Squali e razze, la grande sfida della convivenza
Nella Giornata mondiale dedicata a questi antichi abitanti degli oceani, il Wwf rilancia l’urgenza della loro tutela. Nel Golfo di Trieste una sperimentazione prova a difendere gli allevamenti di mitili senza danneggiare la rarissima vaccarella di mare.
Per secoli li abbiamo osservati attraverso il filtro della paura. Una pinna che affiora, una sagoma nell’acqua, e lo squalo torna a essere il mostro perfetto del nostro immaginario: silenzioso, imprevedibile, affamato. La realtà raccontata dalla scienza è quasi opposta. Il vero pericolo, oggi, non sono gli squali per l’uomo, ma l’uomo per gli squali. Il 14 luglio, Giornata mondiale degli squali, serve innanzitutto a rovesciare questa prospettiva. Squali, razze e chimere appartengono a uno dei gruppi più antichi e affascinanti di vertebrati del pianeta e svolgono funzioni decisive negli ecosistemi acquatici. Molte specie regolano le popolazioni delle loro prede, eliminano individui deboli o malati e contribuiscono a mantenere in equilibrio reti alimentari costruite nel corso di milioni di anni.
Eppure proprio questi animali, così perfettamente adattati alla vita marina, si mostrano estremamente vulnerabili alla pressione umana. Crescono lentamente, raggiungono tardi la maturità sessuale e generano pochi piccoli: caratteristiche che rendono difficile recuperare popolazioni impoverite dalla pesca. A livello globale il 37% delle specie di squali, razze e chimere è considerato minacciato di estinzione, soprattutto a causa della cattura intenzionale o accidentale, alla quale si aggiungono la perdita degli habitat, l’inquinamento e il cambiamento climatico.
Nel Mediterraneo la situazione è ancora più delicata. Il bacino ospita circa ottanta specie di elasmobranchi e, secondo i dati richiamati dal WWF, oltre il 60% di quelle valutate dall’Unione internazionale per la conservazione della natura risulta minacciato. Un patrimonio biologico spesso invisibile, che continua a nuotare vicino alle nostre coste ma che rischia di scomparire senza aver mai davvero trovato spazio nella consapevolezza collettiva.

La rara vaccarella nel Golfo di Trieste
È in questo scenario che acquista particolare valore la storia proveniente dal Golfo di Trieste, dove la tutela di una specie in pericolo incontra un problema concreto vissuto da chi lavora sul mare. Negli ultimi anni i mitilicoltori di Grignano hanno segnalato danni crescenti agli allevamenti provocati dalla vaccarella di mare, Aetomylaeus bovinus, una delle razze più rare del Mediterraneo, classificata dall’IUCN in pericolo critico di estinzione. Muovendosi talvolta in gruppi numerosi, questi grandi pesci cartilaginei si alimentano dei mitili coltivati, danneggiando le reste – le reti tubolari nelle quali crescono i molluschi – e causando perdite economiche alle aziende.

Le attività di monitoraggio dell’Area Marina Protetta di Miramare, Oasi WWF, hanno però mostrato anche l’altra faccia del fenomeno. Nelle acque del Golfo sono state osservate aggregazioni stagionali composte da oltre quaranta esemplari. Gli avvistamenti raccolti nel tempo, anche grazie alle iniziative di citizen science del progetto LIFE EUSharks, hanno permesso di riconoscere quest’area come uno dei luoghi più importanti del Mediterraneo per lo studio e la conservazione della vaccarella. La questione, dunque, non poteva essere risolta semplicemente allontanando o eliminando gli animali. Occorreva trovare una strada capace di proteggere contemporaneamente una specie rarissima e un’attività produttiva radicata nel territorio. Nei giorni scorsi i ricercatori dell’Università Politecnica delle Marche e dell’Università di Padova, impegnati nel progetto europeo LIFE PROMETHEUS, hanno lavorato insieme alla Cooperativa Shoreline e all’Area Marina Protetta di Miramare per avviare una sperimentazione sul campo, su invito del progetto LIFE EUSharks. Sulle reste utilizzate per la coltivazione dei mitili è stato installato un sistema di deterrenti magnetici, concepito per ridurre l’avvicinamento dei grandi pesci cartilaginei senza ferirli, catturarli o alterarne permanentemente il comportamento. L’obiettivo è verificare se i dispositivi possano limitare la predazione della vaccarella e, nello stesso tempo, lasciare inalterate la crescita e la qualità dei molluschi allevati. L’efficacia del sistema sarà valutata attraverso il monitoraggio delle prossime settimane.
Una tecnologia da estendere al Mediterraneo
Quella avviata a Grignano non è una prova isolata. LIFE PROMETHEUS sta sperimentando deterrenti magnetici ed elettrici in dodici aree strategiche del Mediterraneo, con l’obiettivo di ridurre le catture accidentali di squali e razze provocate da palangari, reti da posta e altri strumenti di pesca. Il progetto punta a diminuire almeno del 30% il fenomeno del bycatch nelle aree interessate, coinvolgendo direttamente pescatori e comunità costiere. La ricerca interessa alcune delle specie più minacciate del nostro mare, come lo squalo mako, la verdesca e la stessa vaccarella. Accanto alle tecnologie applicate alla pesca, il progetto promuove codici di comportamento per l’osservazione subacquea responsabile nei luoghi di aggregazione degli elasmobranchi e forme di turismo capaci di produrre reddito senza trasformare la presenza degli animali in una nuova fonte di disturbo. Il caso del Golfo di Trieste offre così un’immagine diversa della conservazione. Non una natura chiusa sotto una campana di vetro, separata dalle esigenze delle persone, ma un laboratorio nel quale scienza, imprese e istituzioni cercano insieme un equilibrio. Perché la convivenza non nasce dall’assenza di conflitti, ma dalla capacità di comprenderli e affrontarli senza ricorrere alla soluzione più semplice: eliminare ciò che ci crea un problema.

L’Italia ha bisogno di un Piano nazionale
La Giornata mondiale degli squali diventa anche l’occasione per riportare al centro una richiesta avanzata da tempo dal WWF: l’adozione di un Piano d’azione nazionale per gli elasmobranchi, promosso dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica e dal Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste. Un piano capace di riunire dati scientifici, monitoraggi, protezione degli habitat, gestione della pesca e strumenti per la riduzione delle catture accidentali. Le conoscenze raccolte nei mari italiani e le esperienze maturate attraverso i progetti europei costituiscono ormai una base sufficientemente solida per costruire una strategia condivisa. Proteggere squali e razze, del resto, non significa soltanto evitare la scomparsa di animali straordinari. Significa permettere al mare di conservare le relazioni che lo tengono vivo. Nel Mediterraneo riscaldato dal cambiamento climatico e sottoposto a una pressione crescente, il ritorno degli elasmobranchi al proprio ruolo ecologico rappresenterebbe un segnale di salute per l’intero ecosistema. Da Trieste arriva allora una piccola, concreta lezione. La scelta non è tra la vaccarella e i mitilicoltori, tra biodiversità ed economia. La vera sfida consiste nell’investire abbastanza in conoscenza e innovazione perché entrambi possano continuare a trovare spazio nello stesso mare.



