Ogni anno in Europa scartiamo 5 milioni di tonnellate di vestiti
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Ogni anno in Europa scartiamo 5 milioni di tonnellate di vestiti

Solo l'1% di questi viene riciclato in nuovi prodotti. Cresce la consapevolezza, ma le abitudini faticano a cambiare. E i giovani non guardano le etichette. Ecco i risultati di uno studio Legambiente

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by Pasquale Raicaldo

La moda corre veloce. Cambia volto ogni settimana, detta tendenze che durano il tempo di uno scroll e trasforma il desiderio in consumo istantaneo. Ma dietro l’apparente leggerezza del fast fashion si nasconde una delle filiere più impattanti del nostro tempo: una macchina produttiva che consuma acqua, suolo, energia e materie prime a un ritmo insostenibile, lasciando dietro di sé montagne di rifiuti tessili e un sistema opaco in cui il prezzo basso spesso coincide con costi ambientali altissimi. Eppure, se cresce la sensibilità verso la sostenibilità, le abitudini di acquisto sembrano restare ancorate a un modello che premia velocità e convenienza più della consapevolezza.

person holding assorted clothes in wooden hanger
Photo by Becca McHaffie / Unsplash


È questo il nodo centrale emerso dallo studio condotto da Legambiente nell’ambito del progetto VERDEinMED, che ha coinvolto centinaia di partecipanti in Italia, Spagna e Grecia. L’indagine mette in luce il cosiddetto “Value-Action Gap”, il divario tra ciò che i consumatori dichiarano di ritenere importante e ciò che fanno realmente quando acquistano un capo d’abbigliamento. Da un lato, la maggioranza degli intervistati si dice favorevole all’utilizzo di fibre sostenibili e disponibile a modificare le proprie abitudini per ridurre l’impatto ambientale; dall’altro, il 42,4% ammette di prestare poca o nessuna attenzione alla sostenibilità al momento dell’acquisto.

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Una contraddizione che racconta bene la complessità del rapporto tra consumatori e moda. Non si tratta necessariamente di disinteresse, quanto piuttosto di una distanza crescente tra percezione e comportamento reale. Quando ci si trova davanti agli scaffali o alle piattaforme online, il prezzo accessibile, la rapidità delle collezioni e la pressione costante delle tendenze finiscono spesso per prevalere sulle intenzioni dichiarate. Anche il tema della trasparenza rappresenta un punto critico. Sebbene il 69% degli intervistati affermi di leggere le etichette, questa attenzione diminuisce sensibilmente tra i più giovani, che costituiscono circa la metà del campione analizzato. Inoltre, oltre un terzo dei partecipanti ritiene che le informazioni presenti sui prodotti siano incomplete o poco chiare. I consumatori chiedono soprattutto maggiore trasparenza sull’origine delle materie prime, sui processi produttivi e sulle condizioni di lavoro lungo la filiera.

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L’incertezza riguarda anche il destino dei capi una volta terminato il loro ciclo di vita. Il 41,1% degli intervistati dichiara di non sapere come vengano gestiti i rifiuti tessili nella propria città o regione. Un dato significativo se si considera che, ogni anno, nell’Unione Europea vengono scartati circa 5 milioni di tonnellate di tessuti e abbigliamento, pari a circa 12 chilogrammi per persona, e solo l’1% viene riciclato in nuovi prodotti. L’impatto ambientale del settore è ormai evidente. Secondo l’European Environment Agency, il comparto tessile è il terzo in Europa per consumo di acqua e suolo e il quinto per utilizzo di materie prime ed emissioni climalteranti. Nel solo 2020, il consumo medio di prodotti tessili di un cittadino europeo ha richiesto 9 metri cubi di acqua, 400 metri quadrati di terreno e 391 chilogrammi di materie prime.

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A rendere ancora più complesso il quadro contribuisce la scarsa consapevolezza sulla provenienza dei prodotti. Oltre il 30% delle importazioni tessili extra-UE arriva dalla Cina, seguita da Bangladesh, Turchia, India e Cambogia, eppure un quarto degli intervistati dichiara di non sapere da dove provengano i propri vestiti. Una distanza geografica e culturale che spesso rende invisibili i costi ambientali e sociali della produzione.

Per affrontare questa sfida, il progetto VERDEinMED punta sulla costruzione di una filiera più trasparente e partecipata. In Italia, l’Umbria è stata il laboratorio operativo dell’iniziativa attraverso i Living Lab promossi da Legambiente Umbria e Confindustria Umbria, che hanno coinvolto cittadini, studenti e imprese nella co-progettazione di soluzioni innovative per il settore tessile. Tra gli strumenti considerati decisivi emerge il Passaporto Digitale del Prodotto (DPP), previsto dalla normativa europea sull’ecodesign. Una sorta di carta d’identità digitale del capo che permetterà di conoscere provenienza delle materie prime, impatto ambientale, processi produttivi e modalità di smaltimento, contrastando il fenomeno del greenwashing e offrendo ai consumatori informazioni finalmente verificabili. Accanto a questo, Legambiente sottolinea l’importanza della Responsabilità Estesa del Produttore (EPR), un sistema che obbligherebbe aziende produttrici, importatori e distributori a farsi carico dell’intero ciclo di vita dei prodotti tessili, compresa la gestione dei rifiuti. “L’impatto del tessile e della moda è una sfida globale”, ha dichiarato Giorgio Zampetti, evidenziando come innovazione, decarbonizzazione ed economia circolare non possano più essere considerate opzioni, ma elementi imprescindibili per il futuro del settore. Dopo quasi tre anni di attività, il progetto VERDEinMED si conclude con una conferenza internazionale a Perugia, lasciando però aperta la sfida più importante: colmare il divario tra intenzione e azione. Perché la sostenibilità della moda non dipenderà soltanto dalle norme o dalle tecnologie, ma dalla capacità di trasformare la consapevolezza in scelte quotidiane.

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