Il clima cambia anche la nostra spesa: meno frutta, raccolti in crisi e prezzi alle stelle
Nella "Giornata mondiale dell’alimentazione" il Wwf lancia l’allarme: in vent’anni l’Italia ha perso 100 mila ettari di frutteti, mentre siccità e temperature estreme mettono in ginocchio l’agricoltura. E gli effetti del riscaldamento globale arrivano fino agli scaffali dei supermercati
Il cambiamento climatico si può misurare anche al supermercato. Nel prezzo delle pesche, nella scarsità delle pere, nell'olio che costa di più. Non servono ghiacciai che si sciolgono o immagini di foreste devastate per accorgersi che qualcosa sta cambiando: basta osservare ciò che mettiamo nel carrello. Perché il riscaldamento globale non sta soltanto ridisegnando la geografia del pianeta. Sta cambiando anche quella dei nostri campi, delle nostre tavole e, inevitabilmente, delle nostre abitudini alimentari.
A ricordarlo, alla vigilia della Giornata mondiale dell’alimentazione del 16 ottobre, è il WWF Italia, che traccia un bilancio preoccupante degli effetti della crisi climatica sull'agricoltura italiana. Un Paese nel quale, secondo i dati dell'associazione, oltre il 60% del territorio è stato interessato da condizioni di siccità e più della metà è esposta a fenomeni di degrado del suolo e desertificazione. E dove l'agricoltura assorbe già il 41% dell'acqua prelevata.
Il conto, intanto, si fa sempre più salato. In vent'anni l'Italia ha perso circa 100mila ettari di superfici frutticole. Undici specie su quattordici hanno registrato una contrazione produttiva: le pere hanno perso circa il 60%, le pesche il 40%. E il 2026 non promette inversioni di tendenza. In Piemonte la produzione di nocciole potrebbe accusare perdite fino al 70%, in Emilia-Romagna quella delle pesche del 30%, mentre per i kiwi si stimano riduzioni del 50%. Anche l'olio rischia di diventare più raro: il calo nazionale previsto è del 20%, con punte ben più elevate nelle aree non irrigue.
Non va meglio nei campi di cereali. In dieci anni la superficie coltivata a mais si è ridotta del 40%, mentre oggi l'Italia ne importa circa il 60%. La produzione nazionale è stimata intorno a 3,5 milioni di tonnellate, tra i livelli più bassi degli ultimi decenni. Anche il riso soffre la ridotta disponibilità d'acqua nel bacino del Po, con perdite che in alcune zone raggiungono il 30%. Fa eccezione il grano duro, la cui produzione nel 2026 è aumentata del 5% rispetto all'anno precedente: la dimostrazione che la crisi climatica non colpisce ovunque allo stesso modo.
Ma c'è un altro cambiamento, meno appariscente, che racconta quanto profondamente si stiano alterando gli equilibri naturali: il calendario delle stagioni non è più quello di una volta. La vendemmia arriva in anticipo, in alcuni territori anche di due settimane. In Alto Adige quest'anno è cominciata prima che mai. Inverni sempre più miti favoriscono intanto la diffusione di insetti dannosi e specie invasive, dalla cimice asiatica al coleottero giapponese, mentre siccità e fioriture irregolari mettono in difficoltà persino le api. In Sardegna la produzione di miele ha registrato riduzioni fino al 70%.
E neppure gli allevamenti sono al riparo. Il caldo può far diminuire la produzione di latte fino al 20%, mentre la scarsità di foraggio, l'aumento dei consumi idrici e i costi necessari per raffrescare le strutture incidono sulla sostenibilità economica delle aziende.
Il risultato è una crisi che, dai campi, raggiunge direttamente le famiglie. Secondo le stime riportate dal WWF, gli eventi climatici estremi hanno provocato oltre 20 miliardi di euro di danni all'agricoltura italiana negli ultimi quattro anni, più di tre miliardi nel solo 2026. E mentre i raccolti diventano più incerti, i prezzi salgono: a settembre, secondo le stime preliminari dell'Istat, gli alimentari non lavorati sono aumentati del 5,5% rispetto a un anno prima, con un'impennata dell'8,4% per ortaggi, tuberi e legumi.
Naturalmente il clima non è l'unico responsabile. Pesano le tensioni geopolitiche, i costi energetici, la dipendenza dai fertilizzanti e l'instabilità dei mercati. Ma siccità, alluvioni e ondate di calore moltiplicano le difficoltà, rendendo più fragile un sistema già esposto a numerose pressioni.

«La sicurezza alimentare non si garantisce producendo di più, ma costruendo un sistema agroalimentare capace di resistere a condizioni climatiche sempre più instabili e proteggendo le risorse naturali dalle quali dipende la produzione», osserva Eva Alessi, responsabile Sostenibilità del WWF Italia. La ricetta dell'associazione passa per un'agricoltura capace di conservare la fertilità dei suoli, utilizzare meglio l'acqua, ridurre gli sprechi e tutelare la biodiversità. Perché, come sottolinea il Living Planet Report 2026, i sistemi alimentari sono parte del problema, ma possono diventare anche una parte decisiva della soluzione. E forse è proprio questa la contraddizione più eloquente del nostro tempo: abbiamo costruito un sistema capace di portare sulle nostre tavole prodotti provenienti da ogni angolo del pianeta, ma rischiamo di non riuscire più a coltivare quelli che per generazioni hanno caratterizzato i nostri territori. La crisi climatica, insomma, non minaccia soltanto il cibo di domani. Sta già cambiando quello di oggi.


