L'intelligenza artificiale decreterà la morte del giornalismo?

L’esposto dell’Ordine dei giornalisti contro We-News riapre il dibattito sull’uso dell’IA nell’editoria. I casi internazionali mostrano i rischi di controlli insufficienti, autori inesistenti e fonti inventate

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by Giancarlo Donadio
L'intelligenza artificiale decreterà la morte del giornalismo?

Ha l’aspetto di una testata giornalistica, con sezioni tematiche, articoli aggiornati e una struttura che richiama quella di una vera redazione. Ma non risulterebbe registrata, non avrebbe un direttore responsabile iscritto all’albo e non indicherebbe giornalisti regolarmente impiegati. Al posto dei redattori, a produrre le notizie sarebbero degli “agenti IA editoriali”.
È il caso di We-News, il sito finito al centro di un esposto presentato dal presidente nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Carlo Bartoli, all’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni e al Ministero della Giustizia. Una vicenda che va oltre il singolo portale e riporta al centro del dibattito una domanda sempre più urgente: fino a che punto un prodotto costruito dall’intelligenza artificiale può presentarsi al pubblico come informazione giornalistica? Secondo quanto denunciato dall’Ordine, l’organizzazione del sito sarebbe costruita in modo da far credere al lettore di trovarsi davanti a una redazione composta da professionisti, con competenze, ruoli e responsabilità riconoscibili. Solo che dietro quella struttura non ci sarebbero giornalisti, ma sistemi automatici, senza che la loro natura algoritmica venga comunicata in maniera sufficientemente chiara. Nell’esposto viene chiesto di valutare anche un possibile sequestro amministrativo cautelare.

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L’IA può può diventare la redazione?

L’intelligenza artificiale può avere un ruolo utile nell’editoria. Può trascrivere interviste, organizzare documenti, correggere refusi, analizzare grandi quantità di dati o suggerire una possibile struttura per un articolo. Può rendere più rapido il lavoro preparatorio e lasciare ai giornalisti più tempo per la ricerca e l’approfondimento.
Questo utilizzo, però, è molto diverso dalla delega del nucleo del lavoro giornalistico. La distinzione è emersa con chiarezza nel caso del quotidiano tedesco Tagesspiegel. Nel giugno 2026 la direzione ha sospeso le attività editoriali di Stephan-Andreas Casdorff, già direttore ed editore del giornale, dopo aver scoperto che aveva fatto comporre ripetutamente dall’AI alcuni articoli di opinione. La testata ha spiegato che l’IA può semplificare determinati passaggi, ma non deve assumere il controllo della formazione del giudizio, della selezione delle informazioni, dell’analisi e della scrittura. Sono attività che devono restare sotto la responsabilità dell’autore. Nel caso di un commento politico, il principio diventa ancora più importante. Un editoriale non offre soltanto informazioni: interpreta i fatti ed esprime una posizione. Il lettore attribuisce quelle parole all’esperienza e al giudizio di una persona. Quando il testo viene prodotto sostanzialmente da un sistema automatico senza dichiararlo, il rapporto di fiducia si altera.

CNET e il controllo umano non sufficiente

La presenza di un essere umano nel processo non è, da sola, una garanzia. Tra la fine del 2022 e l’inizio del 2023, CNET pubblicò 77 articoli prodotti attraverso un sistema di intelligenza artificiale, soprattutto su temi delicati come prestiti, conti bancari e finanza personale. I contenuti erano attribuiti alla firma collettiva CNET Money Staff. Per capire che erano stati realizzati con tecnologie di automazione.Dopo le verifiche, la testata dovette correggere 41 dei 77 articoli: più della metà conteneva errori. Emersero inoltre contestazioni sulla somiglianza di alcuni passaggi con testi pubblicati da altri siti. I contenuti erano attribuiti alla firma collettiva CNET Money Staff. Per capire che erano stati realizzati con tecnologie di automazione.Dopo le verifiche, la testata dovette correggere 41 dei 77 articoli: più della metà conteneva errori. Emersero inoltre contestazioni sulla somiglianza di alcuni passaggi con testi pubblicati da altri siti. I contenuti erano attribuiti alla firma collettiva CNET Money Staff. Per capire che erano stati realizzati con tecnologie di automazione.Dopo le verifiche, la testata dovette correggere 41 dei 77 articoli: più della metà conteneva errori. Emersero inoltre contestazioni sulla somiglianza di alcuni passaggi con testi pubblicati da altri siti. CNET sosteneva che gli articoli venissero controllati e verificati da persone prima della pubblicazione. Il numero delle correzioni dimostrò però che la supervisione umana può diventare una formula vuota, soprattutto quando il sistema editoriale è orientato alla produzione rapida di grandi quantità di contenuti. Il caso indica una distinzione fondamentale. Human in the loop, cioè la presenza di una persona nel processo, non significa necessariamente controllo reale. Occorre stabilire chi verifica i dati, con quali competenze, quanto tempo ha a disposizione e chi si assume la responsabilità finale del contenuto.

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Quando l’IA inventa autori, fonti e storie

I rischi aumentano quando l’IA viene utilizzata non soltanto per scrivere, ma per costruire identità apparentemente autentiche. Nel maggio 2023, The Irish Times pubblicò un articolo di opinione attribuito a una presunta giovane donna latinoamericana residente in Irlanda. Il testo, dedicato all’uso dell’abbronzatura artificiale da parte delle donne irlandesi, era accompagnato dalla fotografia dell’autrice. Meno di ventiquattro ore dopo, il quotidiano rimosse il contenuto. Il direttore spiegò che la persona con cui la redazione aveva comunicato non era chi sosteneva di essere e che sia l’articolo sia la fotografia potevano essere stati prodotti, almeno in parte, con tecnologie di IA generativa. La testata riconobbe di essere stata vittima di un inganno e di aver violato la fiducia dei lettori. Una dinamica simile è riemersa nel 2025 con Margaux Blanchard, una presunta giornalista freelance alla quale furono attribuiti articoli pubblicati, tra gli altri, da Wired e Business Insider. Le testate rimossero i contenuti dopo che non fu possibile verificare l’identità dell’autrice e l’esistenza di alcune persone e circostanze raccontate. Uno dei segnali che fece emergere il caso fu una proposta di articolo inviata alla rivista Dispatch. Blanchard sosteneva di voler raccontare Gravemont, un’ex città mineraria del Colorado trasformata in un centro riservato per l’addestramento degli investigatori forensi. L’editor Jacob Furedi non riuscì però a trovare prove dell’esistenza del luogo. Quando chiese di visionare i documenti e le richieste di accesso agli atti citati dalla freelance, non ricevette alcun riscontro. La storia era dettagliata e verosimile. Ma la coerenza narrativa non equivale alla verità. Un sistema generativo può imitare il linguaggio dell’autorevolezza, costruire retroscena e produrre testimonianze plausibili. Il compito della redazione è verificare che, oltre alle parole, esistano anche i fatti.

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Il prompt pubblicato e il fallimento della revisione

In altri casi, l’utilizzo dell’IA emerge per errore. È successo al quotidiano pakistano Dawn, che nel novembre 2025 pubblicò nella versione cartacea di un articolo sulle vendite di automobili una frase proveniente dal processo di editing automatico. Il messaggio proponeva di realizzare una versione ancora più incisiva, adatta alla prima pagina e accompagnata da statistiche sintetiche. Non era parte dell’articolo, ma una risposta rivolta a chi aveva interrogato il sistema. Eppure arrivò fino alla stampa. Il quotidiano ammise che il pezzo era stato modificato con l’IA in violazione della propria policy interna, rimosse il testo dalla versione digitale e annunciò un’indagine. L’episodio può sembrare comico, ma rivela un problema strutturale. Se un prompt può arrivare sulla pagina stampata, significa che i livelli di revisione non hanno funzionato. L’errore non è della macchina, che ha semplicemente prodotto una risposta: è dell’organizzazione che l’ha pubblicata senza controllarla.

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La questione decisiva resta la responsabilità

Il dibattito sull’IA nell’editoria viene spesso ridotto a una contrapposizione tra innovatori e difensori del giornalismo tradizionale. È una semplificazione poco utile. La vera distinzione non è tra chi utilizza l’intelligenza artificiale e chi la rifiuta, ma tra chi la inserisce in un sistema di responsabilità e chi la usa per simulare competenze, firme e redazioni.
Una testata può ricorrere a strumenti automatici e continuare a produrre giornalismo affidabile, purché mantenga controlli effettivi, regole chiare e una piena responsabilità editoriale. Le fonti devono restare verificabili, gli autori riconoscibili e gli errori correggibili. L’intelligenza artificiale è già entrata nelle redazioni e difficilmente ne uscirà. Il compito dell’editoria non è fingere che non esista, ma stabilire regole trasparenti per utilizzarla. 

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