzo di Instagram e Facebook. I ragazzi potranno superarlo soltanto con l’autorizzazione di un genitore. Le notifiche saranno inoltre bloccate durante la notte, tra mezzanotte e le 6 del mattino, mentre durante i giorni scolastici entrerà in funzione una modalità che le silenzierà tra le 8 e le 15. Sono previsti anche avvisi dopo periodi prolungati di utilizzo: un primo messaggio dopo 15 minuti consecutivi e ulteriori notifiche una volta raggiunti determinati livelli di utilizzo giornaliero. Meta dovrà inoltre permettere agli adolescenti di scegliere un feed non governato dagli algoritmi di raccomandazione e di disattivare la riproduzione automatica dei video. I conteggi dei “Mi piace” saranno nascosti di default e alcune tipologie di filtri estetici particolarmente invasivi non saranno disponibili. Il principio è significativo: invece di affidare esclusivamente agli utenti o ai genitori il compito di attivare strumenti di protezione, molte delle limitazioni dovranno essere abilitate automaticamente. La logica del prodotto viene così ribaltata. Fino a oggi molte funzioni di sicurezza erano disponibili ma richiedevano una scelta volontaria da parte dell’utente; con il nuovo sistema, per rimuovere alcune protezioni sarà necessario l’intervento del genitore.
Il problema irrisolto della verifica dell’età
Applicare queste regole richiede però di sapere con ragionevole certezza se dietro un account ci sia un adulto o un minore. Ed è qui che emerge uno dei problemi più delicati dell’accordo. I sistemi di verifica dell’età utilizzati oggi possono basarsi sulla richiesta di un documento, sull’analisi biometrica del volto oppure sull’osservazione di una serie di comportamenti digitali per stimare l’età dell’utente.
Nessuna di queste tecnologie è priva di problemi.
I sistemi basati sull’analisi comportamentale possono commettere errori e classificare un adulto come adolescente o viceversa. La richiesta di un documento o di una scansione biometrica è più precisa, ma obbliga gli utenti a condividere informazioni estremamente sensibili soltanto per accedere a un servizio online. Si crea quindi un paradosso: per aumentare la sicurezza dei minori potrebbe essere necessario raccogliere nuovi dati personali proprio sugli utenti che si vuole proteggere. Le aziende che sviluppano sistemi di verifica sostengono che sia possibile ridurre il rischio evitando di conservare i documenti. Una piattaforma potrebbe, per esempio, ricevere semplicemente un’informazione certificata sul fatto che l’utente abbia superato o meno una determinata soglia di età. Resta però il problema della trasmissione delle informazioni. Una password compromessa può essere modificata; un volto, un’impronta digitale o un documento d’identità sono molto più difficili da sostituire. La vera prova dell’accordo inizierà quindi quando Meta dovrà trasformare gli impegni presi in tribunale in sistemi capaci di funzionare per centinaia di milioni di utenti.
Da Facebook a TikTok: i grandi precedenti di Big Tech
Negli ultimi anni le autorità americane hanno ottenuto alcuni accordi miliardari dai giganti della tecnologia, soprattutto per controversie legate alla privacy e alla raccolta dei dati. Ecco alcuni dei casi che hanno fatto più rumore in questi anni.
2019 – Facebook e i 5 miliardi dopo Cambridge Analytica
Nel 2019 Facebook accettò di pagare 5 miliardi di dollari alla Federal Trade Commission per chiudere un procedimento relativo alla gestione della privacy degli utenti.
Il caso arrivò dopo lo scandalo Cambridge Analytica, che aveva mostrato quanto facilmente i dati raccolti attraverso Facebook potessero essere utilizzati da soggetti esterni.
La FTC contestava inoltre all’azienda la violazione di un precedente accordo sulla privacy. I 5 miliardi rappresentarono all’epoca la più grande sanzione mai imposta negli Stati Uniti per violazioni di questo tipo.
L’accordo non riguardava soltanto il denaro: Facebook dovette modificare anche i propri sistemi interni di controllo e la governance della privacy.
2024 – Meta paga 1,4 miliardi al Texas per i dati biometrici
Cinque anni dopo fu ancora Meta a dover affrontare uno dei maggiori contenziosi americani sulla protezione dei dati.
Nel 2024 l’azienda raggiunse un accordo da 1,4 miliardi di dollari con lo Stato del Texas per chiudere una causa relativa all’utilizzo dei sistemi di riconoscimento facciale.
Secondo il Texas, Facebook aveva acquisito per anni informazioni biometriche relative a milioni di persone senza ottenere il consenso previsto dalla legislazione statale.
La tecnologia contestata era collegata soprattutto ai sistemi che analizzavano automaticamente i volti presenti nelle fotografie e suggerivano l’identità delle persone da taggare.
Meta accettò di versare il risarcimento nell’arco di cinque anni.
2025 – Google versa 1,375 miliardi al Texas
Nel 2025 anche Google raggiunse un accordo con il Texas da 1,375 miliardi di dollari.
Le cause riguardavano diversi aspetti della raccolta dei dati degli utenti: la posizione geografica, alcune informazioni ottenute durante la navigazione in modalità Incognito e dati biometrici come la geometria del volto e le caratteristiche della voce.
Il procedimento contestava quindi uno dei punti centrali dell’economia digitale: la quantità di informazioni che una piattaforma può raccogliere sull’utente anche quando quest’ultimo ritiene di avere limitato il tracciamento.
Con oltre 1,3 miliardi di dollari, l’accordo è diventato uno dei maggiori mai raggiunti da Google con uno Stato americano per questioni legate alla privacy.
2026 – TikTok paga 400 milioni per la privacy dei minori
Il precedente più vicino al nuovo caso Meta è però quello di TikTok.
Nell’agosto del 2026 ByteDance ha accettato un accordo da 400 milioni di dollari per chiudere una causa relativa alla protezione dei dati dei bambini.
Al centro del procedimento c’erano le accuse secondo cui TikTok avrebbe consentito l’utilizzo della piattaforma a utenti sotto i 13 anni e raccolto informazioni personali senza ottenere il necessario consenso dei genitori.


