Coralli sotto stress, ecco come si scalda il Mediterraneo
In un quadro di mari sempre più caldi, il progetto MedCoral Guardians di Marevivo documenta gli effetti sulla Cladocora e indica possibili azioni di tutela
Il Mediterraneo è spesso raccontato come un mare familiare, vicino, attraversato da rotte turistiche, pesca, porti, città costiere e aree marine protette. Ma proprio questa sua apparente prossimità rischia di far dimenticare quanto sia fragile. È un bacino semichiuso, densamente abitato lungo le coste e sottoposto a molte pressioni: riscaldamento climatico, traffico marittimo, inquinamento, pesca, urbanizzazione costiera e turismo.
Negli ultimi anni, però, il segnale più evidente arriva dalle temperature. Secondo i dati richiamati dalla Fondazione Marevivo, il Mediterraneo ha fatto registrare temperature record, con un picco storico raggiunto a giugno 2025, quando la temperatura superficiale media del mare ha sfiorato i 24°C. Il dato trova riscontro anche nei monitoraggi di Copernicus Marine, secondo cui giugno 2025 è stato il giugno più caldo mai registrato per il Mediterraneo, con una temperatura superficiale media pari a 23,86°C.
Un mare più caldo modifica gli equilibri degli ecosistemi, altera la distribuzione delle specie, favorisce l’arrivo o l’espansione di specie termofile e può mettere in difficoltà gli organismi più sensibili. Tra questi ci sono i coralli mediterranei, meno noti rispetto alle grandi barriere tropicali, ma fondamentali per la biodiversità del Mare Nostrum.
La Cladocora, il corallo mediterraneo che racconta la crisi climatica
Al centro del progetto MedCoral Guardians c’è la Cladocora caespitosa, conosciuta anche come madrepora cuscino. È un corallo endemico del Mediterraneo e rappresenta una delle specie più preziose degli ambienti costieri. La sua importanza non è soltanto estetica o naturalistica: le colonie di Cladocora offrono rifugio e nutrimento a numerose specie marine, contribuiscono alla complessità degli habitat e funzionano come bioindicatori della qualità delle acque e degli effetti del cambiamento climatico.

Il problema è che la Cladocora è particolarmente sensibile allo stress termico. Le ondate di calore marine, sempre più frequenti e intense, possono provocare fenomeni di sbiancamento. Quando lo stress si prolunga, il corallo perde vitalità e intere colonie possono andare incontro alla morte. È un processo che richiama quanto accade nelle barriere coralline tropicali, ma che nel Mediterraneo assume caratteristiche proprie, legate a un ecosistema più ristretto, più antropizzato e con minori margini di recupero.
MedCoral Guardians: ricerca, citizen science e comunità locali
Il progetto MedCoral Guardians, promosso dalla Fondazione Marevivo con il contributo di The Nando and Elsa Peretti Foundation, è stato realizzato nelle Aree Marine Protette di Ustica, Tavolara-Punta Coda Cavallo e Punta Campanella. La scelta delle AMP non è casuale: le aree marine protette sono laboratori naturali, luoghi in cui osservare meglio gli ecosistemi, sperimentare interventi di tutela e coinvolgere comunità locali, operatori del mare, subacquei, scuole e visitatori.
In due anni di attività il progetto ha mappato oltre 6.000 metri quadrati di fondale tra Ustica e Tavolara, raccolto più di 200 osservazioni scientifiche, coinvolto circa 800 studenti in attività di educazione ambientale, attivato 17 centri diving e mobilitato migliaia di subacquei in iniziative di monitoraggio.
La tutela dei coralli non viene presentata come un’attività chiusa nei laboratori, ma come un percorso condiviso. La ricerca scientifica produce dati, ma la conservazione funziona davvero quando quei dati diventano conoscenza diffusa, comportamenti più responsabili e strumenti pratici di protezione.
Restauro ecologico: cosa insegnano i primi risultati
Le analisi hanno mostrato anche che la vitalità del corallo è influenzata da fattori ambientali come profondità, illuminazione e composizione delle comunità algali.
Su questa base è stata avviata una fase di restauro, realizzata seguendo protocolli dell’Università Politecnica delle Marche. In particolare, la tecnica di restauro “multispecie”, sperimentata nell’ambito del progetto, si è rivelata la più efficace. Dopo un anno, il tasso di sopravvivenza complessivo è stato del 40% e gli esemplari sopravvissuti erano associati a strutture di coralli e macroalghe trapiantati insieme.

Il dato è importante perché suggerisce un possibile meccanismo di protezione naturale: le macroalghe, con il loro effetto “ombrello”, possono ridurre l’esposizione diretta alla radiazione solare e quindi attenuare lo stress termico sulla Cladocora. Un ulteriore segnale positivo arriva dalla sperimentazione dell’Università Politecnica delle Marche, che ha permesso di allevare con successo 200 frammenti di corallo, con il 100% di sopravvivenza e crescita attiva.
Proteggere gli habitat prima ancora di restaurarli
Un altro risultato concreto arriva dall’Area Marina Protetta di Ustica, dove sono stati realizzati due percorsi subacquei per promuovere la conoscenza della Cladocora e del suo stato di salute. Sempre a Ustica sono state installate cinque boe di ormeggio destinate ai diving, grazie al supporto di Caronte S.p.A., con l’obiettivo di ridurre gli ancoraggi dannosi.

Secondo Marevivo, questa misura ha consentito di evitare in una sola stagione oltre 6.000 ancoraggi potenzialmente dannosi per la Cladocora. È un dato molto concreto, perché mostra un principio spesso sottovalutato: il restauro è importante, ma la conservazione comincia dalla riduzione delle pressioni dirette. Se un habitat è già sotto stress per l’aumento delle temperature, ogni ulteriore impatto locale può peggiorarne la condizione.
In questo senso, boe, percorsi subacquei, formazione dei diving e coinvolgimento dei visitatori non sono interventi accessori. Sono parte integrante di una strategia di adattamento e protezione.
Dal Mediterraneo al mondo: oceani vicini ai record
Allargando lo sguardo, il caso Mediterraneo si inserisce in un quadro globale preoccupante. Secondo il Copernicus Climate Change Service, la temperatura superficiale media degli oceani tra 60°S e 60°N nel marzo 2026 è stata di 20,97°C, il secondo valore più alto mai registrato per quel mese. Il mese di marzo 2026 è stato inoltre il quarto marzo più caldo a livello globale, con una temperatura media pari a 1,48°C sopra i livelli preindustriali.
Questi dati raccontano un sistema climatico sotto pressione. Gli oceani assorbono una parte enorme del calore in eccesso prodotto dal riscaldamento globale, ma questa funzione di “cuscinetto” ha un prezzo. Mari più caldi significano più energia disponibile per eventi estremi, maggiore stress per gli ecosistemi marini, alterazione delle correnti, impatti sulla pesca e rischi crescenti per le comunità costiere.

Le temperature marine nel 2026 si sono avvicinate di nuovo ai massimi storici e potrebbero accompagnare il ritorno di El Niño, il fenomeno climatico naturale legato al riscaldamento delle acque superficiali nel Pacifico equatoriale centro-orientale.
El Niño e riscaldamento globale: perché il 2027 preoccupa
El Niño non è causato dal cambiamento climatico: è una oscillazione naturale del sistema oceano-atmosfera. Tuttavia, quando si sviluppa in un pianeta già riscaldato dalle emissioni di gas serra, può amplificare temporaneamente le temperature globali e contribuire a nuovi record di calore.
Secondo l’Organizzazione Meteorologica Mondiale, nel 2026 esiste un’alta probabilità di sviluppo di condizioni di El Niño tra giugno e agosto, con probabilità elevate di prosecuzione almeno fino a novembre. Anche NOAA ha indicato la possibilità che El Niño emerga entro luglio 2026 e continui durante l’inverno.
Il meccanismo è noto: durante El Niño, l’indebolimento degli alisei favorisce l’accumulo di acque più calde nel Pacifico centro-orientale. Questo modifica la circolazione atmosferica e può influenzare le condizioni meteorologiche in molte aree del mondo, aumentando il rischio di siccità in alcune regioni e di piogge intense o alluvioni in altre.
Gli ultimi grandi episodi di El Niño, tra il 2014 e il 2016 e tra il 2023 e il 2024, sono stati associati a forti anomalie termiche globali. Il 2024 è stato l’anno più caldo mai registrato, per effetto combinato del riscaldamento globale di origine antropica e del contributo di un forte El Niño. Per questo il possibile ritorno del fenomeno alimenta l’attenzione sul 2027, che potrebbe diventare un nuovo anno estremamente caldo.
Coralli tropicali e mediterranei: ecosistemi diversi, stessa vulnerabilità
Il collegamento tra Mediterraneo e mondo diventa ancora più evidente osservando i coralli tropicali. Le barriere coralline coprono meno dell’1% dei fondali oceanici, ma sostengono almeno il 25% delle specie marine. Sono quindi ecosistemi piccoli per estensione, ma enormi per valore ecologico.

Il problema è che sono tra gli ambienti più vulnerabili al riscaldamento globale. L’IPCC stima che, con un riscaldamento globale di 1,5°C, potrebbe andare perduto il 70-90% dei coralli tropicali oggi esistenti; con 2°C, la perdita potrebbe arrivare fino al 99%. NOAA ha inoltre confermato che tra il 2023 e il 2025 si è verificato il quarto evento globale di sbiancamento dei coralli, legato a condizioni di stress termico eccezionali.
Il Mediterraneo non ospita le grandi barriere coralline tropicali, ma la logica ecologica è simile: quando il mare si scalda troppo e troppo a lungo, gli organismi più sensibili entrano in crisi. La Cladocora diventa così una sentinella mediterranea di un fenomeno più ampio.