Peter, il ragno virtuale che aiuta a diagnosticare le fobie

Peter, il ragno virtuale che aiuta a diagnosticare le fobie

Sviluppato dall’Università di Pisa, permette di studiare come reagiamo alle nostre paure. La ricerca, pubblicata su Communications Psychology del gruppo Nature, apre nuove prospettive per la valutazione dei disturbi d’ansia e la personalizzazione delle terapie

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by Pasquale Raicaldo

C'è chi davanti a un ragno scappa a gambe levate, chi resta paralizzato, chi prova ad avvicinarsi salvo poi ripensarci all'ultimo momento. E chi giura di averne una paura terribile, salvo dimostrarsi sorprendentemente coraggioso al momento della verità. Perché la paura è una faccenda complicata: raccontarla è una cosa, misurare come condiziona i nostri comportamenti è tutt'altra. E per comprenderla, talvolta, può bastare un ragno. Purché sia virtuale. Si chiama Peter ed è il protagonista di una ricerca dell'Università di Pisa pubblicata su Communications Psychology, rivista scientifica del gruppo Nature. Un aracnide digitale che non tesse ragnatele né cattura insetti, ma aiuta bioingegneri e psicologi a indagare uno dei meccanismi più importanti dei disturbi d'ansia: l'evitamento, ossia la tendenza a sottrarsi a ciò che ci spaventa.
Il principio è semplice. Si indossa un visore per la realtà virtuale e ci si ritrova in un corridoio, al termine del quale attende un grosso ragno. La consegna è avvicinarsi il più possibile. Ma quello che interessa ai ricercatori non è soltanto quanto vicino si riesca ad arrivare: conta il tempo impiegato, la velocità, le esitazioni, le pause, persino il percorso scelto.

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«Abbiamo costruito uno scenario che espone le persone alle loro paure replicando in realtà virtuale un test usato dagli anni '60», spiega Sergio Frumento, ricercatore del Dipartimento di Ingegneria dell'Informazione dell'ateneo pisano. Un approccio che riprende i test comportamentali sviluppati in quegli anni, nei quali ai partecipanti veniva chiesto di avvicinarsi a un animale temuto.

Da allora questi esperimenti sono diventati strumenti importanti nello studio delle fobie, ma con un limite: animali, ambienti e procedure possono cambiare da un laboratorio all'altro, rendendo difficile confrontare i risultati. Peter, invece, offre uno scenario standardizzato, riproducibile e controllabile. Nella versione virtuale del test, i partecipanti restano seduti e avanzano mediante controller: una soluzione pensata anche per rendere lo strumento utilizzabile in ambienti clinici con spazi ridotti. La sperimentazione ha coinvolto 75 volontari con differenti livelli di paura dei ragni, sottoposti a valutazioni psicologiche e prove comportamentali. I risultati hanno mostrato una relazione tra la paura dichiarata nei questionari e alcuni parametri misurati durante il test virtuale, come distanza, tempo e velocità. Ma è andando oltre questi indicatori che è arrivato il risultato più interessante.

Analizzando le traiettorie, i ricercatori hanno individuato cinque dimensioni del comportamento evitante: il blocco iniziale, il ritardo prima di cominciare a muoversi, l'avvicinamento esitante, la tendenza a mantenere le distanze e il congelamento poco prima del contatto. Cinque modi attraverso i quali la paura si traduce in azione, o più precisamente nella difficoltà di agire.

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L'analisi statistica ha inoltre distinto due profili comportamentali: da una parte chi tende a mantenersi lontano dal ragno, procedendo lentamente e interrompendosi spesso; dall'altra chi si avvicina con maggiore decisione e fluidità. Una distinzione che coincide soltanto in parte con quella ricavata dai questionari sulla paura. In altre parole, avere paura ed evitare ciò che ci spaventa non sono esattamente la stessa cosa. Due persone possono dichiarare livelli simili di aracnofobia e comportarsi in maniera molto diversa davanti allo stesso ragno. Una differenza tutt'altro che secondaria quando si tratta di comprendere il disturbo e individuare gli interventi più appropriati.

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«Abbiamo introdotto per la prima volta una differenziazione del comportamento evitante in diversi sottotipi, e questo è molto rilevante per poter scegliere il tipo di trattamento più adatto al paziente», sottolinea Alberto Greco, docente di bioingegneria dell'Università di Pisa. La prospettiva è quella di affiancare alle valutazioni psicologiche tradizionali misure oggettive del comportamento, utili per costruire percorsi terapeutici sempre più personalizzati. Non significa che Peter abbia già dimostrato di curare l'aracnofobia: la ricerca ne documenta soprattutto le potenzialità come strumento di valutazione, mentre l'efficacia dei possibili impieghi terapeutici richiederà ulteriori verifiche. Intanto, il sistema è open source, liberamente disponibile per ricercatori e professionisti attraverso la piattaforma Open Science Framework. Una scelta che favorisce la riproducibilità degli esperimenti e la condivisione dei risultati.

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E il futuro potrebbe riservare altre sorprese. «Il prossimo passo sarà integrare il sistema con il rilevamento dei segnali fisiologici, come il battito cardiaco, per valutare in modo più approfondito lo stato di ansia del soggetto», anticipa Greco. Perché la paura non abita soltanto nei pensieri: accelera il cuore, modifica i gesti, interrompe i movimenti e qualche volta ci immobilizza. Peter non può leggerci nella mente, ma può osservare qualcosa che spesso sfugge persino a noi stessi: quello che facciamo quando abbiamo paura. E forse, un giorno, aiutarci anche a superarla.

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