Pompei torna a vendemmiare: il vino rinasce tra le domus

Nei quattordici piccoli vigneti dell’area archeologica il primo raccolto del progetto con Feudi di San Gregorio. A Stabiae crescono intanto le nuove vigne. La cantina entro il 2028, i primi vini nel 2029: a regime saranno prodotte circa 30mila bottiglie l’anno.

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Pompei torna a vendemmiare: il vino rinasce tra le domus

A Pompei il passato, stavolta, non si scava: si raccoglie. Tra muri antichi e domus, dove duemila anni fa la vite faceva già parte della vita quotidiana, sono tornate le forbici della vendemmia. Grappolo dopo grappolo, la città sepolta ricomincia così da uno dei suoi gesti più antichi. Non una rievocazione, ma il primo raccolto di un progetto destinato a produrre davvero vino dentro il Parco archeologico. La vendemmia ha segnato ieri la Festa del Vino e, soprattutto, l’ingresso nella fase produttiva del progetto nato dal partenariato siglato nel novembre 2024 tra il Parco Archeologico di Pompei e il Gruppo Tenute Capaldo, attraverso Feudi di San Gregorio e Basilisco. L’obiettivo è più ambizioso della semplice coltivazione di qualche filare: costruire nel tempo una vera azienda vitivinicola all’interno della Grande Pompei, intrecciando ricerca archeologica, agronomia, produzione, paesaggio e turismo. Il punto di partenza sono quattordici piccoli vigneti custoditi nelle domus, poco più di un ettaro complessivo. Quattordici microcosmi, perché cambiano esposizione, umidità, varietà e forme di allevamento, mentre persino i muri antichi che li circondano contribuiscono a creare condizioni differenti. Quest’anno da qui arrivano Aglianico, Piedirosso e Sciascinoso, le varietà rosse che appartengono da secoli alla storia viticola della Campania.

E mentre si raccoglie dentro l’antica città, a Stabiae si prepara già il prossimo capitolo. Nei pressi di Villa San Marco è stato impiantato all’inizio del 2026 un nuovo vigneto ottenuto da materiale genetico prelevato dalle viti centenarie di Feudi di San Gregorio in Irpinia. È ancora troppo giovane per produrre, ma nei prossimi anni porterà nel progetto anche Fiano, Greco e Falanghina, allargando la sperimentazione ai bianchi.

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A ricostruire il filo tra la viticoltura antica e quella contemporanea contribuisce Attilio Scienza, dell’Università degli Studi di Milano, mettendo insieme fonti storiche, archeologia, botanica e genetica. «Pompei è un luogo unico», osserva, e può diventare un laboratorio per comprendere come archeologia, vite e vino possano contribuire anche a un turismo culturale di qualità. Sul campo, Pierpaolo Sirch di Feudi di San Gregorio segue invece la trasformazione dei vigneti e la conoscenza dei loro differenti microclimi: questa prima vendemmia è anche un anno di studio, oltre che di produzione.

È un ritorno che per Pompei va molto oltre il vino. Nel 2026 il Parco ha dedicato numerose iniziative alla dimensione dionisiaca della città antica, anche dopo la scoperta del salone del Tiaso nella Regio IX. Bacco torna così non come semplice figura mitologica, ma come chiave per leggere agricoltura, convivialità, paesaggio e vita quotidiana.

«Con la Festa del Vino e con questa prima vendemmia restituiamo a Pompei un pezzo fondamentale della sua anima e della sua storia quotidiana, per rileggere oggi quelle antiche pratiche agricole che vedevano in Dioniso il loro punto di riferimento. Questa tematica riveste una rilevanza centrale per il Parco, che lungo tutto il 2026 ha promosso svariate attività incentrate sull'aspetto dionisiaco della quotidianità a Pompei, un percorso sollecitato anche dal recente rinvenimento del salone del Tiaso nella Regio IX. Per noi la vite e il vino non sono soltanto elementi archeologici da studiare, ma costituiscono un patrimonio vivo che definisce il nostro paesaggio e la cultura mediterranea. Attraverso il partenariato con il Gruppo Tenute Capaldo, coniughiamo ricerca scientifica, tutela del territorio e valorizzazione del sito in una visione di lungo periodo: veder rinascere la produzione vitivinicola tra le nostre domus e nell'area della Grande Pompei significa offrire ai visitatori un'esperienza ancora più profonda, capace di far dialogare in modo autentico il passato con il presente», commenta il direttore del Parco Gabriel Zuchtriegel.

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Per Antonio Capaldo, presidente di Feudi di San Gregorio, quelle prime uve segnano l’inizio concreto di un progetto costruito «con pazienza e visione di lungo periodo», con l’ambizione di restituire a Pompei anche il ruolo avuto nella storia del vino mediterraneo.

Il prossimo passaggio sarà la cantina per la vinificazione e l’affinamento, prevista in un edificio dell’area di Stabiae e attesa entro la vendemmia 2028. Una parte dell’affinamento avverrà persino all’interno delle domus, trasformando il percorso del vino in un’esperienza accessibile ai visitatori. I primi vini sono attesi entro il 2029. A regime si punta a circa 30mila bottiglie all’anno, con uno spazio per degustazione e vendita all’interno del Parco. Così, nella città diventata il simbolo universale di un istante fermato per sempre, torna a scorrere uno dei tempi più antichi dell’uomo: quello che dalla vite conduce alla vendemmia, e dalla vendemmia al vino.

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