Il cold case dei Medici risolto dal DNA: non fu veleno, ma malaria

Il cold case dei Medici risolto dal DNA: non fu veleno, ma malaria

Risolto un ultrasecolare mistero grazie a una nuova (e singolare) ricerca che esclude l’ipotesi dell’avvelenamento e rivela un ceppo del parassita finora sconosciuto

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by Pasquale Raicaldo

Per quasi cinque secoli la morte di Francesco de’ Medici è rimasta sospesa tra medicina e intrigo. Febbri intermittenti, un rapido peggioramento, la moglie -Bianca Cappello - morta appena un giorno dopo. E, sullo sfondo, il sospetto di un avvelenamento ordinato dal fratello e rivale Ferdinando.
Oggi, però, a parlare non sono più le cronache di corte né le congetture degli storici. È il DNA custodito nelle ossa del granduca. Proprio così: una ricerca condotta dall’Università di Pisa in collaborazione con l’Università di Yale ha identificato nei resti di Francesco I e del fratello Giovanni de’ Medici le tracce genetiche dei parassiti responsabili della malaria. Lo studio, pubblicato sulla rivista iScience, non soltanto rafforza le ricostruzioni storiche sulle cause della loro morte, ma restituisce un frammento inedito della storia evolutiva della malattia in Europa.

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Nel 1562 Giovanni de’ Medici, cardinale appena diciannovenne, si ammalò durante un viaggio lungo la costa toscana. Con lui furono colpiti la madre, Eleonora di Toledo, e il fratello minore Garzia. Le zone attraversate, segnate da paludi e acquitrini, erano allora un territorio ideale per la proliferazione delle zanzare. Tutti e tre manifestarono febbri ricorrenti e morirono nell’arco di poche settimane.
Venticinque anni più tardi, nell’ottobre del 1587, una sorte simile toccò a Francesco I.
Il granduca e Bianca Cappello si trovavano nella villa medicea di Poggio a Caiano, circondata da terreni umidi e coltivazioni di riso, quando cominciarono a soffrire di febbri intermittenti. Morirono a distanza di un giorno. Una coincidenza tanto rapida da alimentare immediatamente le voci di un delitto di corte: Ferdinando de’ Medici, destinato a succedere al fratello, li avrebbe fatti avvelenare con l’arsenico.

Le relazioni dei medici dell’epoca raccontavano, tuttavia, un’altra storia. I sintomi descritti erano compatibili con la malaria, così come il decorso della malattia. Anche i trattamenti praticati – soprattutto i salassi, diffusissimi nel XVI secolo – potrebbero avere contribuito ad aggravare le condizioni dei pazienti anziché alleviarle.

La conferma arriva ora dalla genetica. I ricercatori della Divisione di Paleopatologia del Dipartimento di Ricerca Traslazionale e delle Nuove Tecnologie in Medicina e Chirurgia dell’Università di Pisa e dello Yale Human Evolutionary Genomics Laboratory hanno estratto il DNA da quattro frammenti di costa: tre appartenenti a Francesco e uno a Giovanni. I due fratelli riposano nelle Cappelle Medicee della Basilica di San Lorenzo, a Firenze, insieme ai principali esponenti della dinastia. Nei resti di Giovanni gli studiosi hanno individuato il DNA di un ceppo finora sconosciuto di Plasmodium falciparum, il parassita responsabile della forma più grave della malaria umana. Il suo patrimonio genetico presenta due mutazioni uniche, probabilmente comparse durante una fase di espansione demografica del patogeno e della sua diffusione nel continente europeo. Le ossa di Giovanni, dunque, non raccontano soltanto la causa della sua morte. Conservano la traccia di una popolazione di parassiti scomparsa o profondamente trasformata nel corso dei secoli: una sorta di archivio biologico capace di documentare come la malaria circolasse e mutasse nell’Europa rinascimentale. Nel caso di Francesco I, le analisi hanno restituito un quadro ancora più complesso. Nei suoi resti sono state infatti rilevate sequenze genetiche riconducibili sia a Plasmodium falciparum sia a Plasmodium malariae. Il granduca potrebbe quindi essere stato colpito contemporaneamente da due differenti specie del parassita.

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Infezioni multiple sono già state documentate in resti umani dello stesso periodo rinvenuti in Belgio. Saranno però necessarie ulteriori indagini, avverte Alexander Ochoa, primo autore dello studio e ricercatore dello Yale Human Evolutionary Genomics Laboratory, per stabilire con certezza se le due specie circolassero insieme anche nell’Italia centrale del XVI secolo.
«Lo studio del DNA antico non ci consente soltanto di diagnosticare la malaria nei resti di individui vissuti nel passato», ha spiegato Ochoa. «Ci offre anche una finestra privilegiata sull’evoluzione delle specie responsabili della malattia, aiutandoci a comprendere come il patogeno si sia adattato nel tempo».
È proprio in questo incontro tra paleopatologia, storia e genomica che la ricerca trova il suo significato più ampio. Il passato non viene osservato soltanto per ricostruire la sorte di due protagonisti del Rinascimento italiano. Diventa uno strumento per studiare l’evoluzione di una malattia che continua a rappresentare una delle maggiori emergenze sanitarie del pianeta.

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«Il nostro studio è un eccellente esempio di come le moderne tecniche di analisi possano essere applicate al DNA antico per comprendere meglio il passato», sottolinea Serena Tucci, docente di Antropologia a Yale e responsabile dello Yale Human Evolutionary Genomics Laboratory. «Ma il lavoro ha prodotto anche nuovi dati utili alla ricerca presente e futura sulla malaria, che continua a causare milioni di casi e centinaia di migliaia di morti ogni anno». Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2024 sono stati registrati circa 282 milioni di casi e oltre 610 mila decessi. Numeri che riportano la vicenda dei Medici fuori dalle sole stanze della storia e dentro una questione ancora drammaticamente contemporanea. La malaria, del resto, ha accompagnato a lungo la vita delle popolazioni italiane. È rimasta endemica in vaste aree del Centro Italia dall’antichità fino al Novecento, quando le campagne di bonifica e di eradicazione riuscirono progressivamente a interromperne la trasmissione. Le nuove sequenze genetiche permettono oggi di osservare quella lunga convivenza da una prospettiva diversa, ricostruendo la diversità dei parassiti e le rotte attraverso le quali si diffusero in Europa. Precedenti indagini immunologiche avevano già suggerito la presenza di Plasmodium falciparum nei resti di Giovanni e Francesco. Mancava, tuttavia, una prova genetica capace di confermare la diagnosi e di identificare con precisione i ceppi coinvolti. «All’epoca entrambi furono diagnosticati sulla base di sintomi, come le febbri intermittenti, compatibili con la malaria», ha osservato Valentina Giuffra, professoressa ordinaria di Storia della Medicina all’Università di Pisa e coautrice dello studio. «Questa analisi genetica conferma sia le testimonianze storiche sia le ricerche precedenti. Possiamo ora affermare con certezza scientifica che fu la malaria, e non un avvelenamento, a causare la morte del granduca Francesco de’ Medici».
Il verdetto che le corti, i medici e gli storici hanno inseguito per secoli era dunque rimasto custodito nel silenzio delle ossa. Non l’arsenico, non una congiura di palazzo, ma un parassita trasmesso da una zanzara. Invisibile, eppure abbastanza potente da attraversare le mura delle ville granducali, spezzare una dinastia e lasciare nel DNA dei suoi protagonisti una storia che soltanto oggi siamo riusciti a leggere.

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