In Nepal una frana ha fatto tremare i sismografi come un terremoto di magnitudo 5.2
Un enorme collasso di ghiaccio e roccia precipitato per oltre un chilometro ha innescato la catastrofe al confine con la Cina. Inizialmente interpretato come un sisma, l’evento ha lasciato una firma diversa da quella di un terremoto. Ecco perché
Non sempre quando la Terra trema è un terremoto. A volte è una montagna che si mette in movimento. È quanto accaduto il 26 agosto sull’Himalaya, al confine tra Nepal e Cina, dove il distacco di un’enorme massa di ghiaccio e roccia ha prodotto vibrazioni tanto potenti da essere inizialmente interpretate come quelle di un evento sismico. Soltanto dopo, osservando più attentamente i sismogrammi e confrontandoli con le immagini satellitari, gli scienziati hanno capito che sotto quelle onde si nascondeva un’altra storia. A ricostruirla è l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV). Un enorme blocco si è staccato da un ghiacciaio precipitando per oltre un chilometro. La massa di ghiaccio, rocce e detriti ha raggiunto il fondovalle e, secondo le prime ricostruzioni, ha temporaneamente sbarrato il corso del Lhende Khola. Il cedimento della diga naturale così formatasi ha poi liberato una violentissima colata di acqua, fango e detriti verso valle, travolgendo gli insediamenti lungo il suo percorso.

Il dettaglio più sorprendente arriva però dagli strumenti. In un primo momento l’US Geological Survey aveva classificato il segnale come un terremoto di magnitudo 4.4. Le analisi successive hanno mostrato che non c’era stato un terremoto tettonico: quelle vibrazioni erano state generate dal collasso del ghiacciaio, dagli impatti delle masse rocciose e dalla successiva colata detritica. Nel complesso, spiega l’INGV, l’evento ha liberato un’energia paragonabile a quella di un terremoto di magnitudo 5.2. Le cause che hanno innescato il collasso restano invece ancora oggetto di studio.
È qui che il disastro himalayano diventa anche una straordinaria lezione di geofisica. Perché terremoti e frane possono entrambi far vibrare il terreno, ma lo fanno in maniera diversa. A permettere di leggere con particolare precisione quella differenza è stata anche la stazione sismica broadband IO.EVN, installata nella valle del Khumbu a circa cinquemila metri di quota, appena sei chilometri dal campo base dell’Everest. Operativa dal 2014 presso il Laboratorio-Osservatorio internazionale Pyramid EvK2CNR e gestita dall’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS), è una sorta di orecchio appoggiato sull’Himalaya: registra terremoti, microsismicità, icequake, valanghe e perfino le vibrazioni prodotte dal movimento dei ghiacciai.
Il confronto dei sismogrammi è quasi una traduzione grafica di due fenomeni completamente diversi. Un terremoto arriva all’improvviso: il segnale ha un inizio netto, quasi uno strappo, con ampiezze elevate concentrate nei primi secondi e poi un rapido decadimento. La frana del Nepal, invece, comincia più lentamente e continua molto più a lungo. Nei tracciati compaiono diversi impulsi uno dopo l’altro: è la massa che precipita, impatta sul versante, trascina altro materiale, rotola e continua a muoversi. Una catastrofe che non avviene in un singolo istante, ma si sviluppa nel tempo.
Anche le frequenze raccontano la differenza. Nel terremoto l’energia è distribuita su uno spettro più ampio; nella frana prevalgono invece le basse frequenze, cioè oscillazioni più lente. È proprio la combinazione fra lunga durata, assenza di un unico impulso iniziale e prevalenza delle basse frequenze a permettere agli specialisti di riconoscere la firma di una grande frana e distinguerla da quella generata dalla rottura di una faglia.
Ma c’è un dettaglio che dà la misura dell’energia liberata sull’Himalaya. Il collasso è stato registrato anche in Italia. Alcune stazioni della Rete Sismica Nazionale dell’INGV hanno rilevato le onde prodotte dall’evento a migliaia di chilometri di distanza. Tra queste quella di LMD, in provincia di Firenze. Da così lontano il segnale assume caratteristiche che possono assomigliare ancora di più a quelle di un terremoto, con onde P, S e superficiali riconoscibili: per stabilirne la vera origine servono quindi analisi più complesse.
È forse questo l’aspetto più affascinante della vicenda, dentro una catastrofe che sull’Himalaya ha mostrato ancora una volta la fragilità estrema delle grandi regioni glaciali, oggi più di ieri a causa del climate change. Un sismometro non registra soltanto i terremoti. Ascolta il pianeta: il ghiaccio che si frattura, una parete che cede, una valanga che prende velocità, miliardi di tonnellate di materiale che precipitano in una valle. E trasforma quel fragore in una linea. Il 26 agosto, dall’altra parte del mondo, una montagna è crollata. Qualche minuto dopo, anche in Italia, gli strumenti avevano già cominciato a raccontarlo.


