Donne e scienza, la lezione di Amalia Ercoli Finzi: "Alle bambine regalate bambole e meccano"

Donne e scienza, la lezione di Amalia Ercoli Finzi: "Alle bambine regalate bambole e meccano"

Abbiamo incontrato a Milano la prima donna italiana laureata in ingegneria aeronautica. Ci ha raccontato i pregiudizi che ancora minano alla carriera delle donne nelle discipline STEM. Ecco il racconto dal "For Women in Science" promosso da L’Oréal, tra scienza, spazio e nuove vocazioni al femminile

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by Giancarlo Donadio

È la donna dei record. Prima donna a laurearsi in Ingegneria aeronautica in Italia, nel 1962. Consulente scientifica per ASI, ESA e NASA, Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, tra le figure di riferimento della missione Rosetta. Amalia Ercoli Finzi è oggi un’istituzione della scienza italiana: una donna che, con una straordinaria ironia e una verve ancora contagiosa, sulla soglia dei novant’anni continua a essere un modello di ispirazione. Grandtour era presente al Museo Nazionale Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano per assistere al suo intervento all’interno di For Women in Science 2026, il programma promosso da L’Oréal per sostenere il talento delle ricercatrici e dare visibilità al contributo delle donne nella scienza. Una giornata di confronto su STEM, spazio, intelligenza artificiale e nuove vocazioni femminili, pensata per raccontare la ricerca come possibilità concreta per le nuove generazioni. Insieme ad Amalia Ercoli Finzi, sul palco si sono alternate anche Ersilia Vaudo, astrofisica e Special Advisor dell’Agenzia Spaziale Europea, Valeria Leva di Valore D e due protagoniste della creator economy scientifica come Greta Galli e Ilaria Lucrezia Rossi. Ecco il racconto della giornata.

Amalia Ercoli Finzi e quella matematica che diventa bellezza

«Una volta ero in una stanza con tutti ingegneri. Dopo aver espresso il mio punto di vista, uno di questi si rivolse a me e mi disse: “Che vuole capirne lei, che è una donna?”. E io replicai: “E che vuole capirne lei, che è un cretino?”». Parte anche da qui, da una battuta tagliente e lucidissima, il racconto di Amalia Ercoli Finzi, moderato dalla giornalista Micaela Palmieri. Una testimonianza che ha attraversato decenni di scienza, ostacoli, intuizioni e libertà personale, ma senza mai perdere il tono dell’ironia e della concretezza.

Amalia Ercoli Finzi, prima donna a laurearsi in Ingegneria aeronautica

Quando ha raccontato la scelta di iscriversi a Ingegneria aeronautica, in un tempo in cui quel percorso era considerato “da uomini”, Finzi ha ricordato anche la reazione del padre, contrario alla sua decisione. Quella frase, «ricordati, hai 5 anni», arrivò come una sfida: se proprio voleva intraprendere quella strada, avrebbe dovuto dimostrare di esserne all’altezza nei tempi previsti. «E io mi sono laureata in cinque anni con 100 e lode», ha raccontato, trasformando un limite imposto dall’esterno in una prova di determinazione. Nel suo racconto, la scienza non è apparsa come un insieme freddo di formule, ma come un linguaggio per guardare il mondo. «La matematica è bellezza pura», ha detto. E ancora: «Le scienze sono un linguaggio». Una frase che restituisce bene il senso del suo intervento: la conoscenza scientifica non come territorio esclusivo, ma come strumento di libertà, immaginazione e costruzione del futuro. Finzi ha insistito molto anche sul ruolo dell’educazione e delle famiglie. «Alle bambine bisogna regalare bambole e meccano», ha detto, ricordando che l’immaginario scientifico si costruisce presto, nei giochi, nelle parole, nelle aspettative che adulti e istituzioni trasmettono ai più piccoli. Il messaggio finale alle ragazze è stato diretto, quasi una consegna: «Non porti il dubbio. Tu sei brava, sei capace, hai la preparazione giusta». Nella cornice di For Women in Science, quella frase è diventata più di un incoraggiamento: una chiamata a non interiorizzare i confini che altri hanno tracciato.

Ersilia Vaudo: guardare lo spazio per cambiare lo sguardo sulla Terra

Dopo la testimonianza di Amalia Ercoli Finzi, il racconto si è aperto verso lo spazio con Ersilia Vaudo, astrofisica e Special Advisor dell’Agenzia Spaziale Europea. Il suo intervento ha portato sul palco una riflessione intima e insieme cosmica: la scienza come apertura, come modo per non restare chiusi dentro se stessi.

Vaudo ha raccontato il primo contatto con la scienza attraverso la madre, appassionata di formule e conoscenza. «In cucina, sui barattoli, mia madre metteva le formule chimiche», ha ricordato, restituendo l’immagine domestica e potente di una curiosità scientifica che entra nella vita quotidiana.

Ersilia Vaudo, astrofisica e Special Advisor dell’Agenzia Spaziale Europea

Da adolescente, ha spiegato, era attratta anche dalla filosofia, dalla letteratura, dalla poesia. Ma nella scienza ha trovato una forma di libertà: «Non volevo restare troppo dentro me stessa. Sentirmi una scintilla in un universo mi dava un senso di libertà e di empowerment».

È in questa apertura dell’orizzonte che Vaudo ha collocato il valore dell’esplorazione spaziale. «Quando un orizzonte si apre, la scienza diventa una delle avventure più belle», ha detto. E proprio lo spazio, con la sua forza simbolica, può diventare un potente motore di immaginazione per le nuove generazioni.

Il tema, però, resta anche profondamente concreto. Vaudo ha ricordato quanto la presenza femminile nei percorsi legati allo spazio sia ancora condizionata dalla scelta delle discipline STEM. «Per diventare astronauti bisogna avere una formazione STEM. Se poche ragazze scelgono le STEM, poche donne potranno partecipare a queste avventure».

Il punto, ancora una volta, torna alla scuola e ai primi anni di formazione. È lì che molte ragazze iniziano a percepire la matematica come un terreno non proprio. Ed è lì che, secondo Vaudo, bisogna intervenire per evitare che una distanza culturale diventi una rinuncia.

Valore D: quando il futuro professionale ha già un genere

La riflessione sui dati è stata affidata a Valeria Leva, Head of Social Innovation Inspiring Girls & Wanter Advisor di Valore D, che ha presentato alcuni risultati della ricerca “Sognando il futuro e il lavoro. Il futuro ha già un genere?”.

I numeri raccontano un divario che nasce presto. Già tra gli 11 e i 14 anni, le professioni tecniche e scientifiche attraggono il 31% dei ragazzi e solo l’11% delle ragazze. Anche l’intelligenza artificiale mostra una distanza significativa: il 71% dei ragazzi si dichiara interessato a un lavoro in ambito AI, contro il 51% delle ragazze.

Valeria Leva, Head of Social Innovation Inspiring Girls & Wanter Advisor di Valore D

Il dato non fotografa soltanto una preferenza, ma un processo culturale. «Dobbiamo interrogarci su quando questi stereotipi si formano», ha sottolineato Leva. Perché le scelte universitarie e professionali non arrivano all’improvviso: maturano nel tempo, attraverso parole ascoltate, modelli incontrati, aspettative familiari, rappresentazioni mediatiche e opportunità percepite come possibili o impossibili.

Il messaggio emerso è chiaro: non basta dire alle ragazze che le STEM offrono opportunità. Bisogna cambiare il modo in cui quelle opportunità vengono raccontate. Servono role model, orientamento, esperienze concrete e una narrazione capace di mostrare che scienza e tecnologia non sono mondi astratti o “da maschi”, ma luoghi in cui costruire futuro, impatto e autonomia.

Greta Galli e Ilaria Lucrezia Rossi:
la scienza fuori dai laboratori

La parte finale della mattinata ha spostato il baricentro verso i linguaggi della divulgazione e delle community digitali, con il panel che ha visto protagoniste Greta Galli e Ilaria Lucrezia Rossi. Con loro, la scienza è uscita dai laboratori per entrare nei video, nei social, nei racconti quotidiani, nelle difficoltà di chi studia, nelle domande di chi si avvicina per la prima volta a un mondo percepito come complesso.

Greta Galli, content creator

Greta Galli, content creator, maker 3D e studentessa di Ingegneria delle Telecomunicazioni, ha raccontato un rapporto con la tecnologia nato molto presto. «Ho iniziato ad avvicinarmi alla tecnologia con mio nonno, a tre anni, usando il trapano. Poi ho scoperto i Lego robotici e l’idea di poter dare vita a qualcosa». Nel suo intervento, la robotica è apparsa come una forma di immaginazione applicata. «Quando dai vita a un robot, stai creando qualcosa con la tua immaginazione. Non è solo tecnica, è passione». Una prospettiva importante, soprattutto per contrastare l’idea che coding, robotica e stampa 3D siano discipline fredde o distanti. Galli ha richiamato anche un tema cruciale: la paura della tecnologia nasce spesso dalla non conoscenza. «Molte persone hanno paura delle novità perché non le conoscono. Quando si impara a conoscere una tecnologia, quella paura diminuisce». Da qui il richiamo alla scuola e alla qualità dell’educazione digitale: «Se l’informatica a scuola resta solo PowerPoint e Paint, avremo un problema». Accanto a lei, Ilaria Lucrezia Rossi, fisica e divulgatrice scientifica nota come @SheScience, ha portato un racconto diverso ma complementare: quello di una passione nata dalla meraviglia e passata attraverso il dubbio.

Ilaria Lucrezia Rossi, fisica e divulgatrice scientifica

«Mio padre mi regalò un libro con immagini dello spazio. Mi innamorai di quel mondo, anche se non avevo ancora capito che c’entrasse con la matematica», ha raccontato. Poi il liceo classico, la scelta di fisica, la fatica, la frustrazione, la tentazione di mollare. Proprio questa dimensione umana è diventata il centro della sua divulgazione. «Se mi fossi basata solo su quello che mi dicevano a scuola, probabilmente non avrei mai fatto fisica. Bisogna raccontare la scienza e instillare la scintilla». Per Rossi, la fisica non è solo rigore, ma anche bellezza. «Per me leggere un’equazione è come intravedere un’opera d’arte», ha detto, riportando la scienza in un territorio in cui metodo e poesia non si escludono, ma si rafforzano. For Women in Science 2026 ha restituito così un messaggio necessario: le vocazioni scientifiche non nascono da sole. Hanno bisogno di modelli, parole, contesti, possibilità. Hanno bisogno di una scuola capace di non scoraggiare, di famiglie capaci di non restringere l’immaginazione, di una società capace di riconoscere il talento senza incasellarlo.

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