Quando cominciamo a ballare?

I risultati di un nuovo studio: il cervello riconosce la musica già a tre mesi, ma i primi movimenti complessi arrivano verso la fine del primo anno di vita

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by Pasquale Raicaldo
Quando cominciamo a ballare?
Photo by Jessie Maxwell

Prima ancora di imparare a camminare, prima di pronunciare le prime parole, il nostro cervello sembra già saper fare qualcosa di sorprendente: riconoscere la musica. Non ancora danzare, non ancora seguirne il ritmo con movimenti coordinati, ma ascoltarla sì. E, in qualche modo, iniziare a risponderle.
La musica è uno dei linguaggi più antichi e universali dell’esperienza umana. Ogni cultura la produce, la riconosce, la accompagna con il corpo. Cantiamo, battiamo le mani, ondeggiamo, danziamo. Ma quando nasce, nello sviluppo di un bambino, questa misteriosa alleanza tra suono e movimento?
Quando il corpo comincia davvero a trasformare ciò che sente in gesto?
A questa domanda ha provato a rispondere un gruppo internazionale di ricerca guidato da Trinh Nguyen e Stefanie Höhl dell’Università di Vienna, insieme a Giacomo Novembre dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Roma. Lo studio, pubblicato sulla rivista eLife, mostra che il cervello dei bambini elabora la musica già a tre mesi di vita, mentre i movimenti più complessi e strutturati in risposta agli stimoli musicali compaiono soltanto verso la fine del primo anno.

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Photo by Social History Archive

Le prime tracce della musicalità

Negli adulti, i meccanismi con cui il cervello percepisce, interpreta e accompagna la musica sono stati ampiamente studiati. Molto meno chiaro, finora, era ciò che accade nei primi mesi di vita: in che modo i neonati ascoltano la musica? E quando cominciano a collegarla spontaneamente al movimento?
Il nuovo studio ha indagato proprio lo sviluppo della cosiddetta “musicalità”, intesa nelle sue due componenti principali: quella sensoriale, legata all’ascolto e alla percezione delle strutture sonore, e quella motoria, cioè la capacità di tradurre la musica in movimento corporeo.
Per farlo, i ricercatori hanno coinvolto 79 bambini di tre, sei e dodici mesi. Durante l’esperimento, ai piccoli sono state fatte ascoltare alcune canzoni per l’infanzia, tra cui La Vaca Lola e Hopp Juliska. Come confronto, sono state proposte anche versioni modificate degli stessi brani: melodie e ritmi rimescolati, oppure suoni alterati intenzionalmente nell’altezza.

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Il cervello ascolta prima del corpo

Mentre i bambini ascoltavano, i ricercatori registravano contemporaneamente l’attività cerebrale tramite elettroencefalogramma e i movimenti del corpo attraverso un sistema di video-tracking senza marcatori, capace di analizzare gesti spontanei come il movimento delle braccia o l’oscillazione del busto.
I risultati sono particolarmente interessanti. Già a tre mesi, i bambini mostrano una maggiore attività cerebrale quando ascoltano musica strutturata rispetto a sequenze sonore casuali. In altre parole, il cervello infantile non riceve la musica come un semplice rumore di fondo: ne coglie già una forma, una logica, un’organizzazione. «Possiamo quindi osservare che l’elaborazione uditiva della musica comincia molto presto nello sviluppo», spiega Trinh Nguyen, prima autrice dello studio e ricercatrice all’Università di Vienna.
Il corpo, però, arriva dopo. I dati sui movimenti mostrano infatti che un legame di base tra musica e gesto è presente in tutte le fasce d’età osservate, ma i movimenti più complessi e organizzati emergono soprattutto nei bambini di dodici mesi. È in prossimità del primo compleanno, dunque, che l’ascolto comincia a tradursi in una risposta motoria più riconoscibile: oscillazioni, movimenti delle braccia, piccoli tentativi corporei di accompagnare ciò che arriva all’orecchio.

Non è ancora danza, ma è già relazione

Lo studio precisa tuttavia un punto importante: in nessuna delle fasce d’età analizzate è stata osservata una vera sincronizzazione coordinata con il battito musicale. I bambini non “vanno a tempo” nel senso adulto del termine. Eppure qualcosa accade. La musica mette in moto attenzione, percezione, corpo. Non genera ancora una danza, ma prepara il terreno perché un giorno possa nascere.
Un dato curioso riguarda l’altezza dei suoni: quelli più acuti sembrano stimolare maggiormente i movimenti dei bambini in tutte le età considerate. È come se certe qualità sonore avessero una particolare capacità di attivare il corpo, anche quando il controllo motorio è ancora in pieno sviluppo.
La ricerca mostra quindi come il cervello, nel corso del primo anno di vita, impari progressivamente a trasformare la musica in movimento spontaneo. Prima arriva l’ascolto, poi la risposta corporea. Prima la struttura sonora viene riconosciuta, poi il corpo comincia, lentamente, a cercarle una forma.

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La musica non è mai soltanto rumore

La conclusione è chiara: per i bambini, anche piccolissimi, la musica è molto più di un sottofondo. Nei primi sei mesi di vita il cervello è già in grado di elaborarne la struttura, mentre i movimenti corrispondenti maturano poco alla volta.
Questo dato ha implicazioni importanti anche fuori dal laboratorio. Per i genitori, gli educatori e gli specialisti dell’infanzia, cantare insieme, cullare ritmicamente, ripetere piccole routine musicali può rappresentare un’esperienza preziosa già nel primo anno di vita. Anche se il bambino non batte ancora le mani a tempo, anche se non ondeggia in modo evidente, il suo cervello sta ascoltando, collegando, imparando.
«Cantare insieme, cullare con ritmo e ripetere routine musicali possono essere esperienze importanti già nel primo anno di vita, anche se i bambini non si muovono ancora visibilmente a tempo», osserva Stefanie Höhl, coautrice dello studio. La musica, dunque, può essere considerata uno dei primi spazi di relazione tra il bambino e il mondo: un luogo invisibile in cui percezione, attenzione e movimento cominciano a incontrarsi. Prima ancora della danza, c’è l’ascolto. Prima del passo, c’è il battito. E forse è proprio lì, in quel dialogo iniziale tra suono e corpo, che comincia una delle attività più antiche della nostra umanità.

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