Acque italiane, allarme inquinamento invisibile: farmaci, PFAS e microplastiche nei fiumi e nelle falde

Dai residui farmaceutici ai pesticidi, oltre 7.500 tonnellate di sostanze inquinanti rilasciate nelle acque italiane in 17 anni. Al Forum Acqua di Roma Legambiente fotografa un'emergenza ancora largamente sommersa e presenta sette proposte al Governo per proteggere ecosistemi e salute pubblica

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Acque italiane, allarme inquinamento invisibile: farmaci, PFAS e microplastiche nei fiumi e nelle falde
Photo by Vitaly Gariev

Non ha colore, spesso non ha odore. Non galleggia necessariamente in superficie, né lascia sempre tracce visibili del proprio passaggio. Eppure è lì, nell'acqua che attraversa le nostre città, nei fiumi che raggiungono il mare, nelle falde sotterranee da cui dipende una parte della nostra sicurezza idrica. È l'inquinamento che non si vede, forse il più insidioso proprio perché sfugge allo sguardo. Un universo di molecole, residui farmaceutici, pesticidi, microplastiche e sostanze chimiche persistenti che racconta quanto sia diventato complicato distinguere ciò che consumiamo da ciò che restituiamo all'ambiente. A misurare le dimensioni del fenomeno è Legambiente, che all'ottava edizione del Forum Acqua, organizzato a Roma insieme a Utilitalia, ha presentato un quadro aggiornato dei cosiddetti contaminanti emergenti. Il primo numero è già sufficiente a dare la misura del problema: oltre 7.500 tonnellate di sostanze inquinanti rilasciate direttamente nelle acque italiane tra il 2007 e il 2023, secondo un'elaborazione sui dati del registro europeo E-PRTR. Un bilancio che riguarda gli impianti soggetti agli obblighi di comunicazione e comprende metalli, pesticidi, nutrienti e solventi clorurati. Non la totalità dell'inquinamento, dunque, ma soltanto la sua parte ufficialmente contabilizzata.

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Il resto emerge dalle ricerche scientifiche. Nei laghi di Bracciano, Trasimeno e Piediluco, il progetto LIFE Blue Lakes ha individuato particelle di plastica nel 98% dei campioni analizzati, su un totale di 9.000. Nel Po, dodici campagne di monitoraggio condotte tra il 2022 e il 2023 hanno rilevato microplastiche in tutte le sei stazioni esaminate. E neppure il sottosuolo rappresenta più un rifugio sicuro: uno studio del 2026 le ha rintracciate in 13 dei 25 acquiferi analizzati nel Nord-Ovest. Ma il problema non riguarda soltanto la presenza della plastica. Secondo una nuova ricerca del CNR-IRSA realizzata con Legambiente, le microplastiche potrebbero contribuire alla persistenza nell'ambiente di geni associati all'antibiotico-resistenza. Un'ipotesi scientifica che apre interrogativi importanti, considerando che in Italia le infezioni resistenti agli antibiotici sono associate a circa 12mila decessi ogni anno, secondo l'Istituto superiore di sanità. Non significa che le microplastiche siano responsabili di quelle morti, ma che il loro possibile ruolo nella diffusione della resistenza antimicrobica merita particolare attenzione. C'è poi il capitolo dei PFAS, le sostanze perfluoroalchiliche impiegate in numerosi processi industriali e prodotti di consumo, note per la loro straordinaria persistenza nell'ambiente. Non a caso vengono chiamate inquinanti eterni. Secondo uno studio della Commissione europea del 2026, senza adeguate misure di contenimento i costi della contaminazione potrebbero raggiungere 440 miliardi di euro in Europa entro il 2050, mentre quelli legati al solo trattamento delle acque supererebbero i mille miliardi.
In Italia, secondo ISPRA, il PFOS, una delle sostanze più problematiche della famiglia, supera gli standard di qualità ambientale in 236 corpi idrici fluviali e in un lago. E non sono soltanto le sostanze industriali a preoccupare. Anche i medicinali lasciano tracce. Tra il 2015 e il 2024 l'Italia ha monitorato 46 contaminanti emergenti nelle acque superficiali e per nove di questi oltre un quinto delle misurazioni ha raggiunto o superato le concentrazioni considerate potenzialmente problematiche per gli ecosistemi acquatici. Tra le sostanze segnalate figurano antidepressivi, interferenti endocrini e insetticidi. A complicare il quadro interviene la crisi climatica. Le precipitazioni intense trascinano più facilmente gli inquinanti verso fiumi e laghi; la siccità, riducendo la portata dei corsi d'acqua, ne aumenta potenzialmente la concentrazione. Due facce della stessa emergenza, aggravata da un sistema di monitoraggio ancora frammentato e da impianti di depurazione convenzionali non sempre capaci di rimuovere questi composti.

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Qualche segnale incoraggiante, tuttavia, arriva dai territori. In Piemonte è nato il primo Centro di ricerca e Osservatorio tecnico-scientifico regionale sui PFAS, con circa 900 punti di monitoraggio. La Puglia ha destinato quasi 6,4 milioni di euro alla ricerca sui contaminanti emergenti, mentre in Campania il progetto INSINERGIA studia l'esposizione della popolazione nei siti contaminati. Sul fronte europeo, la nuova direttiva 2026/805 amplia l'elenco delle sostanze da controllare, rafforzando il monitoraggio di PFAS, pesticidi, farmaci e bisfenoli. Le nuove disposizioni troveranno applicazione dal dicembre 2027. Ma per Legambiente il tempo delle risposte parziali è finito.

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«Al Governo Meloni chiediamo innanzitutto un monitoraggio nazionale uniforme, con dati pubblici e accessibili a tutti», sottolinea Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente. «Poi bisogna prevenire, perché inseguire l'inquinamento a valle costa molto di più che fermarlo alla fonte, e questo vale per tutte le filiere, dall'industria all'agricoltura fino ai prodotti di uso quotidiano, come farmaci e cosmetici». Una sfida che chiama in causa anche le infrastrutture. L'Italia deve ancora fare i conti con ritardi nel completamento delle reti fognarie e degli impianti di depurazione, all'origine di quattro procedure di infrazione europee. Per questo, secondo Legambiente, non basta intervenire sull'acqua già contaminata: occorre ripensare l'intero ciclo idrico secondo il principio One Health, che considera strettamente connesse la salute umana, quella animale e quella degli ecosistemi. Per tradurre questa impostazione in interventi concreti, l'associazione ha presentato al Governo sette proposte, dalla prevenzione alla depurazione, fino alla trasparenza dei controlli.

Le sette proposte di Legambiente per salvare l'acqua

1. Mettere al bando le sostanze più pericolose. Eliminare produzione e utilizzo dei composti per cui esistono alternative più sicure, evitando di sostituirli con sostanze dalle caratteristiche altrettanto problematiche. Servono inoltre norme europee più omogenee e il principio dell'uso essenziale.

2. Studiare gli effetti combinati degli inquinanti. Non basta conoscere la tossicità delle singole sostanze. Occorre valutare anche le conseguenze delle miscele chimiche presenti nell'ambiente, attraverso strumenti capaci di misurarne gli effetti cumulativi.

3. Potenziare fognature e depuratori. Colmare il deficit infrastrutturale, superare i ritardi che hanno prodotto quattro procedure d'infrazione europee e adeguare gli impianti agli effetti della crisi climatica, dalle siccità agli eventi meteorologici estremi.

4. Riutilizzare le acque reflue in sicurezza. Definire un quadro nazionale per il riuso delle acque depurate, soprattutto in agricoltura, con controlli specifici sui contaminanti emergenti e sull'antibiotico-resistenza.

5. Far pagare chi inquina. Rafforzare il principio della responsabilità estesa del produttore, già previsto dalle norme europee per farmaci e cosmetici, valutandone l'applicazione anche alle filiere responsabili del rilascio di PFAS e microplastiche.

6. Proteggere le falde acquifere. Completare le aree di salvaguardia delle fonti idriche, introducendo vincoli chiari sulle attività potenzialmente inquinanti e rafforzando la tutela delle zone in cui si ricaricano le falde sotterranee.

7. Rendere pubblici i dati sulla contaminazione. Costruire una rete nazionale di monitoraggio con protocolli uniformi, laboratori adeguati e informazioni comprensibili e accessibili, affinché cittadini e amministrazioni sappiano quali sostanze vengono cercate, quali individuate e in quali concentrazioni.

È una tabella di marcia che richiede investimenti, ricerca e responsabilità condivise. Ma soprattutto un cambio di prospettiva: la qualità dell'acqua non si difende soltanto quando arriva al rubinetto, bensì molto prima, nelle fabbriche, nei campi, nelle città e nelle scelte quotidiane. Perché l'acqua ha una memoria lunga. E continua a portare con sé, spesso invisibile, tutto ciò che vi abbiamo lasciato.

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