C'è una buona notizia per la tigre: in Nepal la popolazione è più che triplicata

Nella giornata mondiale della tigre, il Wwf parte da una delle più importanti storie di successo della conservazione contemporanea. Che apre però una sfida complessa: permettere a uomini e felini di condividere gli stessi territori

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C'è una buona notizia per la tigre: in Nepal la popolazione è più che triplicata
Foto Andy Rouse / WWFr

Una tigre che torna a percorrere una forresta è una buona notizia. Quattrocentoventinove tigri che abitano nuovamente il Nepal sono qualcosa di più: la dimostrazione che il declino di una specie, quando esistono volontà politica, risorse e continuità, non è necessariamente irreversibile. La nuova stima diffusa dal governo nepalese in occasione della Giornata mondiale della tigre, che si celebra il 29 luglio, racconta una crescita straordinaria. Nel 2010, nel Paese, si contavano appena 121 esemplari. Oggi sono 429: più del triplo in sedici anni. È uno dei più significativi risultati ottenuti nella conservazione del maggiore felino del pianeta, per secoli cacciato, privato del proprio habitat e spinto verso territori sempre più piccoli e isolati. Ma è anche una storia che costringe a guardare oltre i numeri. Perché riportare le tigri nelle foreste è soltanto la prima parte del lavoro. La seconda, forse più difficile, consiste nel rendere possibile la loro presenza accanto alle comunità umane.

Il successo costruito nel Terai

In Nepal, una parte importante della ripresa si è giocata nella regione del Terai, la lunga fascia di pianure, foreste e zone umide ai piedi dell’Himalaya. Qui il WWF e le organizzazioni partner hanno sostenuto oltre cinquemila famiglie attraverso recinzioni di protezione, ricoveri più sicuri per il bestiame e barriere pensate per tenere gli animali selvatici lontani dai villaggi. I sistemi di allerta precoce gestiti dalle stesse comunità hanno prodotto più di un milione di segnalazioni sulla presenza della fauna. Assicurazioni e programmi di sostegno economico hanno inoltre aiutato le famiglie che avevano perso capi di bestiame o subito danni materiali. Misure apparentemente semplici, ma decisive. La conservazione di un grande predatore non può infatti essere costruita contro le persone che ne condividono il territorio. Deve garantire loro sicurezza, ascolto e vantaggi concreti. È questo coinvolgimento delle comunità locali e dei Popoli Indigeni ad aver trasformato la tutela della tigre da progetto calato dall’alto a responsabilità condivisa. Più tigri, tuttavia, significano anche maggiori possibilità di incontro. E non tutti gli incontri hanno il fascino di un documentario naturalistico. Possono voler dire bestiame ucciso, raccolti danneggiati, paura, limitazioni alle attività quotidiane e, nei casi più gravi, vite umane in pericolo. «La straordinaria ripresa delle tigri in Nepal dimostra che azioni di conservazione costanti e mirate portano a risultati concreti», osserva Stuart Chapman, responsabile della WWF Tigers Alive Initiative. «Ora dobbiamo accelerare gli sforzi per mantenere questo slancio, collaborando con le comunità locali e garantendo un futuro in cui persone e tigri possano coesistere in sicurezza».

Salvata, ma non ancora al sicuro

L’entusiasmo per i dati nepalesi deve fare i conti con una realtà più ampia. Nel 2025, la prima valutazione dedicata alla tigre secondo il Green Status of Species della IUCN ha classificato la specie come “Critically Depleted”, gravemente impoverita. Questo sistema non considera soltanto il rischio immediato di estinzione, ma misura quanto una specie sia riuscita a recuperare rispetto alla propria distribuzione e abbondanza storiche. E da questo punto di vista la tigre, nonostante i progressi, rimane ancora molto lontana dal ritorno nei territori che un tempo occupava. Le sue popolazioni continuano a essere frammentate in diverse parti dell’Asia. Strade, città, coltivazioni e infrastrutture interrompono i corridoi naturali utilizzati dagli animali per muoversi, riprodursi e raggiungere nuove aree. Una popolazione può crescere all’interno di una riserva, ma diventare fragile se resta intrappolata in un’isola verde circondata dalle attività umane. Per questo - sottolinea il WWF - il futuro della specie dipenderà non soltanto dal numero degli esemplari, ma dalla qualità e dalla connessione degli habitat. E dalla capacità di prevenire i conflitti prima che la presenza della tigre venga percepita come un costo insostenibile.

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Il nuovo rapporto del WWF Coesistere con le tigri raccoglie 29 tipologie di intervento e nove strumenti di monitoraggio sviluppati nei Paesi in cui vive il felino. Non esiste una soluzione universale: ogni territorio richiede risposte diverse, costruite tenendo insieme ecologia, economia e fattori sociali, compresa la capacità psicologica delle comunità di convivere con il rischio. Attraverso il Global Tiger Innovation Fund sono stati avviati cinque progetti in tre Paesi per sperimentare nuove tecnologie, modelli di prevenzione e sistemi di finanziamento replicabili. L’obiettivo non è soltanto ridurre gli incidenti, ma fare in modo che la conservazione produca benefici durevoli anche per chi vive nei territori interessati.

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Segnali dall’Asia

Il Nepal non è l’unico luogo dal quale arrivano dati incoraggianti. In India, che ospita circa il 75 per cento delle tigri selvatiche del mondo, si contano 3.682 esemplari. Il monitoraggio scientifico, la difesa dei corridoi ecologici e le strategie per prevenire gli attacchi al bestiame stanno contribuendo a rendere più sicura la convivenza. Segnali positivi arrivano anche dall’Estremo Oriente. Nel Parco nazionale delle tigri e dei leopardi della Cina nordorientale sono state censite 72 tigri dell’Amur in natura. Insieme agli animali presenti oltre il confine, nel Parco nazionale russo della Terra del Leopardo, formano una popolazione transfrontaliera di almeno 147 esemplari. Sono ancora numeri fragili. Ma raccontano che proteggere gli habitat, collegare le aree naturali e lavorare con le popolazioni residenti può produrre risultati misurabili. La tigre, del resto, non è soltanto una specie da salvare. È un grande predatore al vertice della catena alimentare: la sua presenza contribuisce all’equilibrio degli ecosistemi e indica la salute delle foreste che la ospitano. Proteggerla significa conservare, insieme a lei, un intero paesaggio di alberi, fiumi, erbivori e comunità umane. Il dato del Nepal merita dunque di essere celebrato, ma senza trasformarlo in un lieto fine. È piuttosto un nuovo inizio. Perché il vero successo non sarà soltanto vedere aumentare il numero delle tigri. Sarà riuscire a costruire territori nei quali la loro sopravvivenza non debba essere pagata da chi vive accanto a loro. Dopo aver imparato a riportare la tigre nelle foreste, bisognerà imparare a farle spazio.

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