A.A.A. longevità cercasi: viaggio tra i nuovi mercanti dell’elisir
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A.A.A. longevità cercasi: viaggio tra i nuovi mercanti dell’elisir

Startup che ritardano l’invecchiamento, riprogrammazione cellulare e nuove terapie anti-aging: cosa sta succedendo? E a quali dilemmi etici dobbiamo prepararci?

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by Giancarlo Donadio

Quando Elon Musk è salito sul palco di Davos, un intervistatore gli ha chiesto se pensasse che l’invecchiamento potesse essere invertito. Musk ha risposto di non aver dedicato molto tempo al problema, ma di sospettare che sia “molto risolvibile” e che, una volta capito perché invecchiamo, la spiegazione sarà “ovvia”. Poco dopo, David Sinclair, professore ad Harvard e tra i volti più noti della divulgazione sulla longevità, è intervenuto sui social per spiegare che l’invecchiamento avrebbe una spiegazione relativamente semplice e sarebbe “apparentemente reversibile”, aggiungendo che i trial clinici sarebbero iniziati “a breve”. Nello scambio, emerge anche un codice: ER-100. 
ER-100 è il nome in codice di un trattamento sviluppato da Life Biosciences, startup di Boston co-fondata anche da Sinclair. E qui la storia smette di essere un dibattito da talk show e diventa una notizia di filiera biotech: Life Biosciences ha annunciato il via libera dell’FDA (clearance dell’IND) per iniziare una sperimentazione umana su ER-100, puntando su patologie del nervo ottico, tra cui il glaucoma. 

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Da questo punto in poi, però, la domanda non è più “se” la tecnologia esiste, ma “che cosa” sta davvero tentando di fare, “quanto” è matura, “chi” la sta finanziando e, soprattutto, “quali” conseguenze etiche porta con sé. Perché parlare di ringiovanimento, oggi, significa parlare di un’industria nascente che mescola scienza d’avanguardia, narrazioni da Silicon Valley e un’area regolatoria complessa: l’FDA non riconosce l’invecchiamento come malattia, quindi la strada passa quasi sempre dal trattamento di condizioni specifiche legate all’età.  
Il cuore della vicenda ER-100 è un concetto che negli ultimi anni ha attratto capitali e talenti: la riprogrammazione cellulare. L’idea è questa: molte funzioni cellulari “deragliano” con l’età, anche perché cambia la regolazione epigenetica, cioè l’insieme di segnali che decidono quali geni vengono accesi e spenti. Se riuscissimo a “resettare” questi controlli in modo parziale e controllato, potremmo riportare la cellula verso uno stato più giovane, senza cancellarne l’identità.
La radice scientifica di questo filone è la scoperta che introducendo in una cellula alcuni geni molto potenti si può farla tornare a uno stato simile a quello delle cellule staminali. Questi geni sono noti come fattori di Yamanaka. Ma la versione totale del reset è pericolosa: in modelli animali può favorire la formazione di tumori. Per questo, la frontiera più battuta è la cosiddetta riprogrammazione parziale: usare solo alcuni fattori, o attivarli per periodi limitati, cercando un ringiovanimento funzionale senza perdere il ruolo della cellula nell’organismo. 
La riprogrammazione sarebbe “come l’IA del mondo bio”, la tecnologia su cui tutti stanno puntando. Non è un caso se in parallelo crescono piattaforme che non cercano più solo molecole, ma combinazioni di geni, interruttori di controllo, vettori di delivery, dosaggi e finestre temporali. 

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Secondo le informazioni rese pubbliche, il trial su ER-100 coinvolge un numero limitato di pazienti e guarda innanzitutto alla sicurezza. È una scelta tipica quando la tecnologia è nuova e potenzialmente rischiosa: si parte da un distretto “contenuto” come l’occhio, dove un intervento localizzato è più controllabile rispetto a un trattamento sistemico. 
Questa architettura, in teoria, serve a ridurre il rischio più temuto: andare “troppo oltre” con la riprogrammazione e spingere le cellule verso stati indesiderati. Ma proprio qui si apre il tema chiave: l’interruttore e la combinazione di fattori accendono molte vie biologiche contemporaneamente, e l’imprevedibilità è parte del problema. È il motivo per cui la comunità scientifica si divide tra entusiasmo e prudenza, e per cui molti osservatori considerano questo passo un proof of concept, non l’inizio immediato di una “pillola per ringiovanire”. 
La narrativa della longevità è cambiata: da disciplina percepita come marginale a campo dove convergono grandi investimenti, scienza dei dati e biotecnologie avanzate. Alcuni segnali sono macroscopici. 
Altos Labs è diventata l’icona della grande scommessa sulla riprogrammazione: un progetto super-finanziato, con scienziati di alto profilo e l’obiettivo di capire come ottenere ringiovanimento senza cadere nelle trappole biologiche della pluripotenza e dei tumori. Diverse ricostruzioni parlano di un avvio con finanziamenti nell’ordine dei miliardi e del coinvolgimento di grandi nomi del tech. 
NewLimit, co-fondata da Brian Armstrong, lavora su un approccio che mette insieme laboratorio e discovery “guidata” da modelli, cercando combinazioni che ripristinino profili di espressione genica più giovani senza perdere l’identità cellulare. Nel 2025 l’azienda ha annunciato un importante round di finanziamento, segnale che la tesi “reprogramming as medicine” continua ad attrarre capitali. 
Retro Biosciences, guidata da Joe Betts-LaCroix e sostenuta da Sam Altman, dichiara un obiettivo ambizioso: aggiungere anni di vita in salute. Il suo percorso è interessante perché non punta solo sulla riprogrammazione: uno dei suoi primi candidati clinici riguarda l’autofagia, il “riciclo” cellulare che tende a indebolirsi con l’età, e che in molte ipotesi è collegato a neurodegenerazione e declino funzionale. 
Accanto ai “big brand” della longevità, c’è una costellazione di startup più piccole che lavorano su varianti, bersagli o sistemi di delivery differenti. E in un settore dove la scienza è complessa e i costi di laboratorio sono alti, la differenza la fa spesso una cosa: trovare un percorso regolatorio credibile, cioè una prima indicazione clinica misurabile, con endpoint chiari e un profilo rischio/beneficio difendibile. 
Se la scienza del ringiovanimento diventerà medicina, non sarà solo una svolta sanitaria. Sarà un cambiamento sociale, economico e politico. Le questioni etiche, in questo settore, non arrivano “dopo”. Arrivano prima, perché la promessa stessa mette pressione su regolatori, medici, pazienti e investitori. 
Il rischio di una “longevità a due velocità” è reale. Già oggi l’industria della longevity medicine vede un’esplosione di offerte commerciali e trattamenti di efficacia controversa, spesso accessibili soprattutto a chi può pagare. Se domani arrivassero terapie realmente efficaci ma costose, la disuguaglianza sanitaria potrebbe aumentare. 

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In parallelo, la pressione politica per allentare regole e accelerare l'accesso può portare a un conflitto tra velocità e rigore. Da un lato c’è un argomento comprensibile: ridurre anni di sofferenza legati alle malattie dell’età. Dall’altro c’è il pericolo di normalizzare scorciatoie dove la prova scientifica non è solida. 
Curare glaucoma o Alzheimer è una cosa. Offrire ringiovanimento sistemico a persone sane è un’altra. Il confine non è solo medico, è morale e giuridico. Se una tecnologia “rende più giovani” tessuti e funzioni, quanto sarà legittimo usarla per aumentare performance, prolungare carriere, o ritardare l’invecchiamento senza una patologia diagnosticata?  
Questa domanda riporta al punto citato anche da Musk: una società dove si vive molto più a lungo potrebbe cambiare il ricambio generazionale, l’accesso alle posizioni di potere, i sistemi pensionistici, perfino la dinamica dell’innovazione. 
Il ringiovanimento, soprattutto quando passa da IA e biologia computazionale, si nutre di dati: genomica, epigenomica, immagini, parametri clinici longitudinali. Questo apre il tema della proprietà e dell’uso secondario dei dati sanitari. Se i modelli diventano un asset industriale, chi garantisce che i dati dei pazienti non vengano sfruttati in modo opaco? E chi assicura che l’innovazione non trasformi i cittadini in “fornitori involontari” di materia prima informativa? 


La longevità è un campo dove la narrazione “vende” facilmente, perché tocca paure e desideri universali. Sinclair stesso è una figura polarizzante: molto influente, ma spesso criticata per eccesso di ottimismo e comunicazione aggressiva. Questo non invalida i trial o i dati, ma rende ancora più importante distinguere tra pubblicità, ipotesi, pre-clinico e clinico. In altre parole: l’etica del ringiovanimento passa anche dall’etica del racconto

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Nel breve periodo, lo scenario più credibile è quello di indicazioni specifiche, locali e misurabili. Occhio, pelle, alcuni distretti neurologici, condizioni metaboliche definite. È anche il motivo per cui molte aziende puntano su una prima “vittoria clinica” circoscritta: se dimostri che la riprogrammazione può essere sicura e utile in un organo, diventa più facile attrarre capitali e costruire trial successivi. 
Nel medio periodo, se i problemi di sicurezza saranno gestibili, vedremo probabilmente un’espansione a più patologie legate all’età, con piattaforme di più raffinate e con controlli “a prova di errore”. Ma l’idea di ringiovanire l’intero organismo resta, oggi, più un orizzonte che un progetto imminente. 
Il punto più importante, per chi osserva questo mercato, è che il “ringiovanimento” non sarà un singolo prodotto. Sarà un portafoglio di tecnologie: riprogrammazione parziale, molecole pro-autofagia, immuno-modulazione, senolytics, terapie geniche mirate, dispositivi e biomarcatori. E la vera competizione non sarà solo scientifica, ma anche etica e regolatoria: chi riuscirà a dimostrare beneficio reale, in sicurezza, con trasparenza e accessibilità, avrà un vantaggio enorme. 

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