Riunioni infinite e videocall evitabili, così siamo diventati schiavi del virtual burnout
Una ricerca di Robert Walters Italia evidenzia che quasi 8 lavoratori su 10 percepiscono le riunioni online come un’interruzione del lavoro,
Le giornate lavorative moderne sono sempre più piene di finestre che si aprono sullo schermo, ma sempre più spesso troppo poche che portano davvero avanti il lavoro. Le videocall, diventate in pochi anni uno strumento centrale della collaborazione professionale, stanno infatti mostrando un lato meno efficiente e sempre più invasivo: quello di una routine frammentata, in cui la concentrazione viene continuamente interrotta da riunioni digitali spesso percepite come superflue. È quanto emerge da una nuova ricerca condotta da Robert Walters Italia, che fotografa con chiarezza un malessere ormai diffuso tra i professionisti. Quasi l’80% degli intervistati (79%) dichiara infatti che le riunioni virtuali interrompono regolarmente il proprio tempo di lavoro effettivo, incidendo negativamente su concentrazione, organizzazione delle attività e gestione delle priorità.
Il dato si inserisce in un contesto ormai dominato da piattaforme come Teams e Zoom e da calendari sempre più fitti di appuntamenti digitali. Oltre la metà dei lavoratori italiani (53%) partecipa mediamente a una o due videocall al giorno, mentre più di uno su dieci supera addirittura le cinque riunioni quotidiane. Un ritmo che, sommato alla durata media dei meeting (tra i 30 e i 45 minuti), può tradursi in due o tre ore giornaliere sottratte al lavoro operativo.
Il risultato è un fenomeno sempre più riconoscibile: il meeting overload. Secondo la survey, il 51% dei professionisti afferma che le riunioni interrompono regolarmente la propria attività, mentre un ulteriore 28% segnala che ciò avviene almeno occasionalmente. A questo si aggiunge una percezione piuttosto critica dell’utilità delle videocall: solo il 9% le considera realmente molto produttive, mentre il 56% le giudica utili solo in parte e il 25% le ritiene poco efficaci. Un 10% sarebbe invece favorevole a ridurne drasticamente l’uso, privilegiando email, messaggi o telefonate.
A sottolineare il trend interviene anche Walter Papotti, Country Director di Robert Walters Italia, che evidenzia come molte organizzazioni abbiano sviluppato una sorta di “dipendenza da meeting”: riunioni organizzate anche per temi che potrebbero essere risolti con comunicazioni rapide e mirate. Una dinamica che, secondo Papotti, contribuisce a frammentare la giornata lavorativa e a ridurre la qualità complessiva del lavoro. Il problema, tuttavia, non riguarda solo la quantità, ma anche la soglia di sopportazione. Una ricerca globale del SlackWorkforce Lab indica infatti che superare le due ore giornaliere di meeting rappresenta un punto critico oltre il quale cala sensibilmente la capacità di concentrazione e la disponibilità di tempo per attività strategiche.
Il fenomeno della cosiddetta “meeting fatigue” appare ormai consolidato anche in Italia: l’87% dei lavoratori ritiene che molte riunioni virtuali siano inutili o evitabili. E non solo. Quasi la metà degli intervistati (48%) afferma di partecipare a videocall anche quando i colleghi si trovano fisicamente nello stesso ufficio, segno di una digitalizzazione delle interazioni che, in alcuni casi, sembra aver superato la soglia della reale necessità. Interessante anche la differenza generazionale nelle abitudini comunicative. Per la Gen Z, gli strumenti di messaggistica interna come Teams o WhatsApp sono ormai il canale principale di lavoro (58%), seguiti dalle email (23%). Tra i professionisti più adulti, pur restando centrale la messaggistica (50%), cresce il peso della posta elettronica (36%), a conferma di un approccio più tradizionale alla comunicazione.
Eppure, nonostante la centralità delle tecnologie digitali, quando si tratta di decisioni importanti il valore dell’incontro fisico rimane difficile da sostituire: l’82% dei professionisti continua a preferire la presenza rispetto alla videocall, contro un marginale 16% che sceglierebbe una riunione virtuale. Una contraddizione che racconta bene il momento attuale: da un lato la comodità e l’efficienza delle piattaforme digitali, dall’altro il bisogno ancora forte di interazione diretta. La sfida per le aziende, sottolinea Papotti, non è allora eliminare le riunioni virtuali, ma imparare a usarle con maggiore consapevolezza, riducendone il numero e aumentando il valore di ciascun incontro. In un’epoca in cui tutto sembra passare da uno schermo, il vero tema non è più la possibilità di connettersi, ma la capacità di scegliere quando farlo davvero.


