Il potere delle parole, perché Cnr e Ingv promuovono una guida per il linguaggio inclusivo
Il modo in cui parliamo influenza la nostra visione e percezione del mondo: così sempre più istituzioni ed enti diffondono indicazioni pratiche e d'impatto per utilizzare al meglio la lingua. Scopriamo come.
Il linguaggio non è (solo) uno strumento di comunicazione né un semplice specchio della realtà circostante. La nostra visione e percezione del mondo è direttamente influenzata dalla lingua che parliamo. Perché la lingua è in grado di rafforzare stereotipi culturali, condiziona la realtà e può diventare un potente motore di cambiamento per sostenere il cambiamento e promuovere una cultura più equa e meno asimmetrica.
Ecco perché l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) hanno appena pubblicato il video “Il potere delle parole”, una vera e propria guida pratica e d’impatto per sensibilizzare a utilizzare le semplici soluzioni inclusive che la lingua italiana offre.
Del resto l’italiano ha tutto ciò che serve per identificare con rispetto le persone. Ma non sempre le persone fanno un uso appropriato della lingua, alimentando con le parole discriminazioni e disuguaglianze. L’iniziativa è promossa nel mese in cui ricorrono le iniziative sui diritti delle donne dal Comitato Unico di Garanzia per le pari opportunità, il benessere di chi lavora e contro le discriminazioni dell’INGV (CUG-INGV) e dal Centro Servizi Comunicazione e Divulgazione Scientifica (CSCDS-INGV), in collaborazione con il Gender Equality Team del CNR (CNR-GET).
Questo video trae ispirazione dalle Linee guida sul linguaggio inclusivo rispetto al genere elaborate nel 2024 dal CNR e si inserisce nell’ambito delle azioni di Gender Equality previste dal Piano Triennale di Attività INGV 2025-2027. La realizzazione è stata curata dalla società Nowhere di Bologna in collaborazione con un gruppo di ricercatrici e tecnologhe dei due Enti di Ricerca.
“Si usano comunemente appellativi come ‘segretaria’ o ‘impiegata’, mentre c’è ancora qualche resistenza nell’utilizzare termini come ‘ricercatrice’ o ‘rettrice’, che si riferiscono a professioni storicamente ricoperte da uomini, ma che non hanno genere”, spiegano le promotrici. “La guida multimediale è quindi uno strumento a disposizione di chi, nel quotidiano e sul posto di lavoro, vuole contribuire a superare gli stereotipi e agire per una società più equa”.
Sul portale ufficiale del CNR ci sono le Linee Guida per il linguaggio inclusivo rispetto al genere, un volume digitale completo a cura di Ilaria di Tullio, Martina Mattiazzi, Sabrina Presto, pensato proprio per "incoraggiare all’uso di un linguaggio inclusivo e accrescere la propria metacompetenza linguistica, intesa come conoscenza dei meccanismi linguistici inconsci la cui piena contezza permette di riflettere sul linguaggio e sul suo uso libero da discriminazioni".
Tra le indicazioni principali, l'utilizzo della forma femminile quando ci si riferisce ad una persona di genere femminile.

Quando ci si riferisce ad un gruppo eterogeneo composto da persone di diversi generi, viene normalmente usato il cosiddetto maschile inclusivo o sovraesteso, che però esclude il genere femminile. Di qui l'indicazione di adottare la strategia di sdoppiamento, facendo emergere entrambi i generi tramite la ripetizione dei termini declinati sia alla forma femminile che maschile.

Si sottolinea inoltre come alcune espressioni possono limitare la visibilità del genere femminile o risultare discriminanti perché perpetuano un’asimmetria semantica. Qualche esempio: il termine ‘uomo’ con valore universale (es.: la dignità dell’uomo); l'uso dell’articolo davanti ai nomi e cognomi quando riferiti a donne, poiché ciò non è abituale davanti ai cognomi quando riferiti a uomini (es.: la Meloni; Mattarella); espressioni connotate per genere (es.: quote rosa); uso di titoli per gli uomini e di appellativi riferiti allo stato civile per le donne (es.: il dott. Bianchi e la signorina Rossi); uso del solo nome di battesimo per riferirsi a donne e del solo cognome per riferirsi a uomini (es.: Elly e Giorgia al dibattito; Draghi ha convocato un’assemblea); uso della formula ‘una donna’ senza la specifica del nome (es.: una donna a capo del CNR). In questi casi, spiega il manuale, è preferibile sostituirle con formule e termini più inclusivi e più ampi.

Ancora: quando si vuole rappresentare una collettività di persone in cui non è importante esplicitare il genere, è preferibile scegliere icone il più neutre possibili (vedi immagine di destra, sopra) al posto di figure che rappresentino inequivocabilmente un uomo (vedi immagine di sinistra), che reca con sé il concetto del “maschile sovraesteso”.
