I terremoti nel mondo stanno aumentando?
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I terremoti nel mondo stanno aumentando?

Dalla Colombia al Giappone, le immagini delle scosse alimentano la percezione di un pianeta sempre più inquieto. Ma i dati raccontano altro: la frequenza dei grandi terremoti non è in crescita. A moltiplicarsi sono i contenuti virali. Capaci di condizionare il modo in cui percepiamo il rischio

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by Silvia Ilacqua

Colombia, Venezuela, California, Giappone, sono i nomi dei paesi che in questa estate 2026 hanno occupato le prime pagine di giornali e social media a causa dei forti terremoti che li hanno interessati. «Ma cosa sta succedendo nel mondo?». È questa la domanda ricorrente che troviamo nei commenti sotto i post dei video che ritraggono telecamere che si muovono, strade che si fratturano e palazzi che crollano o che si danneggiano. Una domanda che riflette la sensazione comune che negli ultimi mesi il pianeta abbia deciso di darci una bella scrollata generale. Quello che però dovrebbe smettere di scrollare, in realtà, sono le nostre mani sui feed social. La risposta sull’andamento dei terremoti è infatti una e una sola, univoca, la stessa da sempre: no, non esistono andamenti né crescenti né decrescenti, e neppure ciclicità esatte. I terremoti sono il risultato della deformazione e dell’accumulo di energia nelle rocce ad opera dei movimenti tettonici.
Questi processi avvengono fin dalla nascita del pianeta Terra per via del movimento delle placche tettoniche che, muovendosi lentamente sul mantello terrestre, accumulano energia lungo faglie che poi la rilasciano improvvisamente sotto forma di terremoto. Non esistono fenomeni precursori né, tanto meno, possiamo aspettarci lo stesso numero di terremoti ogni anno. Ci saranno sempre infatti anni con eventi più forti e anni con meno eventi e, soprattutto, un anno sopra la media non significa che stia accadendo qualcosa di «anomalo». Come sempre, però, il modo migliore per spiegare tutto ciò sono i dati. Una recente analisi dell’INGV, l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, nonché il riferimento in Italia per il monitoraggio di vulcani, terremoti e maremoti, ha analizzato tutti gli eventi di magnitudo 6 o superiore dal 1950 al 2026, anno che è possibile considerare il riferimento come inizio della registrazione dei fenomeni sismici grazie all’analisi strumentale.

Questo grafico condiviso e spiegato dall’INGV mostra chiaramente come il numero annuale abbia sempre avuto oscillazioni e variazioni senza mostrare alcun andamento crescente o decrescente. Ma allora la nostra percezione da cosa è alterata? La risposta viene dall’algoritmo.
I social media, gli algoritmi delle piattaforme e pratiche di giornalismo non etiche cavalcano i nostri bias cognitivi. I bias cognitivi sono dei costrutti che derivano da percezioni errate, giudizi, pregiudizi e ideologie che nell’era digitale trovano facile alimentazione da parte dei social media, i cui algoritmi favoriscono determinati tipi di contenuti capaci di veicolare verso le pagine social numeri altissimi di clic, aumentando il dibattito. In particolare, davanti a notizie che hanno un forte impatto emotivo entrano in gioco, come indicato dalla geologa Wendy Bohon in una recente intervista all’Huffington Post, bias cognitivi come il pregiudizio di recente e l’illusione di frequenza.

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In altre parole, la nostra percezione della frequenza non è più molto affidabile quando siamo bombardati da informazioni continue ed emotive e quindi, se per tre giorni di fila scrolliamo il feed social e vediamo notizie di terremoti in luoghi diversi del mondo, il nostro cervello tenderà a processare l’informazione come «stanno avvenendo tantissimi terremoti».

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Ma prima dell’era degli smartphone e dei social media, un terremoto in Indonesia, in Colombia o in un’altra parte lontana nel mondo rispetto a noi poteva rimanere solo una notizia di portata locale senza mai arrivare sui nostri media.
Oggi invece tutto può diventare virale nel giro di pochi minuti: un post con un titolo in grande sul nuovo terremoto avvenuto dall’altra parte del mondo, un video reel di pochi secondi di una telecamera che oscilla mentre riprende l’evento sismico. È la sismicità dell’informazione che sta aumentando precipitosamente, non quella geologica. E questa richiede la nostra massima attenzione tanto quanto quella geologica, perché la capacità dell’algoritmo di capire cosa crea clic, unita alla scarsa etica di gestire l’informazione, può seriamente minare la nostra percezione del mondo.

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