Siamo davvero disposti a perdere i nostri dialetti?
L’ultima indagine Istat non lascerebbe dubbi: li utilizziamo sempre meno, anche in famiglia. In Italia una persona su due parla solo o prevalentemente italiano i tutti i contesti. E la percentuale è in crescita. Ma siamo davvero vicini al de profundis per le nostre piccole identità linguistiche?
Sono, da sempre, le varietà linguistiche privilegiate per veicolare emozioni: molta parte della nostra anima, sosteneva Benedetto Croce, è dialetto. Essenziali, in molti casi, per raccontare il piccolo mondo antico dal quale stiamo fatalmente prendendo le distanze, complice la globalizzazione. E allora c’è da chiedersi se i dialetti resisteranno. O meglio: quanto resisteranno. Lo ha fatto, come ogni anno, l’Istat. E le risposte, inequivocabili, arrivano dal report “L’uso della lingua italiana, dei dialetti e delle lingue straniere”, diffuso in queste ore. Spazio ai numeri, allora. In quasi quarant’anni in Italia l’uso esclusivo o prevalente del dialetto in famiglia si è ridotto di oltre due terzi, dal 32% nel 1988 al 9,6% nel 2024. Nel 2024 quasi una persona su due (48,4%) parla solo o prevalentemente italiano in tutti i contesti relazionali (in famiglia, con gli amici e con gli estranei) percentuale in netta crescita rispetto al 40,6% del 2015. Pochi dubbi, insomma: secondo l’Istat “negli ultimi anni il quadro linguistico del Paese si è evoluto verso una crescente diffusione della lingua italiana a scapito dell’uso dei dialetti”.

Ma non è detta l’ultima… parola
Eppure, una certa filmografia (si pensi alla serialità televisiva) e alcune chiare tendenze musicali, dal rap al neomelodico, sempre in voga, sembravano testimoniare una potenziale vitalità dei dialetti, sostenuta peraltro dai social media, TikTok in primis. Ma non è così, a quanto pare. E dunque dobbiamo prepararci al de profundis dei nostri preziosi codici vernacolari, in alcuni casi vere e proprie lingue? Non è detto. Perché restano importanti alcune profonde differenze regionali (nel Sud, i dialetti resistono di più, come dimostra la tabella in basso) e perché, soprattutto, circa quattro persone su 10 (42%) utilizzano il dialetto in almeno un ambito relazionale, in forma esclusiva o alternata all’italiano. Tecnicamente è quello che si definisce “code mixing”: il ricorso in misura funzionale a una parola o a un’espressione dialettale che possa esprimere più efficacemente un concetto, o sottolineare un passaggio del discorso.

E c’è motivo di credere che questo tipo di utilizzo, sottolineano i sociolinguisti, sia destinato a resistere, salvaguardando l’utilità di un codice alternativo all’italiano e che continua a essere percepito, specialmente al Mezzogiorno, come un bagaglio utile al quale attingere, all’occorrenza. Giusto così, in fondo: non v'è dubbio che i dialetti siano la memoria viva di un Paese, soprattutto nell'Italia dei campanili e dei borghi, bellezza diffusa in giro per lo Stivale. Spesso custodiscono storie, gesti, visioni del mondo che la lingua nazionale, per sua natura, tende a uniformare: riecheggia, in loro, l'artigianale operosità, l’ironia, il dolore e l’ingegno delle comunità che li hanno forgiati nei secoli, e che a loro volta ne sono rimaste forgiate. La lingua è un modo di stare al mondo. Così, come abbiamo più volte sottolineato anche attraverso GrandTour, difendere i dialetti non significa opporsi all’italiano, ma arricchirlo: perché una lingua è davvero forte quando sa riconoscere e valorizzare le proprie radici plurali.

Altri numeri: il dialetto resta più frequente nelle relazioni più strette – 38% in famiglia e 35,5% tra amici – mentre solo il 13% lo utilizza nei rapporti con gli estranei. Quello che sta diminuendo in modo consistente è, dunque, soprattutto l’uso esclusivo del dialetto: una tendenzia preventivabile, perché accompagna l’uscita di scena di una generazione meno alfabetizzata. Oggi, rileva l’Istat, poco più di una persona su 10 (esattamente l’11,2%) utilizza solo o prevalentemente il dialetto in almeno un ambito relazionale: il 9,6% in famiglia, l’8% con gli amici e il 2,6% con gli estranei. Molto contenuta la quota di chi parla solo o prevalentemente dialetto in tutti gli ambiti relazionali (2,3%). E anche sul luogo di lavoro si utilizza sempre più l’italiano (dal 77,5% del 2015 all’81,1% del 2024) e sempre meno il dialetto, sia in modo esclusivo (dal 3,4% all’1,9%) sia combinato con l’italiano (dal 15,8% al 12,8%).

Aumenta la conoscenza delle lingue straniere
Il report fotografa anche la diffusione delle lingue straniere: in Italia 7 persone su 10 (69,5%) dichiarano di conoscerne almeno una (9,4 punti percentuali in più rispetto al 2015). L’inglese si conferma la lingua straniera più diffusa (58,6%), seguita dal francese (33,7%) e dallo spagnolo (16,9%). Ma anche in questo caso non mancano le cattive notizie: i livelli di conoscenza delle lingue straniere restano comunque bassi: oltre la metà della popolazione (56,2%) dichiara un livello al massimo sufficiente della lingua straniera che conosce meglio.
