L'abisso non negozia: il dramma delle Maldive e l'implacabile legge dei 50 metri
Cinque italiani hanno perso la vita durante una immersione. Cosa è successo? La tragedia era evitabile? Lo abbiamo chiesto al nostro esperto. Ecco le sue risposte
di Francesco Pacienza *
Il mare ha una sua matematica rigorosa, quasi feroce, che non ammette approssimazioni né deroghe. Quando la linea della superficie si allontana e la pressione schiaccia il corpo e i pensieri, ogni metro guadagnato verso il fondo esige un tributo in termini di lucidità, pianificazione e rispetto delle regole fisiche. La tragedia delle Maldive, costata la vita a cinque nostri connazionali (la professoressa Monica Montefalcone e sua figlia Giorgia Sommacal, Muriel Oddenino di Poirino - ricercatrice del Torinese - e gli istruttori subacquei Gianluca Benedetti di Padova e Federico Gualtieri di Borgomanero - nel Novarese), ci proietta bruscamente in quella dimensione dove il confine tra l'esplorazione e il dramma si fa sottile come una sagola tesa nel buio. Per chi vive e racconta il blu profondo, questa non è solo una cronaca di vite spezzate; è un doloroso promemoria di cosa significhi violare la "profondità operativa" senza gli strumenti che la scienza iperbarica ci ha messo a disposizione.
A 50 metri di profondità, l'aria che respiriamo normalmente si trasforma. La densità aumenta, lo sforzo respiratorio si fa sentire e la tossicità dell'ossigeno e l'effetto narcotico dell'azoto iniziano a tessere la loro tela invisibile.
In quel regno di penombra, il tempo di permanenza standard utilizzando la normale aria è di soli 10 minuti. Dieci minuti totali, definiti tempo di fondo (bottom time), prima che il corpo accumuli così tanto azoto da richiedere soste decompressive abbastanza lunghe che necessitano di pianificazione. Un lasso di tempo microscopico, totalmente insufficiente se l'obiettivo dell'immersione non è una rapida occhiata, ma un'attività lavorativa, di ricerca o di rilievo scientifico.
Oltre quel limite dei 10 minuti, la fisica impone una penale severissima: ogni singolo minuto eccedente comporta, per dinamica decompressiva, almeno due minuti di sosta obbligatoria durante la risalita.
Capite bene che bastano 5 minuti di ritardo sul fondo per accumulare dieci minuti di decompressione in mezzo al blu, esposti alla corrente, con il consumo di gas che sale vertiginosamente. Per svolgere un lavoro serio a quella quota, l'aria è un errore concettuale: servono le miscele, serve il Trimix, dove l'elio sostituisce parte dell'azoto e dell'ossigeno per garantire una mente limpida e tempi di fondo gestibili.
Le notizie che giungono dai canali ufficiali mantengono ancora un velo di incertezza sugli aspetti cruciali di questo run-time. Il primo grande interrogativo riguarda la configurazione dei subacquei:
· L'equipaggiamento comprendeva le miscele idonee e, soprattutto, le bombole dedicate (stage) per effettuare l'eventuale decompressione in sicurezza?
· Erano dotati di scooter subacquei (DPV - Diver Propulsion Vehicle)?
In contesti di penetrazione in grotta o sotto tettoie rocciose, lo scooter non è un lusso o un gioco: è lo strumento che permette di accorciare drasticamente i tempi di penetrazione e di rientro, risparmiando gas prezioso e riducendo lo sforzo fisico. Senza DPV, una penetrazione profonda si trasforma in una maratona contro il tempo e contro la propria scorta di gas.
In attesa dei riscontri medico-legali, la risposta a molti di questi interrogativi non arriverà solo dall'esame autoptico, ma da ciò che il recupero del corpo di Gianluca Benedetti racconterà agli inquirenti e agli esperti di medicina iperbarica già nei primi istanti.
L'attrezzatura di un subacqueo profondo è una vera e propria scatola nera. Prima ancora di analizzare i polmoni, parleranno i manometri e i computer di immersione:
I manometri: Trovare le bombole completamente vuote confermerà lo scenario peggiore: l'esaurimento della scorta d'aria, una condizione che non lascia scampo a quella profondità.
I computer: Il profilo di immersione registrato racconterà i minuti esatti trascorsi sul fondo, la velocità di risalita, i tentativi di emergenza o l'eventuale superamento del tetto di decompressione.
Il panico e il disorientamento, nell'oscurità dei cinquanta metri, sono amplificati dalla narcosi da azoto. Un problema banale che in superficie si risolve in dieci secondi, sott'acqua diventa un labirinto mentale da cui è impossibile uscire se i consumi saltano e la scorta d'aria si esaurisce.
Il mare ha restituito una prima parte di questa triste verità. Ora spetta ai tecnici leggere i segni lasciati sull'attrezzatura, nel rispetto di cinque subacquei che hanno cercato risposte nel profondo e vi hanno trovato un destino troppo severo.
* Francesco Pacienza è diplomato all'Istituto Europeo di Design a Roma. Esperienza trentennale nella fotografia di moda, pubblicitaria, architettura e still life. Da oltre dieci anni è specializzato nella fotografia subacquea: dal grandangolo, ai relitti, dalla macro alla fotografia creativa e all’underwater fashion.
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