Sempre più caldo e con minore biodiversità, ecco perché il Mediterraneo è al limite

A lanciare l'allarme è Fondazione Marevivo, che richiama l'attenzione sugli effetti sempre più evidenti del climate change

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Sempre più caldo e con minore biodiversità, ecco perché il Mediterraneo è al limite
Photo by Jorge Fernández Salas

Il Mediterraneo continua a scaldarsi a ritmi preoccupanti. Le temperature superficiali del mare hanno raggiunto valori superiori di oltre 4 °C rispetto alla media degli ultimi quarant'anni, confermando una tendenza che sta trasformando profondamente uno dei mari più ricchi di biodiversità del pianeta. A lanciare l'allarme è Fondazione Marevivo, che richiama l'attenzione sugli effetti sempre più evidenti del riscaldamento del mare: perdita di biodiversità, alterazione degli ecosistemi, diffusione di specie tropicali, riduzione dell'ossigeno nelle acque profonde e aumento della frequenza di eventi meteorologici estremi.

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Il Mediterraneo sta progressivamente perdendo le caratteristiche di mare temperato. Le specie adattate alle acque più fredde sono in regressione, mentre avanzano quelle tipiche dei mari caldi e tropicali. L'innalzamento delle temperature interessa anche gli strati più profondi della colonna d'acqua, provocando fenomeni di mortalità tra organismi particolarmente sensibili, come le gorgonie. Parallelamente, la diminuzione della formazione di acque profonde nel Golfo del Leone, nel Nord Adriatico e nel Nord Egeo riduce il trasporto di ossigeno verso gli abissi, mettendo a rischio gli ecosistemi profondi. Lo stesso processo interessa anche gli oceani, dove lo scioglimento dei ghiacci polari sta alterando la circolazione termoalina. Il Mediterraneo rappresenta, in questo senso, un laboratorio naturale in cui gli effetti del cambiamento climatico si manifestano con particolare anticipo.

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Il riscaldamento del mare ha ripercussioni anche sul clima sia perché assorbe il 90% del calore atmosferico, sia perché l'aumento dell'evaporazione alimenta eventi meteorologici estremi, con piogge intense e alluvioni che seguono lunghi periodi di siccità. La cosiddetta tropicalizzazione del Mediterraneo è ormai una realtà consolidata. Anche specie simbolo del nostro mare, come la Posidonia oceanica, che dal 2024 ha iniziato a mostrare segni di sofferenza: dopo anni di fioriture favorite dall'aumento delle temperature, si osservano fenomeni di sbiancamento dovuti allo stress termico, analoghi a quelli che colpiscono le barriere coralline tropicali.

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“Il riscaldamento così repentino del Mediterraneo si verifica perché si tratta di un bacino semichiuso. Il periodo più critico deve ancora arrivare – spiega il Prof. Roberto Danovaro, membro del Comitato Scientifico di Marevivo. – Tra luglio e agosto può ancora raggiungere o superare la soglia critica dei 30-31 °C. Oltre questo limite si entra in una condizione di forte stress termico che può innescare fenomeni di moria diffusa della fauna marina”.

Uno scenario simile si era già verificato nell'estate 2024, quando il forte riscaldamento e la riduzione dell'ossigeno disciolto provocarono estese morie di piccoli crostacei, granchi, cozze, organismi bentonici e della stessa Posidonia oceanica.

“Le ondate di calore, sempre più frequenti e intense a causa dei cambiamenti climatici, mettono a rischio anche gli interventi di ripristino degli habitat marini – sottolinea il prof. Danovaro. – Per questo motivo, le operazioni di restauro ecologico devono essere accompagnate da adeguate strategie di conservazione preventiva e dall’individuazione dei cosiddetti rifugi climatici dove le temperature si mantengono equilibrate. In particolare, è fondamentale preservare in laboratorio gli organismi e i materiali biologici destinati ai progetti di ripopolamento e restauro, così da evitare che vengano danneggiati dagli eventi climatici estremi”.

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“Quando si parla di cambiamenti climatici si pensa soprattutto agli effetti più evidenti, ma si presta meno attenzione alle specie che sostengono il funzionamento degli ecosistemi. Nel Mediterraneo le foreste marine di Cystoseira stanno scomparendo, con gravi conseguenze per la biodiversità. Il cambiamento climatico è una delle cause principali, ma agisce insieme ad altre pressioni, come l'inquinamento, i pesticidi e il degrado degli habitat, accelerando questi processi – afferma la Prof.ssa Simonetta Fraschetti, membro del Comitato Scientifico di Marevivo – Le lunghe serie temporali raccolte con metodi standardizzati mostrano cambiamenti profondi anche in molti altri organismi marini. Per questo il monitoraggio a lungo termine e la condivisione dei dati sono oggi una priorità della ricerca europea. In questo contesto, le Aree Marine Protette, pur non potendo fermare il cambiamento climatico, aumentano la resilienza degli ecosistemi e ne rallentano il degrado”.

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"I dati del Sistema Nazionale per la Protezione dell'Ambiente confermano un trend ormai incontrovertibile: nel 2025 la temperatura media annuale dei mari italiani ha raggiunto i 20 °C, con punte superiori ai 26 °C nei mesi estivi, oltre 1 °C sopra la media climatologica 1991-2020 - dichiara Maria Alessandra Gallone, presidente di ISPRA e SNPA. -  Il Mediterraneo sta diventando sempre più favorevole alla diffusione di specie non indigene, come il granchio blu, il pesce scorpione e i pesci coniglio, con effetti sugli habitat, sulla biodiversità e sulle attività economiche. Pur a fronte del 94,9% della qualità delle acque di balneazione italiane classificata eccellente, è indispensabile rafforzare le azioni di mitigazione e adattamento, investendo nel monitoraggio scientifico e nel ripristino degli ecosistemi per proteggere il futuro del nostro mare”.
“Studi e modelli climatici prodotti dal Consiglio Nazionale delle Ricerche confermano che il Mediterraneo rappresenta oggi uno dei principali siti in cui osservare gli effetti del cambiamento climatico a livello globale. Un'evoluzione che non può essere considerata episodica, ma evidenzia una trasformazione strutturale del nostro mare, con implicazioni profonde per gli ecosistemi, la biodiversità, le attività economiche e la sicurezza delle comunità costiere” - 
dichiara Andrea Lenzi, Presidente del CNR - “Siamo impegnati a produrre conoscenze scientifiche solide, indispensabili per orientare politiche di adattamento e mitigazione sempre più efficaci, ma ancora di più dobbiamo contribuire a un cambiamento culturale che metta istituzioni e società nelle condizioni di prendere decisioni importanti e immediate, perché è dal mare che si genera la vita”.
“Noi possiamo difenderci dal caldo raffrescando gli ambienti in cui viviamo, ma il Mediterraneo no. Possiamo alleviare i sintomi, ma solo la transizione ecologica può intervenire sulle cause del surriscaldamento –
dichiara Ferdinando Boero, Vicepresidente di Marevivo. – Quello che stiamo osservando non è un episodio sporadico, ma il segnale di un cambiamento strutturale che interessa il Mediterraneo. La sua natura di mare chiuso lo rende particolarmente vulnerabile al riscaldamento e ogni nuovo record di temperatura è un campanello d'allarme che non possiamo ignorare. Proteggere il Mediterraneo significa proteggere la biodiversità, la salute delle persone, le economie costiere e il futuro delle nuove generazioni. Non possiamo limitarci a rincorrere le emergenze: servono politiche di prevenzione e la transizione ecologica. Per questo Marevivo, con la campagna Only One, continua a promuovere la transizione energetica e alimentare e un modello di economia circolare”.

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