Marmolada, il ghiaccio cede: perché la montagna entra in una nuova era di rischio

Marmolada, il ghiaccio cede: perché la montagna entra in una nuova era di rischio

Dalle indagini su Punta Penia all’estensione all’Adamello, la ricerca scientifica prova a rincorrere un cambiamento che corre più veloce dei sistemi di controllo

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by Giancarlo Donadio

Non è più solo una questione di paesaggio.  Non è più solo una questione climatica. La montagna sta cambiando natura. Quello che fino a pochi anni fa era considerato un ambiente stabile, regolato da equilibri millenari, oggi si sta trasformando in un sistema dinamico, fragile e sempre più imprevedibile. E lo sta facendo a una velocità che mette in crisi non solo chi la studia, ma anche chi la vive, la lavora e la frequenta. Le Alpi italiane, e in particolare la Marmolada, sono oggi il laboratorio più evidente di questo cambiamento. Dopo il crollo del 3 luglio 2022 — 11 vittime, il più grave evento glaciale recente dell’arco alpino — la scienza ha iniziato a guardare la montagna con occhi diversi: non più solo per capire cosa è successo, ma per individuare dove potrebbe accadere di nuovo. È in questo contesto che nasce la nuova campagna di indagini sul ghiacciaio di Punta Penia, un settore residuale della Marmolada che oggi è sotto osservazione. 

Dentro il ghiacciaio: la nuova frontiera della ricerca

Il Gruppo di lavoro glaciologico-geofisico, che coinvolge ricercatori dell’Università di Parma, dell’Università di Padova e dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS), ha completato una campagna di rilievi che segna un cambio di passo. Attraverso l’uso di georadar multibanda (Ground Penetrating Radar – GPR), montato sia su drone sia utilizzato direttamente da terra, i ricercatori hanno raccolto dati che permetteranno di ricostruire la struttura interna della massa glaciale. Non si tratta di una semplice mappatura: l’obiettivo è costruire modelli tridimensionali in grado di simulare scenari di stabilità e di rischio.

Le misure da drone garantiscono una copertura ampia e sistematica, mentre quelle da terra consentono maggiore profondità e precisione. L’integrazione di antenne a diverse frequenze permette di individuare elementi invisibili in superficie ma cruciali per la sicurezza: variazioni di spessore, geometria del substrato roccioso, ma soprattutto la presenza di acqua interna o basale. La presenza di acqua in pressione all’interno del ghiacciaio è uno dei principali segnali di instabilità. È lo stesso meccanismo che, secondo gli studi successivi al crollo del 2022, ha contribuito alla perdita di equilibrio della massa glaciale: sollevamento idraulico, sovrapressione basale e riduzione della resistenza al contatto con il suolo. Oggi quei modelli teorici vengono applicati sul campo. Ma la risposta, quella definitiva, non c’è ancora.

Tre rischi emergenti: un sistema che si amplifica

Il cambiamento in atto non si limita ai ghiacciai. Sta ridefinendo l’intero sistema alpino, generando tre categorie di rischio che, sempre più spesso, si intrecciano tra loro. Il ritiro accelerato dei ghiacciai lascia dietro di sé masse isolate, assottigliate e termicamente instabili. Questi frammenti diventano sempre più vulnerabili a distacchi improvvisi, spesso senza segnali visibili. Il crollo della Marmolada nel 2022 ha dimostrato quanto questi eventi possano essere improvvisi e devastanti. E non si tratta di un episodio isolato: dalla fine degli anni Novanta, gli eventi di collasso glaciale sulle Alpi sono in aumento, sia per frequenza sia per dimensione, in correlazione diretta con l’aumento delle temperature estive. Il ritiro dei ghiacciai genera nuovi bacini d’acqua, trattenuti da morene instabili o da dighe di ghiaccio. Questi laghi, apparentemente innocui, rappresentano una minaccia silenziosa. La loro rottura improvvisa — fenomeno noto come GLOF (Glacial Lake Outburst Flood) — può generare onde di piena e colate detritiche capaci di attraversare interi fondovalle in pochi minuti. Negli ultimi vent’anni, il numero di laghi glaciali nell’arco alpino è aumentato significativamente, rendendo la loro sorveglianza una sfida sempre più urgente.

Frane e crolli rocciosi da permafrost

Al di fuori dei ghiacciai, il problema si sposta sulle pareti rocciose. Qui entra in gioco il permafrost, il terreno permanentemente gelato che agisce come un collante naturale. Con l’aumento delle temperature, questo “cemento” si sta degradando in profondità, riducendo la coesione tra i blocchi di roccia. Il risultato è un aumento delle frane e dei crolli in quota, spesso difficili da prevedere e potenzialmente pericolosi per vie di comunicazione, rifugi e percorsi escursionistici.

Punta Penia: un’indagine necessaria, ma senza certezze

L’attenzione sul ghiacciaio di Punta Penia nasce da osservazioni di superficie che indicano condizioni predisponenti all’instabilità. I dati raccolti sono ora in fase di elaborazione. Solo l’analisi e la modellazione numerica permetteranno di stabilire se esista un rischio reale e in quale misura. Come sottolineano i ricercatori, non si tratta di lanciare un allarme, ma di colmare un vuoto di conoscenza. La scienza, in questo contesto, procede con cautela: osserva, misura, modella. Ma lo fa sapendo che il tempo a disposizione è sempre più ridotto.

Dalla Marmolada all’Adamello: verso un monitoraggio sistemico

Il lavoro sulla Marmolada non si fermerà qui. Le stesse metodologie saranno estese al ghiacciaio dell’Adamello, il più grande delle Alpi italiane, con una superficie residua di circa 17 km². Un sistema glaciale complesso, cruciale non solo dal punto di vista ambientale, ma anche come riserva idrica per i territori circostanti. L’obiettivo è costruire un modello di analisi trasferibile a scala alpina, capace di fornire strumenti quantitativi aggiornati alle autorità competenti. Non solo per monitorare, ma per pianificare e intervenire.

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