Perché non riusciamo a fermare la pratica delle mutilazioni genitali femminili?
Nella Giornata mondiale per l'eliminazione di pratiche così dolorose e anacronistiche, che causano la morte di una bambina ogni 12 minuti, anche l'Italia si scopre non immune al problema: qui vivono 88.500 donne che hanno subito mutilazioni genitali
Il 6 febbraio, come ogni anno, il mondo si ferma per dare un nome a una violenza che troppo spesso resta invisibile. È la Giornata mondiale per l’eliminazione delle mutilazioni genitali femminili, una ricorrenza che non chiede celebrazioni, ma consapevolezza. E non v'è dubbio, come pure con GrandTour vi abbiamo raccontano sul numero 8, che le mutilazioni genitali femminili non appartengano a un passato remoto né a geografie lontane: sono una ferita ancora aperta, che attraversa continenti e comunità, e da cui la stessa Italia non è immune. L'infibulazione è una pratica che riguarda ancora oggi oltre 230 milioni di bambine e donne nel mondo. Amref, la più grande organizzazione che offre supporto alle popolazioni africane, calcola che ogni 12 minuti una bambina muore a causa delle mutilazioni genitali femminili, pratica dolorosa e pericolosa. Nel nostro Paese, secondo uno studio dell’Università di Milano Bicocca, dell’Università di Bologna e di Ismu, vivono circa 88.500 donne che hanno subito una mutilazione genitale. Il 98% è nato all’estero, ma esistono anche casi – occhio: pochi, ma non inesistenti – di donne nate nel nostro Paese. A rischio, oggi, ci sono circa 16mila bambine sotto i 15 anni.
Il problema, prima ancora che culturale, è di conoscenza. O meglio: di ignoranza diffusa. Solo il 7% degli italiani dichiara di essere informato sul tema delle mutilazioni genitali femminili. Tra i più giovani della Gen Z la percentuale sale all’11%, ma resta comunque bassa. Il 38% non sa dire se in Italia vivano o meno donne e ragazze che hanno subito questa pratica. Un’incertezza che riguarda soprattutto la Generazione X, dove la quota sale al 42%.

Se si chiede di stimare quante siano le donne che hanno subito Mgf e che oggi vivono in Italia, emerge una distanza impressionante dalla realtà: solo il 2% indica una cifra corretta, tra le 80 e le 100 mila. Il 67% sottostima il fenomeno e, tra questi, il 41% pensa che non si superino le 5.000 persone. È il ritratto di un Paese che guarda altrove, restituito dal sondaggio Ipsos realizzato per Amref in occasione della Giornata mondiale per l’eliminazione delle mutilazioni genitali femminili, il 6 febbraio. Eppure, quando il tema viene messo a fuoco, la sensibilità c’è. L’87% degli italiani ritiene importante affrontare il problema, con un picco tra i baby boomers (91%). Le priorità indicate parlano chiaro: protezione delle minori e prevenzione in famiglia (32%), educazione e salute sessuale nelle scuole (27%), maggiore tutela per le donne che hanno già subito mutilazioni (23%), campagne di comunicazione multilingue e mirate (23%).
La fine delle mutilazioni genitali femminili resta un obiettivo lontano, come conferma Laura Gentile, referente per la prevenzione e il contrasto alle Mgf di Amref Italia: «Siamo ancora molto distanti dall’abbandono di questa pratica – spiega. Per arrivare all’obiettivo del 2030, la spinta dovrebbe essere almeno dieci volte più forte. Le stime, però, ci dicono che la direzione intrapresa è quella giusta». Speriamo.

