"Omaggio al Nepal ferito nei volti di un Paese che non dimentico"
Foto Daniele Stefanizzi

"Omaggio al Nepal ferito nei volti di un Paese che non dimentico"

Le fotografie scattate da Daniele Stefanizzi diventano oggi un omaggio alle vittime della catastrofe, attraverso ciò che nessun bilancio riesce davvero a raccontare: gli sguardi, i gesti, le persone incontrate lungo la strada

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Il Nepal di Daniele Stefanizzi comincia da un vetro. Dietro c’è il volto di un bambino. Sopra, come in una doppia esposizione involontaria, scorrono alberi, luce, frammenti di paesaggio. Guarda fuori da un autobus e sembra già lontanissimo. Poi arrivano gli altri: un vecchio con il giornale accanto a un uomo che fissa l’obiettivo, una madre che stringe la figlia, piccoli monaci affacciati a una balaustra, mani che accendono lampade votive, rughe attraversate dal fumo di una sigaretta. È il Nepal che Stefanizzi incontrò nel 2013. Non quello delle cartoline himalayane, ma quello degli esseri umani.


Oggi, Ttedici anni dopo, quelle fotografie hanno improvvisamente un altro peso.
Il 26 agosto una gigantesca massa di ghiaccio e roccia si è staccata nell’Himalaya, vicino al confine con il Tibet, innescando una devastante piena di fango e detriti lungo il sistema dei fiumi Bhotekoshi e Trishuli. Villaggi spazzati via, ponti crollati, strade interrotte, case e campi sepolti. Al 30 agosto, soltanto in Nepal, le autorità contano 734 morti e quasi 2.500 dispersi. Le operazioni di soccorso continuano mentre resta alta l’allerta per nuove piene e frane. 


Ed è allora che quelle vecchie immagini smettono di essere soltanto fotografie di viaggio. Diventano un modo per avvicinarsi a ciò che i numeri inevitabilmente allontanano. «Il Nepal è uno di quei viaggi che ti rimane dentro, non solo per i luoghi, ma soprattutto per la gente», racconta Stefanizzi, che collabora con GrandTour sin dal primo numero. «Oggi il mio pensiero va a loro. Alle persone che ho incontrato lungo la strada, a quelle che mi hanno accolto, ai sorrisi e alle storie che ancora oggi porto con me».
Forse l’omaggio più sincero è proprio questo: tornare a guardarli. Il bambino dietro il finestrino, la donna che prega, l’anziano avvolto nel fumo, una madre e sua figlia strette nello stesso fotogramma. Ricordare che prima di essere un luogo ferito sulle mappe del mondo, il Nepal è fatto di volti. E che ogni volta che una catastrofe cancella una casa, una strada, un villaggio, è una parte di quelle vite a scomparire con loro.

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