Il Tibet custodisce la "memoria" della Terra: una faglia racconta 110 milioni di anni di storia
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Il Tibet custodisce la "memoria" della Terra: una faglia racconta 110 milioni di anni di storia

Uno studio internazionale rivela come gli effetti della collisione tra India e Asia abbiano attraversato oltre 1.500 chilometri in tempi brevi. La chiave? Nelle antiche fratture della crosta terrestre, in rado di riattivarsi e trasmettere gli sforzi tettonici

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by Pasquale Raicaldo

 

Uno studio internazionale coordinato dall’Università di Bologna e pubblicato su Nature Communications rivela come gli effetti della collisione tra India e Asia abbiano attraversato oltre 1.500 chilometri in tempi sorprendentemente brevi. La chiave è nelle antiche fratture della crosta terrestre, capaci di riattivarsi e trasmettere gli sforzi tettonici.
La Terra ha una memoria. Custodita nelle rocce, nelle fratture profonde della crosta, nelle cicatrici lasciate da collisioni avvenute milioni di anni fa. E talvolta quella memoria torna a farsi sentire, quando le forze che muovono i continenti risvegliano strutture che sembravano appartenere a un passato remoto. È quanto hanno scoperto gli scienziati studiando una gigantesca faglia ai margini dell'altopiano tibetano, dove gli effetti dello scontro tra India e Asia si sarebbero propagati per oltre 1.500 chilometri in un tempo sorprendentemente breve: meno di dieci milioni di anni.
A raccontarlo è una ricerca pubblicata il 15 ottobre su Nature Communications, coordinata da Giulio Viola, docente del Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali dell'Università di Bologna, in collaborazione con ricercatori cinesi delle università e degli istituti di Tianjin e Pechino. Primo autore Zhaotong Sun, dottorando della Tianjin University; tra i protagonisti anche Leonardo Del Sole, già ricercatore a Bologna e oggi all'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia.

L'Altyn Tagh


Il teatro della scoperta è l'Altyn Tagh, una faglia lunga oltre 1.600 chilometri che delimita il margine settentrionale del Tibet. Un'immensa frattura lungo la quale due porzioni della crosta terrestre scorrono orizzontalmente una accanto all'altra, secondo un meccanismo analogo a quello della celebre faglia di San Andreas, in California. Per comprendere l'importanza del risultato bisogna tornare indietro di decine di milioni di anni, quando il subcontinente indiano, spinto dal movimento delle placche tettoniche, raggiunse l'Asia. Da quella collisione, tuttora in corso, nacque l'Himalaya e prese forma l'immenso altopiano tibetano. Ma una domanda continua a interrogare i geologi: quanto rapidamente possono propagarsi gli effetti di uno scontro continentale attraverso territori così vasti? Finora alcuni modelli privilegiavano una deformazione progressiva, capace di avanzare lentamente dal punto di collisione verso l'interno del continente. La nuova ricerca suggerisce invece che gli sforzi tettonici possano raggiungere regioni lontanissime molto più rapidamente, sfruttando antiche zone di debolezza già presenti nella litosfera, l'involucro rigido che comprende la crosta e la parte superiore del mantello.

 

Il team di ricerca

La prova arriva dalle rocce. Viola e Del Sole hanno guidato il lavoro sul terreno, contribuendo alle analisi strutturali e al campionamento dei materiali lungo la faglia. Gli studiosi hanno combinato l'osservazione delle deformazioni con la datazione potassio-argon dell'illite, un minerale argilloso che può formarsi durante il movimento delle faglie. Una sorta di orologio geologico, capace di conservare traccia degli episodi di attività. Ne è emersa una storia lunga almeno 115 milioni di anni, scandita da successive riattivazioni. La prima risale al Cretaceo, quando la collisione tra India e Asia era ancora lontana. Un secondo episodio, particolarmente significativo, è datato a circa 56 milioni di anni fa, quasi contemporaneamente alle prime fasi dello scontro tra i continenti.

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È questo il dato decisivo: la deformazione avrebbe raggiunto il Tibet settentrionale, a oltre 1.500 chilometri dalla zona di collisione, entro dieci milioni di anni dal suo inizio. Un intervallo brevissimo sulla scala temporale della geologia. Ma la memoria della faglia non si ferma qui. Le analisi hanno individuato ulteriori episodi di attività circa 26 milioni, 2,7 milioni e 600.000 anni fa, documentando come la stessa struttura abbia continuato a concentrare la deformazione durante la crescita dell'altopiano. Una successione di eventi che attraversa epoche geologiche e condizioni tettoniche profondamente diverse.

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Il risultato cambia il modo di interpretare il comportamento dei continenti. Le antiche faglie non sono semplicemente fratture sopravvissute al passato: possono diventare percorsi preferenziali lungo i quali si concentra la deformazione provocata da nuove sollecitazioni. La litosfera, insomma, non reagisce come un materiale uniforme. La sua storia condiziona il modo in cui risponde alle forze del presente.

La scoperta offre così nuovi strumenti per ricostruire l'evoluzione delle grandi catene montuose e comprendere i meccanismi della tettonica continentale. Non significa prevedere dove e quando si verificherà un terremoto, ma conoscere meglio le strutture profonde che governano la distribuzione delle deformazioni e che, in alcuni casi, ospitano attività sismica.

 C'è infine una storia di cooperazione scientifica dietro questi risultati. Zhaotong Sun sta trascorrendo quindici mesi all'Università di Bologna, grazie a una borsa del China Scholarship Council, per approfondire le tecniche di analisi e datazione delle faglie. Un trasferimento di conoscenze che rafforza il dialogo tra la ricerca italiana e quella cinese. E restituisce al Tibet un significato ulteriore. Non soltanto il tetto del mondo, con le sue montagne e i suoi paesaggi estremi, ma un immenso archivio della storia terrestre. Dove una frattura nata oltre cento milioni di anni fa continua a raccontare come si muovono i continenti. E come, nelle profondità del pianeta, il passato possa ancora orientare il presente.

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