Dai rituali di cremazione degli antichi romani un vero archivio biologico e culturale

L’analisi dei resti rinvenuti della necropoli romano-imperiale di La Cona, nel Teramano, rivela pratiche funerarie, aspetti della crescita, dell’invecchiamento e della biologia scheletrica.  Lo studio coordinato dall’Università di Padova sulla rivista «PLoS One»

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by Pasquale Raicaldo
Dai rituali di cremazione degli antichi romani un vero archivio biologico e culturale

 
I resti umani cremati rappresentano una delle evidenze più complesse – e al tempo stesso più promettenti – della bioarcheologia contemporanea. A lungo considerati reperti difficili da interpretare, oggi si rivelano una fonte cruciale per comprendere non solo i rituali funerari, ma anche aspetti profondi dell’organizzazione sociale e della biologia delle comunità antiche. È in questa prospettiva che si colloca il nuovo studio pubblicato sulla rivista «PLoS ONE» sull’analisi dei resti cremati provenienti dalla necropoli romana imperiale di La Cona, a Teramo, uno dei contesti più significativi dell’Italia centro-adriatica per la ricostruzione delle pratiche funerarie tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C.
La ricerca è stata coordinata dal Dipartimento dei Beni Culturali (dBC) dell’Università di Padova in collaborazione con la Sapienza Università di Roma, l’Università di Bologna, la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di L’Aquila e Teramo e l’Accademia Polacca delle Scienze.

Melania Gigante, coordinatrice dello studio


«Le cremazioni archeologiche sono un osservatorio privilegiato sul rapporto tra trattamento del corpo, costruzione del rito e identità dell’individuo – spiega Melania Gigante, coordinatrice dello studio, ricercatrice e Principal Investigator di un progetto STARS all’Università di Padova –. Oggi disponiamo degli strumenti per leggerle come sistemi complessi, capaci di integrare informazione culturale e biologica con un livello di dettaglio prima impensabile».

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Lo studio ha analizzato diversi contesti a cremazione, identificando la deposizione anche multipla di adulti, adolescenti e infanti. I dati mostrano che la raccolta delle ossa dopo il rogo funebre non avveniva in modo casuale, ma secondo criteri selettivi riconducibili a pratiche di ossilegium (raccolta delle ossa dei defunti dopo la decomposizione per la deposizione in un ossario), con una ricorrenza significativa di frammenti di cranio e ossa lunghe. In diverse sepolture sono stati inoltre identificati resti di animali combusti come ovicaprini, suini, galli e molluschi, interpretabili come offerte o elementi rituali integrati nella deposizione.
«Non si tratta di un semplice processo di arsione della salma – continua Gigante – ma di una sequenza rituale strutturata in cui selezione, manipolazione e accompagnamento simbolico del corpo definiscono la forma finale della deposizione».

Dal macroscopico al microscopico:
lo studio dei frammenti ossei cremati

Determinante è stata l’integrazione dell’analisi macroscopica dei frammenti con lo studio istologico (cioè delle microstrutture del tessuto osseo) dei frammenti cremati, eseguita nel laboratorio BIOANTH della Sapienza Università di Roma diretto da Alessia Nava, docente, Principal Investigator del progetto ERC StG – MOTHERS e coautrice dello studio, che ha consentito di distinguere in modo affidabile tra resti umani e animali e affinare la stima dell’età alla morte degli individui, anche in casi non risolvibili con la sola osservazione macroscopica.

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«L’approccio integrato permette di restituire leggibilità biologica a resti altamente frammentati – sottolinea Alessia Galbusera, prima autrice dello studio e ricercatrice al BIOANTH –. Questo significa poter ricostruire la composizione della popolazione anche in contesti crematori, tradizionalmente considerati meno informativi». L’aspetto più innovativo riguarda l’analisi del rimodellamento osseo: le indagini istologiche e istomorfometriche hanno dimostrato che, nonostante la combustione, la microstruttura dell’osso può conservarsi in modo leggibile, permettendo di osservare il sistema di Havers (l’unità strutturale dell’osso compatto – l’osteone) e di applicare parametri quantitativi come la Osteon Population Density (OPD, misura istologica che indica il numero di osteoni presenti per unità di area). I dati mostrano andamenti coerenti con i processi di crescita e maturazione scheletrica e, in alcuni casi, consentono di stimare l’età alla morte anche in assenza di indicatori macroscopici. Anche dopo il passaggio attraverso il fuoco, l’osso conserva tracce della propria storia biologica: questo permette ai ricercatori di studiare il rimodellamento osseo e la fisiologia scheletrica nelle popolazioni archeologiche, comprendendo come la biologia umana sia cambiata durante gli ultimi millenni della nostra storia.

Dalla Coppa di Nestore a La Cona: una linea di ricerca consolidata

La Coppa di Nestore, custodita al Museo di Pithekoussai, a Ischia

Lo studio su La Cona si inserisce in una linea di ricerca che l'équipe ha già contribuito a definire negli ultimi anni anche sul piano internazionale. Un contributo significativo in questa direzione era già stato offerto dallo studio di Gigante e colleghi (2021), incentrato sui resti cremati provenienti dalla celebre Tomba 168 di Pithekoussai, a Ischia, nota come Tomba della Coppa di Nestore per il rinvenimento al suo interno di una coppa di produzione greca recante quella che è considerata, ad oggi, la più antica iscrizione in alfabeto greco conosciuta. In quel caso, l’analisi istologica dell’osso cremato aveva mostrato in modo particolarmente efficace come l’approccio microscopico potesse contribuire a ridefinire l’interpretazione (bio)archeologica di un contesto di straordinario rilievo storico, rigettando definitivamente l'ipotesi che si trattasse della tomba di un fanciullo morto in tenera età.

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«Il lavoro sulla Tomba della Coppa di Nestore aveva già mostrato quanto lo studio istologico potesse incidere sull’interpretazione di contesti funerari di eccezionale rilevanza storico-archeologica – conclude Gigante –. Con La Cona dimostriamo che questo approccio è pienamente applicabile a campioni archeologici di diversa cronologia e stato di conservazione, producendo risultati molto promettenti per la bioarcheologia dei contesti a cremazione». 

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