La giovane Instanbul: così la Turchia guarda verso occidente

La giovane Instanbul: così la Turchia guarda verso occidente

La generazione Z della città vive l’apparente paradosso di due poli: da un lato ragazze in minigonna e top, dall’altro teenager con il capo coperto da un ḥijāb. Abbiamo trascorso dei giorni con loro, senza preconcetti. Per comprendere cosa sta accadendo e immaginare cosa accadrà

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by Vittorio Sciosia

 
Ho appuntamento con Azra ed Ela nel primo pomeriggio, nel cafè più antico di Istanbul ed uno dei più famosi. Si trova nei pressi del Gran Bazar, ma il suo ingresso è nascosto alla vista e non ci sono insegne all’esterno. Questo significa che ci entri solo se lo conosci. All’Erenler Nargile Cafè, si accede attraverso uno stretto e scuro corridoio, Çorlulu Ali paşa Medresesi, a pochi passi dalla Çemberlitaş, la colonna di Costantino. Un passaggio scuro e stretto che spunta direttamente in una nuvola difumo denso e profumato. È quello dei narghilè, le pipe ad acqua. Il narghilè nasce in India, realizzato originariamente con il guscio del cocco. Si diffonde velocemente in Iran (nargil in persiano significa noce di cocco) fino a raggiungere l’odierna Turchia,dove completa la sua evoluzione assumendo la forma che, oggi, tutti noi conosciamo.  
Azra ed Ela sono due studentesse della Medipol, una delle numerose Università di Istanbul, forse la più esclusiva, considerando la retta da sostenere per accedervi. Studiano entrambe medicina e quando sono all’Università, potrebbero essere facilmente scambiate per giovani italiane. Eppure, con sorpresa, quando ci incontriamo, le ritrovo entrambe con il capo coperto da un ḥijāb. Solo qualche giorno prima le avevo incontrate in università. Avevo ammirato il loro lavoro, la disinvoltura con cui indossavano l’impegnativo camice bianco, i capelli sciolti sulle spalle, le chiacchiere tra colleghi. Avevo scattato alcune foto e il mio obiettivo non aveva catturato alcun dettaglio evidente che le legasse alla religione musulmana.  

Incuriosito, chiedo perché oggi invece indossino l’ḥijāb e mi spiegano che, nonostante Istanbul abbia costumi molto occidentali, si sentono a disagio a stare in un posto tradizionalmente frequentato da uomini senza la minima protezione del velo. Decidiamo di accomodarci su soffici divani color celeste e, subito dopo un gatto si unisce al nostro gruppo, accoccolandosi accanto ad una delle ragazze. Istanbul è la città dei gatti, ospiti graditi in ogni bazar cittadino, liberi e selvatici, ricevono attenzioni e cibo dai turisti affascinati.  

Un cameriere viene a chiedere se preferiamo tè o caffè e che sapore gradiamo per il tabacco da fumare nella pipa ad acqua. Il più tradizionale è “Elma”, la mela, ma ci sono anche Cappuccino, Limone e Menta, Fragola e molti altri. Scegliamo di restare sul classico, prendendolo alla mela. Un narghilè costa 360 Lire, 10 euro, mentre il classico tè turco servito bollente nel bicchierino di vetro viene 24 Lire, meno di 1 euro. Chiedo alle ragazze un po’ di notizie sulla città, come funziona per esempio il sistema dei prezzi che in molte attività viene mostrato con due cifre diverse. Mi spiegano che la cifra più bassa è riservata ai residenti ed è legata ad un numero di telefono locale. Se hai un numero turco significa, senza ulteriori controlli, che sei cittadino o residente di Istanbul e quindi hai diritto al prezzo “locale”. Il prezzo più alto, invece, è per tutti gli altri. Il nostro dialogo vira poi sul sistema universitario: il dipartimento di medicina turco è molto più concentrato sulla pratica, con visite ai pazienti in ospedale e la presenza in sala durante le operazioni. Dopo un mezz’ora passata a chiacchierare in inglese, decidiamo di salutarci non prima, però, di essermi fatto indicare le attrazioni da non perdere. Mi lascio alle spalle l’oscurità fumosa e profumata di mele e menta del Cafè per uscire nel sole tiepido del pomeriggio inoltrato. È gennaio, ma il clima è mite e nel cielo azzurro, il sole piacevole sulla pelle.  

Pochi passi e, attraversando un inutile metal detector che suona senza provocare reazione alcuna dalla sentinella di guardia, entro nel Grand Bazar, passando in uno dei numerosi portoni in legno antico. Il mercato è un microcosmo autonomo, mi ritrovo in un mondo fatto di luce, gente, voci, curiosi, abili commercianti e merce di ogni tipo. Questo enorme mercato coperto è uno dei più antichi ed estesi del mondo, con oltre 4000 negozi e 61 strade che si intersecano tra loro. Il grand bazar è il regno del falso: qui si trovano abiti, accessori, orologi, scarpe, borse e gioielli di ogni brand esistente. Sono oggetti replicati perfettamente e praticamente indistinguibili da quelli originali. Molti brand, infatti, hanno in Turchia i centri manifatturieri e qui, la manodopera turca lavora le materie prime, assemblando il prodotto finale. Di conseguenza, non è da escludere che molte delle copie del Gran bazar, siano in realtà “parenti” poveri della merce lussuosa venduta con rincari folli nelle boutique più note della 5th Avenue newyorkese o degli Champs-Elysées. 

Istanbul è, grazie alla sua posizione a cavallo tra Europa ed Asia, la porta di accesso a due mondi. Qui si incrociano culture, razze, lingue e tradizioni in una convivenza pacifica e armoniosa, ben lontana da scomodi stereotipi e schemi precostruiti. L’anima eclettica di Istanbul si riflette anche nella vita dei ragazzi e nel loro approccio al diverso. 

Il fascino di Istanbul richiama infatti, grazie alle prestigiose università e al programma Erasmus ragazzi da tutta Europa ma anche dai Paesi arabi del Golfo e dai confinanti Siria, Iraq e Iran. Il processo di conoscenza e integrazione avviene principalmente nelle università dove si trovano gomito a gomito a studiare, in inglese, le stesse materie e, naturalmente, continua e si rafforza nel tempo libero, quando i ragazzi si ritrovano ad uscire. Il cibo è di sicuro la lingua franca alla base dello scambio culturale e l’offerta della ristorazione a Istanbul permette di poter mangiare ogni sera con sapori diversi, sperimentando di volta in volta nuovi sapori e conoscendo le più diverse tradizioni dal mondo. 

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Il centro della giovane vita notturna turca è senza dubbio Kadıköy, un concentrato di localini, ristorantini e pasticcerie. Kadıköy si trova sulla sponda asiatica della città, facilmente raggiungibile da traghetti o dal treno della Marmaray, una delle linee metropolitane che collegano ogni angolo della metropoli. Diversamente da altri Paesi, dove il processo di integrazione resta un obiettivo utopico, tra le stradine di Kadıköy si raggruppa la gioventù di Istanbul, tra turchi e stranieri che interagiscono insegnando la bellezza della tolleranza. Non è strano, dunque, passeggiare per il quartiere e vedere ragazze in minigonna accanto a ragazze velate che senza troppi problemi si comportano esattamente come tutte le altre.  

Quello che invece è totalmente assente sono le effusioni esplicite tra i sessi, comportamento che rispetta i costumi musulmani che sono più severi dei nostri.  
L’atmosfera vibrante non si estende su ogni quartiere: poco distante da Kadikoy, nella zona di Balat, le studentesse escono dalle scuole coraniche in grandi gruppi, totalmente velate di nero con solo gli occhi scoperti. Queste realtà convivono a poca distanza le une dalle altre, con rispetto e comprensione dei diversi mondi di provenienza.  

 
Per concludere la serata, fredda ma limpida, vado a visitare la più grande moschea della Turchia e la quinta al mondo, la Çamlica Mosque, inaugurata nel 2019 e situata nel quartiere asiatico di Üsküdar. La moschea è imponente. I sei minareti che si stagliano eleganti delimitano il perimetro dell’edificio e rappresentano i sei pilastri della fede islamica. La cupola principale della moschea, alta 72 metri, simboleggia le 72 nazionalità che risiedono ad Istanbul mentre la porta principale che si estende per 5 x 6,5 metri è l’apertura più grande di qualsiasi luogo di culto del mondo. Resto in ammirazione. Lontano dai rumori e dal caos, sembra davvero di essere capitati nel mezzo di uno dei racconti del capolavoro Le Mille e una Notte.  

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