Perché per una transizione sostenibile serve premiare le imprese virtuose

Secondo Antonio Schioppi, Manager del team Climate Change and Sustainability Services di EY, serve proporre meccanismi premiali nell’accesso al credito e misure fiscali mirate per le imprese che investano davvero nella transizione sostenibile

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«La sostenibilità non si accelera chiedendo alle imprese di produrre sempre più dati, ma costruendo meccanismi chiari che premino chi investe davvero». Antonio Schioppi, Manager del team Climate Change and Sustainability Services di EY, sintetizza così il nodo centrale della transizione sostenibile: trasformare gli obblighi ESG in una leva concreta di competitività.

Nato a Napoli, Schioppi ha maturato un'esperienza nel campo della sostenibilità e della finanza, anche come ESG Strategy & Reporting Specialist presso il Gruppo BCC Iccrea. È inoltre membro dell’Environmental, Social and Corporate Governance Working Group dell’ICFOA e autore di diverse pubblicazioni dedicate alla finanza sostenibile, alla rendicontazione ESG e al ruolo della Tassonomia europea nei processi di transizione delle imprese.

Con lui abbiamo approfondito una proposta che punta a rendere la sostenibilità non solo un adempimento di rendicontazione, ma un criterio capace di orientare credito, fiscalità e investimenti verso le imprese che contribuiscono in modo misurabile alla crescita sostenibile del Paese.

Oggi si parla molto di sostenibilità. Qual è, secondo lei, il vero passaggio da compiere?

«Oggi la sostenibilità è entrata nel linguaggio quotidiano di imprese, banche e istituzioni. Ma la vera sfida non è più soltanto misurare e rendicontare gli impatti ambientali, sociali e di governance. Il punto decisivo è rendere riconoscibile anche sul piano economico e finanziario il contributo che imprese e investitori danno alla transizione sostenibile del Paese».

Che cosa significa, in concreto?

«Significa dare valore alle informazioni giuste. La transizione non si accelera chiedendo alle imprese di produrre sempre più dati, ma costruendo meccanismi chiari che premino chi investe davvero in sostenibilità. Servono premialità comprensibili, strumenti fiscali mirati e capitali orientati verso imprese e investimenti che contribuiscono in modo misurabile e comparabile alla crescita sostenibile e alla competitività del Paese».

Lei parla di “premialità” nell’accesso al credito. Di cosa si tratta?

«Molte banche già oggi tengono conto, in modi diversi, dei fattori ESG. Alcuni istituti hanno sviluppato prodotti dedicati, linee di finanziamento collegate a obiettivi ambientali o strumenti pensati per valorizzare specifici percorsi di sostenibilità. Il problema, però, è la chiarezza. Dal punto di vista dell’impresa, spesso non è evidente quali indicatori vengano considerati, quale peso abbiano nella valutazione e quanto incidano sul profilo di rischio o sulle condizioni economiche del finanziamento».

Quindi il tema non è solo ottenere credito, ma capire come viene valutata la sostenibilità?

«Esatto. Un’impresa dovrebbe poter comprendere se il proprio impegno in sostenibilità viene riconosciuto, in che modo e con quale stabilità. Se un’azienda investe in efficienza energetica, sicurezza sul lavoro, qualità della governance, riduzione dei rischi ambientali e miglioramento dei processi, questo percorso dovrebbe poter essere valorizzato anche nel rapporto con il sistema finanziario».

Perché questo è importante per le imprese?

«Perché la sostenibilità non dovrebbe essere percepita come un ulteriore onere di compliance. Dovrebbe invece essere vista come un percorso capace di generare valore, rafforzare la resilienza dell’impresa e migliorarne la competitività. Se i criteri sono chiari, comparabili e verificabili, l’impresa può capire meglio come il proprio percorso ESG incide sul dialogo con banche e investitori».

Che ruolo può avere il Documento per il dialogo di sostenibilità tra PMI e Banche?

«Può avere un ruolo importante perché può aiutare a standardizzare il dialogo informativo tra piccole e medie imprese e sistema bancario. L’obiettivo è ridurre la frammentazione delle richieste ESG e favorire un insieme di indicatori essenziali, proporzionati, comparabili e verificabili. In questo modo il confronto tra imprese e banche può diventare più semplice e più utile».

La sua proposta riguarda anche il fisco. Quale intervento immagina?

«La seconda direttrice riguarda l’introduzione di misure fiscali premiali sui rendimenti e sulle plusvalenze derivanti da strumenti obbligazionari emessi dalle aziende per sostenere investimenti legati alla transizione sostenibile. Tra questi strumenti rientrano, ad esempio, green bond e blue bond».

I BTP Green rappresentano già un modello?

«I BTP Green sono un riferimento importante, perché consentono di finanziare spese pubbliche con impatto ambientale positivo. Ma il perimetro potrebbe essere più ampio. Si potrebbe ragionare anche su strumenti emessi dalle aziende, purché siano davvero legati a investimenti misurabili, verificabili e coerenti con gli obiettivi di transizione».

Come si evita il rischio di premiare prodotti sostenibili solo sulla carta?

«Il punto è proprio questo: non bisogna riconoscere benefici fiscali a qualunque prodotto presentato come sostenibile. Bisogna premiare solo strumenti capaci di dimostrare in modo chiaro la destinazione dei proventi, l’allineamento a standard riconosciuti, la tracciabilità delle risorse impiegate, l’allocation reporting, l’impact reporting e la coerenza con gli obiettivi di transizione del Paese e dell’Unione europea».

Credito e fiscalità possono quindi lavorare insieme?

«Sì. Meccanismi premiali nel credito e un regime fiscale incentivante possono diventare due leve complementari. La prima leva rende più conveniente per le imprese investire in sostenibilità. La seconda orienta capitali privati verso progetti coerenti con gli obiettivi di transizione».

In questa visione, che posto occupa la sostenibilità nella politica economica?

«La sostenibilità deve entrare nella grammatica ordinaria della politica economica. Non può restare confinata nei questionari, nei report o nelle istruttorie bancarie. Deve diventare un criterio operativo per migliorare l’allocazione del capitale, orientare il credito, indirizzare la fiscalità e premiare gli investimenti che riducono i rischi di transizione e rafforzano la competitività del sistema produttivo».

Qual è, in sintesi, la sfida principale?

«La vera sfida non è costruire un sistema più complesso, ma un sistema più intelligente. Servono poche informazioni rilevanti, indicatori chiari, premialità comprensibili e capitale orientato verso imprese e progetti che contribuiscono davvero alla transizione sostenibile».

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