Potere, rango ed etichette sociali: uno studio racconta tutti i significati del cappello
Nell’Inghilterra tra '600 e '700 non proteggeva soltanto dal freddo o dalla pioggia: custodiva il rango, l’onore, la fede politica. Bastava toglierselo — o rifiutarsi di farlo — perché un gesto quotidiano diventasse una dichiarazione al mondo. Come racconta Bernard Capp
Chapeau, letteralmente. Per secoli i cappelli hanno raccontato il mondo più delle parole. Hanno indicato il rango, la ricchezza, l’appartenenza religiosa o politica. Hanno distinto i sovrani dai sudditi, i militari dai civili, gli uomini rispettabili dagli emarginati. In molte società, coprirsi o scoprirsi il capo non era un gesto neutro, ma un rituale carico di significati: segno di deferenza, di potere, di ribellione o di lutto. Dai turbanti orientali ai tricorni europei, dalle mitre ecclesiastiche ai cilindri dell’età borghese, il cappello è dunque stato insieme ornamento e linguaggio sociale, capace di trasformare un semplice dettaglio dell’abbigliamento in una dichiarazione pubblica di identità.
Ora è un singolare studio di Bernard Capp, appena pubblicato su The Historical Journal, a ricostruire con straordinaria precisione il valore simbolico, politico e perfino emotivo del cappello nel Regno Unito tra Seicento e Settecento.
Qui, a quanto pare, un gesto oggi quasi insignificante - togliersi o meno il cappello - è a lungo stato un messaggio decifrabile da tutti: atto di deferenza, di ribellione o di sfida aperta all’autorità. Esisteva infatti una vera e propria “hatiquette”, un codice di comportamento rigidissimo. Togliersi il cappello davanti a un superiore significava riconoscerne il rango; rifiutarsi di farlo equivaleva a contestarne il potere. Non sorprende quindi che, durante gli anni turbolenti della guerra civile inglese, il cappello diventasse uno strumento politico. Celebre è il caso dell’uomo processato nel 1630 davanti al tribunale ecclesiastico, che si tolse il cappello solo per i consiglieri del re, salvo poi rimetterlo immediatamente davanti ai vescovi, definiti con feroce disprezzo “rags of the Beast" (stracci della Bestia).
Lo studio racconta come il gesto di tenere il cappello in testa assumesse il valore di una dichiarazione pubblica. Si osserva che “l’onore del cappello divenne un autentico gesto di sfida politica”, capace di trasformare una semplice abitudine quotidiana in una forma di dissenso visibile e teatrale. Anche figure come i Levellers o i Diggers rifiutavano di scoprirsi il capo davanti ai potenti, sostenendo che ogni uomo fosse “solo una creatura tra le altre”. Ma il cappello non apparteneva soltanto alla sfera politica. Era anche una protezione sociale, quasi una seconda identità. Andare in giro senza copricapo equivaleva a esporsi alla vergogna pubblica, alla povertà o addirittura all’idea di follia. Emblematico, tra quelli citati, è il caso di Thomas Ellwood, giovane quacchero al quale il padre confiscò tutti i cappelli per impedirgli di uscire di casa. Ellwood ricordò più tardi che sarebbe stato costretto a “girare per la campagna a capo scoperto, come un pazzo”. In quell’epoca, infatti, mostrarsi senza cappello significava, insomma, perdere rispettabilità.
Ancora: lo studio restituisce anche episodi sorprendenti di vita quotidiana. Nei registri giudiziari londinesi emergono vittime di rapine che imploravano i ladri di restituire almeno il cappello, anche dopo aver perso denaro e oggetti preziosi. Un uomo derubato nel 1718 pregò i briganti “di non costringerlo a tornare a casa a capo scoperto”. In un altro caso, un uomo protestò perché il furto del cappello e della parrucca avrebbe potuto “mettere in pericolo la sua salute” durante il freddo invernale.
E dunque il fascino di una ricerca senz'altro originale risiede, più di tutto, nella capacità di mostrare quanto gli oggetti più ordinari possano racchiudere strutture profonde di potere, identità e appartenenza. Il cappello era insieme simbolo di dignità, segnale politico e barriera contro l’esclusione sociale. E non v'è dubbio, del resto, che ancora oggi ciò che indossiamo dice qualcosa di come vediamo noi stessi e il mondo.
