Nazca, il mistero visto dal cielo
Dopo lo schianto dell’aereo turistico costato la vita a tredici persone, sette delle quali italiane, torna sotto i riflettori uno dei luoghi più enigmatici del pianeta. Un immenso libro disegnato nel deserto, che continuiamo a leggere senza possederne ancora l’alfabeto
Dopo lo schianto dell’aereo turistico costato la vita a tredici persone, sette delle quali italiane, torna sotto i riflettori uno dei luoghi più enigmatici del pianeta. Un immenso libro disegnato nel deserto, che continuiamo a leggere senza possederne ancora l’alfabeto
Per un istante, sabato, il cielo di Nazca ha smesso di essere il punto di osservazione di uno dei grandi enigmi dell’archeologia ed è diventato il luogo di una tragedia. Il Cessna Grand Caravan della compagnia peruviana Aerodiana, partito da Pisco per il consueto sorvolo dei geoglifi, ha segnalato un’emergenza poco prima di perdere i contatti con la torre. È precipitato nei pressi della città: a bordo undici turisti europei — sette italiani, due spagnoli e due tedeschi — e due membri dell’equipaggio. Nessun superstite. Le cause restano da accertare. Intanto le autorità peruviane hanno sospeso in via preventiva le operazioni della compagnia.
La notizia riporta brutalmente l’attenzione su un rito turistico che ogni anno richiama circa centomila visitatori. Per comprendere davvero le Linee di Nazca bisogna infatti cambiare prospettiva. Da terra sono solchi, margini, pietre spostate; dall’alto diventano un colibrì con il becco proteso, un ragno dalle zampe sottilissime, una scimmia con la coda avvolta a spirale, un condor, una balena. E poi trapezi, rettangoli, piste apparentemente lanciate verso il nulla. Il piccolo aereo inclina prima da un lato e poi dall’altro, quasi volesse offrire a ciascun passeggero la propria porzione di mistero. Sotto, il deserto sembra aver imparato a disegnare.
I geoglifi occupano una vasta porzione della pianura costiera peruviana, circa quattrocento chilometri a sud di Lima. Furono realizzati in epoche diverse, soprattutto tra il 500 avanti Cristo e il 500 dopo Cristo, rimuovendo dalla superficie i ciottoli scuriti dagli ossidi di ferro e facendo emergere il terreno più chiaro. Nessuna tecnologia impossibile, dunque: bastavano strumenti semplici, capacità di orientamento e una straordinaria intelligenza dello spazio. Il prodigio non è tanto come siano stati tracciati, quanto perché intere comunità abbiano dedicato secoli a incidere il paesaggio con figure destinate a superare la misura dello sguardo umano.
E il catalogo è tutt’altro che concluso. Nel 2024 un gruppo di ricerca giapponese e peruviano, servendosi dell’intelligenza artificiale per analizzare le immagini del territorio, ha individuato 303 nuovi geoglifi figurativi in appena sei mesi di ricognizioni sul campo, quasi raddoppiando quelli allora conosciuti.
Molti sono piccoli, vicini ad antichi sentieri, e raffigurano esseri umani, teste, camelidi e animali domestici. Le grandi figure lineari sembrano invece appartenere a una geografia cerimoniale più ampia. Il mistero, insomma, non si sta restringendo: si sta organizzando.

Per molto tempo si è cercata una sola chiave. Maria Reiche, la matematica tedesca che dedicò la vita allo studio e alla tutela delle Linee, pensava a un gigantesco calendario astronomico. Non agli alieni: l’idea delle piste di atterraggio extraterrestri, diventata popolarissima nel Novecento, non apparteneva alle sue ricerche. Oggi gli archeologi tendono piuttosto a leggere Nazca come un paesaggio rituale e sociale, attraversato durante cerimonie legate alle divinità, alla fertilità e soprattutto all’acqua, bene assoluto in una delle regioni più aride della Terra.
Anche la loro sopravvivenza è meno soprannaturale di quanto sembri. A proteggerle sono state la pioggia quasi assente, la scarsa erosione e la stabilità della superficie pietrosa. Non sono però invulnerabili: la Panamericana ha attraversato e danneggiato alcuni settori, mentre l’espansione urbana, il traffico, le attività illegali e gli eventi climatici estremi continuano a minacciarle. Il deserto le ha conservate; gli uomini, non sempre.
Ora su quelle figure cade un’ombra nuova. Le Linee continueranno a essere sorvolate, studiate, fotografate; continueranno a promettere una risposta e a sottrarsi appena crediamo di averla raggiunta. Ma dopo la tragedia di queste ore, guardarle dall’alto significherà anche ricordare quanto fatalmente fragile possa essere il punto da cui osserviamo ciò che ci appare eterno.

