Ora c'è uno studio che lo conferma: parliamo sempre meno
Ogni anno pronunciamo 338 parole in meno al giorno. Non scompare il linguaggio, ma rinunciamo ai piccoli incontri quotidiani, affidandoci sempre più agli schermi. E così, nell’epoca della connessione permanente, rischiamo di diventare sempre più soli
Siamo continuamente raggiungibili, commentiamo fotografie di sconosciuti e sappiamo in tempo reale dove ha cenato un amico che non vediamo da mesi. Eppure, mentre cresce fatalmente il traffico delle nostre conversazioni digitali, la voce umana sembra ritirarsi dalla vita quotidiana. Non con un blackout improvviso, ma parola dopo parola: 338 in meno al giorno per ogni anno che passa.
Il dato arriva da uno studio di Valeria A. Pfeifer, dell’Università del Missouri-Kansas City, e Matthias R. Mehl, dell’Università dell’Arizona, pubblicato su Perspectives on Psychological Science con un titolo che è già una diagnosi: Sliding Into Silence?, vale a dire scivolando nel silenzio. I ricercatori non stavano cercando una grande mutazione sociale. Volevano verificare un vecchio studio sulla presunta maggiore loquacità femminile. Ma confrontando 22 ricerche condotte tra il 2005 e il 2019, per un totale di circa 2.200 persone, hanno incontrato un altro fenomeno: all’inizio del periodo si pronunciavano in media quasi 16 mila parole al giorno; alla fine, circa 12.700.
Trecentotrentotto parole possono sembrare poche. Non lo sono. Moltiplicate per un anno superano le 120 mila: un piccolo romanzo che ciascuno di noi smette di pronunciare ogni dodici mesi. Ma il punto, osserva Mehl, è che non abbiamo cancellato una sola, lunga conversazione. Abbiamo perso una costellazione di scambi minuscoli: la domanda rivolta al negoziante, due battute con il vicino, un’indicazione chiesta per strada, il commento sul tempo mentre si aspetta un caffè.
È forse questa la forma più sottile della solitudine contemporanea. Non necessariamente una casa vuota o un telefono che non squilla, ma una giornata perfettamente efficiente nella quale - in fondo - non occorre parlare con nessuno.
Il navigatore sostituisce il passante, la cassa automatica il cassiere, l’app il cameriere, il messaggio vocale la telefonata. Persino l’attesa, un tempo territorio naturale della conversazione casuale, viene immediatamente occupata dallo schermo.
Naturalmente, lo studio non stabilisce che smartphone e social network siano i colpevoli. I dati terminano nel 2019, riguardano soprattutto gli Stati Uniti e alcuni campioni europei, e mostrano una tendenza, non il suo movente. La coincidenza temporale con l’esplosione della comunicazione digitale è però difficile da ignorare. Ed è significativa soprattutto tra i più giovani: sotto i 25 anni il calo stimato è di 452 parole l’anno, contro le 314 degli adulti. Ma poiché la diminuzione interessa entrambe le fasce d’età, il telefono non basta a spiegare tutto.
D’altra parte, non è detto che oggi produciamo meno parole. Forse ne scriviamo perfino di più: chat, post, commenti, email, messaggi. Il problema è capire se una frase digitata equivalga davvero a una frase detta. La voce porta con sé esitazioni, ritmo, tono, imbarazzo, ironia; pretende una risposta immediata e ci espone all’imprevisto dell’altro. Online possiamo correggerci, cancellare, scegliere l’emoji giusta, rimandare. Possiamo soprattutto essere presenti senza esserci.
I social promettono una piazza sempre aperta, ma spesso ci consegnano una socialità senza attrito: selezionata, filtrata, interrompibile. È una compagnia numerosa e, insieme, stranamente solitaria. Non perché ogni relazione digitale sia povera — per molte persone la rete crea legami, offre sostegno e rompe isolamenti reali — ma perché rischia di occupare lo spazio delle interazioni più modeste, quelle che non scegliamo e che proprio per questo ci ricordano di appartenere a un mondo condiviso.
Gli studiosi parlano di bioma sociale: come il corpo ha bisogno di una varietà di microrganismi, la vita avrebbe bisogno di una dieta diversificata di relazioni. Non soltanto grandi amicizie e amori profondi, ma anche conoscenze deboli, incontri accidentali, volti familiari senza nome. Le parole scambiate con chi prepara il caffè non risolvono la solitudine. Eppure tengono aperta una fessura nel guscio.
È questo che il numero 338 finisce per misurare: non tanto il declino del linguaggio, quanto l’erosione della presenza. Non siamo diventati muti; abbiamo trasferito una parte crescente delle nostre voci in ambienti dove il corpo, lo sguardo e il silenzio dell’altro non arrivano. Il paradosso è che non siamo mai stati tanto connessi, e mai così capaci di attraversare un’intera giornata senza essere davvero interrotti da qualcuno. La buona notizia è che 338 parole non richiedono una rivoluzione. Bastano pochi minuti: una telefonata invece di un messaggio, una domanda non necessaria, una conversazione lasciata durare un po’ di più. Forse il contrario della solitudine non è avere migliaia di contatti. È trovare, ogni giorno, qualcuno a cui prestare la propria voce.

