Cosa sta accadendo ai Campi Flegrei
Il terremoto di magnitudo 4,7, il più forte dell’attuale crisi bradisismica, è avvenuto mentre il sollevamento del suolo rallentava. Un paradosso che racconta una crosta già indebolita, nella quale fluidi e faglie possono produrre nuove rotture senza indicare un’accelerazione verso l’eruzione
di Eugenio Di Meglio, geologo
Il terremoto di magnitudo 4,7 registrato venerdì scorso alle 19.46 nel settore della Solfatara, a circa tre chilometri di profondità, è il più forte mai rilevato durante l’attuale crisi bradisismica dei Campi Flegrei. Il bilancio è significativo: la scossa di magnitudo 4,7 ha causato 26 feriti, due dei quali in gravi condizioni, mentre circa 300 persone sono state costrette a lasciare le proprie abitazioni. A Pozzuoli si sono registrati crolli in edifici disabitati, distacchi di intonaci e calcinacci, frane e danni a strutture e infrastrutture; nove palazzi sono stati dichiarati inagibili. Blackout, treni e metropolitane sospesi e il porto temporaneamente chiuso hanno aggravato il caos. Ma il segno più profondo è rimasto nella paura: centinaia di residenti hanno trascorso la notte in strada.
Lo sciame ha contato 217 scosse ed è stato dichiarato concluso dall’Osservatorio Vesuviano dopo tre ore senza eventi di magnitudo superiore a zero. Sono seguiti eventi minori tra Pisciarelli e via Antiniana. La magnitudo non è però l’unico elemento significativo. Il 4,7 si è verificato mentre la velocità di sollevamento del suolo era scesa a circa 10 millimetri al mese, ben al di sotto dei 25 raggiunti nell’ottobre 2025 e dei circa 15 della fase successiva. Il terremoto è avvenuto dunque in una fase di deformazione ancora attiva, ma rallentata. Un dato che mostra quanto sia insufficiente associare automaticamente l’aumento della sismicità alla sola accelerazione del bradisismo. La velocità con cui il terreno sale è infatti soltanto una delle variabili in gioco. La rottura della crosta dipende anche dalla deformazione accumulata, dalla pressione dei fluidi nei pori e nelle fratture, dall’orientamento e dalla resistenza delle faglie, oltre che dagli effetti prodotti dai terremoti precedenti. Una faglia già vicina al limite può essere destabilizzata anche da una modesta variazione dello sforzo, mentre in superficie il sollevamento rallenta.
È il paradosso apparente dei Campi Flegrei: il suolo può salire più lentamente e la crosta, nello stesso tempo, essere più fragile. Il terremoto del 31 luglio è compatibile con un sistema già molto danneggiato e fortemente precario, nel quale non occorre più una nuova accelerazione perché si produca una rottura importante.

Un precedente utile, ma da maneggiare con cautela, è quello della crisi del 1982-1984. Prima del grande sciame del 1° aprile 1984 il tasso di sollevamento aumentò; in seguito cominciò a diminuire, mentre crescevano gli eventi di magnitudo pari o superiore a 3 nel settore della Solfatara. Quella sequenza, però, non stabilisce una legge: non significa che a ogni massimo del sollevamento debba seguire un terremoto principale.
L’attuale crisi presenta inoltre differenze sostanziali rispetto a quella degli anni Ottanta. Il sollevamento è stato molto più lento, l’energia sismica complessivamente liberata inferiore e i terremoti appaiono più concentrati nei volumi sotto Solfatara e Pisciarelli.

Un modello proposto da Christopher Kilburn e altri ricercatori suggerisce che intorno al 2020 la crosta sia passata da un comportamento prevalentemente elastico a uno più marcatamente inelastico. In parole semplici, una quota crescente della deformazione viene scaricata attraverso fratture e scorrimenti sulle faglie. La resistenza efficace della zona interessata sarebbe oggi molto inferiore rispetto al 1984.
Il 4,7 non dimostra però che sia appena avvenuta una nuova transizione. Secondo quel modello, il cambiamento sarebbe già in corso da anni e può essere riconosciuto soltanto osservando l’andamento complessivo della sismicità e della deformazione, non la magnitudo di un singolo evento.
Soprattutto, una maggiore fratturazione non equivale automaticamente a un’eruzione. Il terremoto non prova un’improvvisa accelerazione verso uno scenario eruttivo. Indica, piuttosto, che la relazione “sollevamento più rapido uguale terremoto più forte” non basta più a descrivere ciò che accade sotto la caldera.

La spiegazione più plausibile combina una crosta indebolita, lo sforzo accumulato, i fluidi in pressione e una faglia favorevolmente orientata. Saranno le prossime settimane a chiarire il significato del 4,7: bisognerà osservare variazioni persistenti del sollevamento, migrazione degli ipocentri, anomalie geochimiche e cambiamenti nella velocità delle onde.
Ai Campi Flegrei, insomma, il terremoto più forte non segnala necessariamente un sistema che corre più velocemente. Può essere il segno di una crosta che ha ormai bisogno di meno spinta per rompersi.

