Una brutta notizia: da domenica produrremo più plastica di quanta ne possiamo gestire
Il 6 settembre scatta il Plastic Overshoot Day: nel 2026 il 31,6% della plastica mondiale sarà gestito in modo improprio. L’Italia resiste fino al 5 novembre, ma produce ancora 61 chili di rifiuti plastici pro capite all’anno.
Il calendario della plastica finisce domenica 6 settembre. Non perché l’anno sia già consumato, ma perché da quel giorno in poi il mondo avrà prodotto più rifiuti plastici di quanti i sistemi esistenti siano in grado di raccogliere e trattare in sicurezza. È il Plastic Overshoot Day, la data simbolica che misura lo scarto tra ciò che produciamo e ciò che riusciamo davvero a gestire. Da lì alla fine dell’anno, una quota crescente di plastica resterà fuori dal circuito: dispersa nei suoli, trascinata dai fiumi, accumulata nei laghi, in mare e perfino nell’atmosfera.
Il paradosso è che, sulla carta, qualche passo avanti c’è stato. Dal 2021 il Plastic Overshoot Day si è spostato di alcuni giorni verso la fine dell’anno, segno di una capacità di gestione leggermente migliore. Ma la produzione corre più veloce. Negli ultimi cinque anni i rifiuti plastici gestiti in modo inadeguato sono aumentati di oltre tre milioni di tonnellate e, senza un intervento a monte, la quantità di plastica a rischio dispersione potrebbe quasi raddoppiare entro il 2040.
I numeri del 2026 restituiscono la misura del problema. Secondo Earth Action, il 31,6% della plastica prodotta e consumata nel mondo sarà gestito in modo improprio: circa 72 milioni di tonnellate di rifiuti destinate a sfuggire ai sistemi di raccolta e trattamento. Non è però una crisi distribuita in modo uniforme. Dodici Paesi sono responsabili del 60% dei rifiuti plastici mal gestiti a livello globale; Cina, Russia, India, Brasile e Messico guidano la lista. E circa due terzi della popolazione mondiale vive già in territori nei quali la quantità di rifiuti prodotti supera la capacità locale di gestirli in sicurezza.
L’Italia sta un po’ meglio, ma non abbastanza da potersi considerare al riparo. Il suo Plastic Overshoot Day cade il 5 novembre, più tardi della media globale, ma dietro Paesi europei come Svizzera, Francia e Spagna. Soprattutto, resta elevata la quantità di rifiuti generati: circa 61 chili di plastica pro capite ogni anno. È per questo che l’Italia rientra tra gli “Overloaders”, i Paesi che producono volumi particolarmente alti di rifiuti plastici.
Riciclare di più è necessario, ma non basta. La partita, insiste il WWF Italia, che quest’anno celebra i suoi sessant’anni, si gioca prima ancora che un imballaggio diventi rifiuto: riducendo la plastica vergine, progettando oggetti riutilizzabili e realmente riciclabili e rendendo i produttori responsabili dell’intero ciclo di vita.
La plastica, intanto, ha smesso da tempo di essere soltanto un problema che si vede sulle spiagge. Micro e nanoplastiche sono state individuate in diversi organi e tessuti umani, dal cervello alla placenta, dal sistema cardiovascolare all’apparato riproduttivo. Gli effetti a lungo termine sono ancora oggetto di studio, ma la domanda scientifica si è ormai allargata alle migliaia di sostanze chimiche utilizzate nella produzione e trasformazione dei materiali plastici.
Tra queste ci sono i PFAS, le sostanze per- e polifluoroalchiliche finite negli ultimi anni sotto la lente della ricerca e delle autorità sanitarie. Dal 12 agosto l’Unione europea impedisce l’immissione sul mercato degli imballaggi a contatto con alimenti quando la loro presenza supera i nuovi limiti fissati dal regolamento europeo sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio.
«Invertire questa tendenza richiede un cambiamento profondo nelle strategie e nei modelli produttivi», avverte Giorgio Bagordo, Plastic Senior Expert del WWF Italia. La strada indicata dall’associazione è netta: ridurre la produzione di plastica vergine, eliminare progressivamente le sostanze chimiche più pericolose, progettare prodotti destinati davvero al riuso e al riciclo e rafforzare la responsabilità dei produttori.
È qui che il Plastic Overshoot Day smette di essere soltanto una data sul calendario e diventa una misura del nostro modello di sviluppo. Le città, dove si concentrano popolazione, consumi e rifiuti, sono uno dei fronti decisivi: prevenzione, riuso, raccolta differenziata di qualità e infrastrutture adeguate possono fermare una parte della plastica prima che raggiunga corsi d’acqua e mare. Parallelamente il WWF torna a chiedere ai governi di riaprire il negoziato per un Trattato globale sulla plastica ambizioso e giuridicamente vincolante, capace di intervenire non soltanto sui rifiuti, ma sull’intero ciclo di vita del materiale.
Perché il punto, ormai, non è ripulire il mondo dopo averlo riempito di plastica. È evitare di produrne più di quanta il mondo riesca a sopportare.
