Un razzo SpaceX si è schiantato sulla Luna: i precedenti e i rischi dei detriti circumlunari
Il Falcon 9 precipitato sul satellite riaccende l’attenzione sugli impatti artificiali, già avvenuti in passato. Ma offre anche dati utili per studiare crateri, polvere lunare e sicurezza delle future missioni
Il razzo SpaceX che il 5 agosto 2026 ha colpito la Luna non è il primo oggetto costruito dall’uomo a schiantarsi sulla sua superficie. Sonde, moduli e stadi di lancio raggiungono il suolo lunare fin dagli anni Cinquanta: in alcuni casi l’impatto è stato programmato per raccogliere dati scientifici, in altri è avvenuto accidentalmente, dopo anni trascorsi su traiettorie difficili da seguire e prevedere.
Il nuovo incidente riporta quindi l’attenzione su una questione più ampia. Con la crescita delle missioni dirette verso la Luna, aumenteranno anche i razzi esauriti, i satelliti non più controllabili e gli altri componenti lasciati nello spazio cislunare, la regione compresa tra la Terra e il nostro satellite. Seguirne gli spostamenti, stabilirne l’origine e prevederne la destinazione finale diventerà sempre più importante per proteggere sonde, infrastrutture e futuri equipaggi.
L’impatto del Falcon 9 rappresenta anche una rara opportunità scientifica. Del razzo si conoscevano infatti massa, dimensioni, velocità e traiettoria: dati che permetteranno di studiare la formazione del nuovo cratere, la quantità di materiale sollevato e il comportamento della polvere lunare.
Cosa è successo al razzo Falcon 9
Il Falcon 9 è decollato dal Kennedy Space Center il 15 gennaio 2025. A bordo si trovavano Blue Ghost, il lander sviluppato dall’azienda statunitense Firefly Aerospace, e Resilience, realizzato dall’azienda giapponese ispace. Una volta rilasciati i due veicoli sulla traiettoria prevista, la missione dello stadio superiore si è conclusa.
Il componente, lungo circa dodici metri e con una massa vicina alle quattro tonnellate, non è però rientrato nell’atmosfera terrestre. È rimasto su un’orbita molto allungata, spingendosi periodicamente nelle regioni più lontane del sistema Terra-Luna.
In queste zone dello spazio il movimento di un oggetto non dipende soltanto dall’attrazione gravitazionale della Terra. Entrano in gioco anche la gravità della Luna, quella del Sole e la pressione esercitata dalla radiazione solare. Variazioni molto piccole, accumulate per mesi, possono modificare sensibilmente la traiettoria di un veicolo che non è più controllabile.
Dopo circa diciotto mesi, gli astronomi hanno stabilito che lo stadio avrebbe colpito la Luna il 5 agosto 2026, intorno alle 06:35 UTC, nella zona compresa tra i crateri Bell ed Einstein. Al momento dell’impatto viaggiava a circa 2,4 chilometri al secondo, equivalenti a quasi 8.700 chilometri orari.
L’energia liberata dalla collisione è stata paragonata a quella prodotta dall’esplosione di circa tre tonnellate di TNT. Le diverse simulazioni hanno previsto un cratere largo alcune decine di metri, ma le sue dimensioni e la sua posizione precisa dovranno essere confermate dalle immagini riprese dall’orbita lunare.
Osservare l’evento dalla Terra è stato tutt’altro che semplice. Il razzo ha colpito una zona illuminata e il lampo prodotto dalla collisione è durato probabilmente meno di un secondo. Anche la nube di polvere e frammenti è risultata difficile da distinguere a quasi 385.000 chilometri di distanza. Nessuno strumento ha ottenuto un’immagine nitida del momento esatto dell’impatto. Un telescopio installato in Cile ha però rilevato, subito dopo l’orario previsto, una nube contenente emissioni riconducibili al sodio e al litio. Secondo gli studiosi, il sodio potrebbe provenire dal terreno lunare, mentre il litio sarebbe associato ai materiali del razzo. Questi dati, insieme alla traiettoria calcolata in precedenza, hanno convinto gli scienziati che la collisione sia effettivamente avvenuta.
La conferma visiva dovrebbe arrivare dalle sonde che orbitano intorno alla Luna. Il Lunar Reconnaissance Orbiter della NASA e l’orbiter sudcoreano Danuri potranno confrontare le immagini precedenti all’impatto con quelle nuove, cercando il cratere e le tracce lasciate dai detriti.

Non è la prima volta che un oggetto umano colpisce la Luna
La storia degli impatti artificiali sulla Luna è iniziata il 13 settembre 1959, quando la sonda sovietica Luna 2 è diventata il primo oggetto costruito dall’uomo a raggiungere un altro corpo celeste. La missione non prevedeva un atterraggio morbido: la sonda era stata progettata per terminare la propria corsa direttamente contro la superficie.
Negli anni Sessanta le sonde Ranger della NASA sono state lanciate per fotografare il terreno lunare durante la discesa, trasmettendo immagini fino a pochi istanti prima di distruggersi. Ranger 7, per esempio, ha inviato 4.316 fotografie e ha trasmesso l’ultima immagine appena 2,3 secondi prima dell’impatto del 31 luglio 1964. I dati hanno aiutato la NASA a individuare aree adatte ai futuri allunaggi del programma Apollo.
Durante le missioni Apollo, diversi stadi superiori dei razzi Saturn V sono stati indirizzati deliberatamente contro la Luna. Le vibrazioni generate dagli impatti sono state registrate dai sismometri lasciati dagli astronauti sulla superficie e hanno fornito informazioni sulla struttura interna del satellite.
Uno degli esperimenti più importanti risale invece al 2009. La missione LCROSS della NASA ha fatto precipitare uno stadio Centaur all’interno del cratere Cabeus, vicino al polo sud lunare. La sonda ha attraversato la nube sollevata dall’urto e ha analizzato il materiale espulso, contribuendo a confermare la presenza di acqua sotto forma di ghiaccio nelle regioni permanentemente in ombra.
Questi impatti erano stati pianificati e avevano uno scopo scientifico preciso. Diverso è il caso dei veicoli che raggiungono la Luna senza che la collisione sia stata programmata, come è accaduto nel 2022 e, nuovamente, nell’agosto 2026.
Il misterioso razzo caduto sulla Luna nel 2022
Il 4 marzo 2022 un corpo di razzo ha colpito il lato nascosto della Luna, nei pressi del cratere Hertzsprung. Il Lunar Reconnaissance Orbiter della NASA ha successivamente individuato una struttura insolita, composta da due crateri parzialmente sovrapposti e larga complessivamente circa 28 metri.
L’oggetto, identificato con la sigla provvisoria WE0913A, aveva una massa stimata di circa tre tonnellate. Era stato osservato per la prima volta nel marzo 2015 da un programma di ricerca finanziato dalla NASA, che inizialmente lo aveva rilevato come un possibile asteroide. Gli astronomi avevano però capito rapidamente che non si trattava di un corpo naturale, ma di un componente artificiale probabilmente appartenente a un razzo.
Dopo quella prima osservazione, il veicolo è entrato e uscito più volte dal campo visivo dei telescopi. Per circa sette anni è stato seguito soltanto in modo discontinuo, perché gli oggetti che si spingono molto lontano dalla Terra possono diventare estremamente deboli e difficili da individuare.
In un primo momento, l’astronomo Bill Gray aveva attribuito il detrito al secondo stadio del Falcon 9 utilizzato nel 2015 per lanciare il satellite DSCOVR. L’ipotesi aveva fatto il giro del mondo e l’impatto era stato inizialmente presentato come il primo caso di un razzo SpaceX destinato a schiantarsi sulla Luna.
Nuove osservazioni avevano però dimostrato che quella ricostruzione non poteva essere corretta. Ricalcolando la traiettoria a ritroso e confrontandola con i lanci precedenti, Gray aveva concluso che il veicolo fosse probabilmente il terzo stadio del razzo cinese Long March 3C utilizzato nell’ottobre 2014 per la missione Chang’e 5-T1. Anche un gruppo dell’Università dell’Arizona aveva collegato le caratteristiche orbitali e spettroscopiche dell’oggetto al lancio cinese.

La Cina aveva negato l’attribuzione, sostenendo che lo stadio superiore della missione fosse rientrato nell’atmosfera terrestre e si fosse distrutto. Secondo Gray, invece, le autorità cinesi avrebbero confuso i dati relativi a due diversi componenti del lancio. Il caso ha così continuato a essere descritto per mesi come un mistero, anche perché l’impatto aveva distrutto gran parte delle possibili prove fisiche.
Uno studio pubblicato nel 2023 ha rafforzato in modo sostanziale l’attribuzione. Analizzando la traiettoria, la rotazione e lo spettro della luce riflessa dall’oggetto, i ricercatori dell’Università dell’Arizona hanno concluso che WE0913A era effettivamente il corpo di un Long March 3C della missione Chang’e 5-T1.
La forma del cratere ha però sollevato un’altra domanda. Gli stadi di razzo che in passato hanno colpito la Luna hanno generalmente prodotto un solo cratere, perché la maggior parte della loro massa è concentrata nella zona dei motori. Nel caso del 2022, invece, i due crateri suggeriscono che una massa rilevante si trovasse anche all’estremità opposta del veicolo.
I ricercatori hanno quindi ipotizzato che il razzo trasportasse un ulteriore componente, non dichiarato pubblicamente, capace di bilanciare almeno in parte il peso dei motori. Non è stato però possibile stabilire di che cosa si trattasse e, senza un’ispezione diretta del luogo dell’impatto, questa ricostruzione resta un’ipotesi.
La vicenda ha mostrato soprattutto quanto sia complicato stabilire la provenienza di un oggetto abbandonato nello spazio profondo. Da Terra non è possibile leggerne sigle o elementi identificativi: gli astronomi devono ricostruirne il percorso, confrontarlo con le date e le traiettorie dei lanci e formulare un’attribuzione sulla base di osservazioni spesso incomplete.
Cosa può imparare la scienza dal nuovo cratere
Per i geologi planetari, l’impatto del Falcon 9 rappresenta un’occasione rara. Quando un meteoroide colpisce la Luna, quasi sempre se ne ignorano la massa, la composizione, l’angolo di arrivo e la velocità esatta. Nel caso del razzo SpaceX, invece, molti parametri erano conosciuti già prima della collisione.
Confrontando le caratteristiche previste con le dimensioni reali del cratere, gli studiosi potranno verificare i modelli utilizzati per descrivere gli impatti ad alta velocità. Potranno capire meglio quanta energia viene trasferita al terreno, quanto materiale viene scavato e fino a quale distanza vengono proiettati polvere e frammenti. La collisione potrebbe inoltre aver portato in superficie materiali provenienti dagli strati più profondi del suolo lunare. Attraverso l’analisi spettroscopica della luce, gli studiosi possono riconoscere alcuni degli elementi chimici presenti nella nube e ottenere nuove indicazioni sulla composizione geologica dell’area. Un altro ambito di studio riguarda il comportamento della polvere. La Luna non possiede un’atmosfera capace di rallentare le particelle o disperderle attraverso il vento. Dopo essere state lanciate verso l’alto, queste seguono traiettorie determinate soprattutto dalla gravità lunare. Alcune ricadono vicino al cratere, altre possono raggiungere distanze maggiori o rimanere temporaneamente nello spazio. Capire quanto lontano possa viaggiare il materiale espulso è essenziale per progettare lander, rover e future infrastrutture. Un impatto vicino a una base potrebbe danneggiare pannelli solari, strumenti scientifici, antenne e moduli abitativi anche senza colpirli direttamente. Lo studio dell’evento è stato infatti pensato anche per valutare i pericoli prodotti dagli impatti artificiali in vista di una presenza umana più stabile sulla Luna.
Il problema dei detriti nello spazio tra la Terra e la Luna
Questo singolo razzo non ha rappresentato un pericolo immediato per persone o infrastrutture. Il problema riguarda piuttosto ciò che potrebbe accadere nei prossimi anni, quando aumenterà il numero di missioni pubbliche e commerciali dirette verso la Luna. Accanto alle sonde operative si muoveranno stadi esauriti, satelliti non più controllabili e frammenti prodotti da eventuali guasti, esplosioni o collisioni. Non tutti questi oggetti finiranno sulla superficie: alcuni potrebbero attraversare per anni la regione cislunare o restare nelle orbite intorno alla Luna. Seguire questi veicoli è molto più difficile che monitorare i satelliti in orbita bassa intorno alla Terra. Le distanze sono maggiori, gli oggetti sono poco luminosi e le condizioni di osservazione dipendono dalle fasi lunari, dall’illuminazione solare e dalla geometria tra Terra, Luna e telescopio. Questo può creare lunghi intervalli durante i quali un detrito non è visibile. Anche le traiettorie sono più complesse. Un veicolo nello spazio cislunare risente contemporaneamente delle attrazioni della Terra, della Luna e del Sole. Le irregolarità del campo gravitazionale lunare e piccole perturbazioni possono modificare nel tempo il percorso di un oggetto abbandonato, rendendo difficile prevederne la posizione a distanza di mesi o anni.
Il rischio non consiste soltanto in nuovi impatti sulla superficie. Un oggetto fuori controllo potrebbe attraversare le orbite utilizzate da sonde scientifiche, veicoli con equipaggio o infrastrutture come Gateway, la stazione che la NASA e i suoi partner stanno sviluppando per operare intorno alla Luna. Una collisione potrebbe inoltre produrre molti frammenti più piccoli e ancora più difficili da individuare.
L’Agenzia spaziale europea ha già indicato la protezione dello spazio cislunare come una priorità crescente. L’obiettivo è estendere alle orbite lunari i principi adottati per ridurre la produzione di detriti intorno alla Terra, prima che anche questa regione diventi un ambiente sovraffollato.
D’altronde, le regole internazionali non partono da zero. Il Trattato sullo spazio extra-atmosferico stabilisce che gli Stati sono responsabili anche delle attività spaziali svolte da soggetti privati e affronta il tema dei danni causati dagli oggetti lanciati nello spazio. Mancano però procedure operative globali e vincolanti dedicate specificamente al monitoraggio del traffico e allo smaltimento dei veicoli nella regione lunare.
L’impatto del Falcon 9 non è quindi soltanto una curiosità astronomica. È l’anticipazione di un problema destinato a diventare più frequente. La nuova corsa alla Luna porterà laboratori, rover, satelliti, lander e, probabilmente, equipaggi umani. Porterà inevitabilmente anche componenti esauriti e veicoli non più utilizzabili.
La sfida sarà evitare di ripetere intorno alla Luna gli errori già commessi nelle orbite terrestri: occuparsi dei detriti soltanto quando saranno diventati abbastanza numerosi da rappresentare già un’emergenza.

