Overtourism all'italiana: se il problema non è la folla, ma chi la gestisce
Da Venezia a Napoli, il nodo non è fermare i flussi ma imparare a governarli. VisitItaly ha chiamato a raccolta esperti internazionali per ridefinire il problema: l'Italia ha troppe competenze frammentate, poca professionalità e nessuna politica industriale. E allora: come uscirne?
«L'overtourism non è un problema. È una grande opportunità.» Detta così, suona quasi come una provocazione fuori tempo. Eppure è da qui che parte una delle riflessioni più lucide emerse alla Borsa Mediterranea del Turismo di Napoli, durante l'incontro Il Turismo del Futuro 2026 – Italia, il brainstorming impossibile, organizzato da Visit Italy. Perché se c'è una parola che negli ultimi anni ha colonizzato il racconto del turismo — spesso senza essere davvero interrogata — è proprio overtourism. La si usa per spiegare città congestionate, residenti esasperati, centri storici trasformati. Ma forse, suggeriscono le voci riunite a Napoli, il problema non è la parola. È quello che nasconde.

A guidare il confronto Ruben Santopietro, founder di Visit Italy, insieme a chi il turismo lo studia, lo gestisce e lo osserva da prospettive diverse: Nicola Bellini, economista dei territori e docente alla Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa; Carlotta Ferrari, presidente di Convention Bureau Italia e destination manager di Firenze; Julia Buckley, giornalista internazionale che racconta l'Italia per testate come CNN e National Geographic; e Stefano Monti, manager e partner di Monti&Taft, con un percorso internazionale tra impresa, ricerca e sviluppo strategico nei settori dell'economia e del turismo.
Prospettive diverse, ma una consapevolezza comune: l'Italia non è un Paese alle prese con un turismo ipertrofico. È un Paese - semmai - che non ha ancora imparato a governarlo.

«Smettiamo di usare questa parola»
Nicola Bellini arriva subito al punto, e lo fa con la precisione di chi ha affinato gli strumenti per smontare i luoghi comuni del settore. La sua proposta: un embargo sulla parola overtourism. Non per negarla, ma per costringerci a dire le cose con maggiore precisione. «Le parole a cui si danno troppi significati finiscono per non significarne più nessuno. Proviamo a uscire da questa bolla semantica e a nominare i problemi per quello che sono davvero.» È un invito al rigore che vale ben oltre il seminario universitario. Perché parlare genericamente di overtourism ha permesso per anni di sorvolare sulle differenze reali: tra una città che soffre di flussi ingestibili e una che ne avrebbe bisogno e non li attrae; tra un turismo che mortifica la vita urbana e uno che la alimenta; tra una destinazione satura e una semplicemente mal organizzata. L'Italia, secondo Bellini, rientra soprattutto nella seconda categoria. Il turismo continuerà a crescere — non si ferma mica — e la crescita futura sarà trainata da una tipologia di visitatori molto precisa: i cosiddetti first time visitor, persone curiose che vengono per la prima volta in Europa dai nuovi mercati emergenti — Asia, America Latina, Africa. Persone a cui non si può negare di vedere il David di Michelangelo o il Colosseo, e che nessuna politica di redistribuzione potrà dirottare su un borgo dell'entroterra al primo viaggio della loro vita. «I problemi sono lì per rimanere» dice Bellini. E aggiunge: «Dobbiamo fare un corso accelerato di autoapprendimento su come gestire i flussi».

Per i turisti, la solita Italia da Dolce Vita:
bella, iconica, senza regole
Julia Buckley conosce il problema dall’interno. Ha vissuto cinque anni a Venezia prima di spostarsi in Sicilia e poi in Campania, e ha osservato la stessa città trasformarsi ai suoi occhi sia come turista che come residente. La sua analisi? Disarmante nella sua semplicità: a Londra guardava i turisti con simpatia; a Venezia no. La differenza non era nei turisti. Era nell'infrastruttura. «A Londra sulla metro c'è un treno ogni minuto. Quindi c'è sempre qualcosa per i residenti. A Venezia un vaporetto ogni dieci minuti viene subito riempito dai turisti con le valigie».
Il risultato è una rabbia sorda che chiunque viva o abbia vissuto in una città d'arte conosce: non l'odio per lo straniero in sé, ma la frustrazione di non riuscire a vivere la propria città. Di sentirsi ospite in casa propria. Buckley porta anche un'osservazione che tocca qualcosa di più profondo: il modo in cui l'Italia viene percepita all'estero contribuisce direttamente al problema comportamentale dei turisti. Per molti stranieri, l'Italia è ancora il set felliniano della Dolce Vita — un posto dove le regole non valgono, dove ci si può tuffare nella Fontana di Trevi e dove tutto è permesso. «I turisti si comportano male in Italia perché è possibile farlo. Non oserebbero mai fare la stessa cosa in Germania.» Ha raccontato di un gruppo di americani sorpresi ad Atene a fare foto irrispettose dell'Acropoli: le guardie li hanno fermati, hanno fatto cancellare le immagini, hanno spiegato che quello era un luogo che meritava rispetto. «Non ho mai visto una cosa del genere in Italia».
Infrastrutture, policy, professionalizzazione: il deficit in tre parole
Stefano Monti porta al tavolo di discussione la prospettiva di chi ha diretto una multinazionale e conosce la differenza tra un problema di domanda e un problema di organizzazione. «Noi non ci preoccupiamo di quanta domanda arriva — più domanda arriva, meglio è. Il tema è che dobbiamo organizzarla.» E sintetizza il deficit italiano in tre parole. La prima è infrastrutture. Destagionalizzare è bello da dire, ma senza mobilità, trasporti e connessioni concrete non si sposta nessuno da nessuna parte. «Ci chiedono tutti di destagionalizzare. Ma poi non c'è infrastruttura. Non c'è nulla.» Il problema non è culturale: è fisico. I turisti vanno dove è facile andare, e in Italia è facile andare solo dove si è sempre andati.
La seconda parola è policy. Le politiche culturali in Italia, dice Monti, sono ancora troppo centrate sull'attrattore simbolico — il monumento, l'icona, il simbolo che si vende. «Quando le navi da crociera arrivano a Civitavecchia, tutti pensano che i passeggeri vadano a Roma. Invece le compagnie vendono la Torre di Pisa, vendono il simbolo, l’icona. Quanto è ancora centrale il simbolo nella nostra visione?» È una critica alla pigrizia immaginativa di chi gestisce la promozione del territorio: continuiamo a vendere le stesse cose perché è più facile, non perché sia più efficace. La terza parola - che forse è la più scomoda - è professionalizzazione. «In Italia il livello di servizio è molto più basso degli altri Paesi. Tutti pensano di potersi occupare di turismo.» È un tema tabù, ma la sua rilevanza è concreta: l'esperienza turistica non è fatta solo di bellezza — è fatta di come si viene accolti, di come si viene trattati, di quanto la persona che ti serve sa quello che fa. Un ristorante mediocre servito con cura vale più di uno dove si mangia bene ma si è serviti male, con approssimazione condita da buona fede. La professionalizzazione non è un dettaglio - è il prodotto.

Case ai turisti, città ai visitatori: il residente che scompare
Carlotta Ferrari introduce la dimensione forse più esplosiva del problema: la crisi abitativa che si consuma silenziosamente nei centri storici delle città d'arte italiane. Non come fenomeno collaterale del turismo, ma come sua diretta conseguenza. La proliferazione degli affitti brevi ha trasformato interi quartieri. Li ha svuotati di residenti. Ha alzato i prezzi. Risultato? Totale stravolgimento del tessuto sociale. Ferrari presiede Convention Bureau Italia e gestisce la destinazione Firenze - una delle città italiane più esposte a questo fenomeno — e la sua analisi è chirurgica. Il problema non è che i proprietari di casa preferiscano affittare ai turisti: è razionale farlo, visto che gli affitti brevi rendono di più e comportano meno rischi legali degli affitti residenziali. Il vero problema è che queste due sfere - la regolamentazione degli affitti brevi e la tutela degli inquilini residenti - non parlano tra loro, non vengono pensate insieme, e nessuno ha il potere di intervenire su entrambe contemporaneamente. «A Firenze la sindaca si è dovuta appellare alle normative del centro Unesco. C'è stata una legge regionale, il governo ha fatto ricorso al Tar».
Un labirinto normativo che riflette una frammentazione di competenze strutturale: i sindaci non possono limitare gli affitti brevi, le Regioni non hanno potere legislativo pieno, lo Stato non interviene. «Bisogna dare agli amministratori locali gli strumenti concreti per governare il problema» dice Ferrari, «altrimenti lo subiremo sempre di più». La parola che torna con insistenza nel suo intervento è una che il dibattito pubblico ha fin qui quasi ignorato: capacity management. Gestione della capacità di carico delle città. Quante persone può ospitare un centro storico prima che l'esperienza si degradi — per i turisti e per i residenti? Nessuno lo misura, nessuno lo pianifica. Gli escursionisti giornalieri arrivano in pullman, invadono le stesse tre piazze tra le dieci e le tre del pomeriggio, ripartono senza aver visto quasi nulla, e tornano a casa con un'impressione di sovraffollamento e caos che poi raccontano. Un danno per tutti.
La vera domanda: chi governa?
Al fondo di tutto emerge una domanda che nessuno dei relatori schiva: chi è responsabile? Chi ha il potere - e la volontà - di cambiare le cose? Bellini lo dice in modo netto: «Non c'è una politica industriale. Tutte le variabili che si applicano a qualsiasi altro settore - prodotto, tecnologia, innovazione, risorse umane, esportazioni - qui sembrano non esistere. La politica del turismo è fatta solo di nuove idee di promozione, o di dibattiti sull'overtourism o sugli affitti brevi. Una sensazione di non prendere il turismo abbastanza sul serio». Il paragone con altri settori è pertinente e imbarazzante allo stesso tempo. Il turismo vale tra il 12 e il 15 per cento del Pil italiano. Nessun altro settore con quella quota viene trattato con altrettanta superficialità istituzionale. Si discute di colori e slogan delle campagne promozionali mentre si ignora la formazione professionale, l'innovazione di processo, la costruzione di una filiera coerente. Monti chiude con una provocazione rivolta al futuro: «Stiamo già vent'anni indietro. Servono innovazione, intelligenza artificiale, nuove piattaforme. Se non creiamo prodotti e processi con questi sistemi, non siamo competitivi sui mercati.» Non è un'utopia tecnologica - è la constatazione che il settore si evolve, e che stare fermi significa arretrare.

Più che overtourism, una questione di under-management
Cosa rimane, alla fine di una mattina passata a smontare luoghi comuni e a cercare soluzioni concrete? Rimane la sensazione che il problema dell'Italia turistica non sia la sua popolarità - che è una risorsa straordinaria - ma la distanza tra ciò che il Paese potrebbe essere e ciò che riesce a organizzare. Rimane la voce di Buckley che descrive la frustrazione di chi vuole raccontare un'Italia moderna e si ritrova il testo accompagnato dalle solite foto da cartolina — la nonna vestita di nero, il vicolo di pietra, il pescatore che rattoppa le reti — quelle che il pubblico straniero si aspetta e che nessuno ha il coraggio di mettere da parte. Rimane la lucidità di Bellini che ricorda come il turismo sia ancora oggi al centro del lavoro povero in Italia — un settore in cui è difficile costruire un percorso professionale, fare carriera, costruirsi una vita — e che finché non cambia questo, difficilmente cambierà il resto. Rimane la concretezza di Ferrari, che non si limita a denunciare il problema ma indica anche una via d'uscita: il turismo congressuale, il destination wedding, i segmenti ad alto valore e basso impatto, quelli che si pianificano con anni di anticipo, portano persone che scelgono l'Italia perché la vogliono vivere davvero, e distribuiscono ricchezza anche fuori dai centri storici già saturi. E rimane la sfida di Monti: se vogliamo diventare il Paese più visitato al mondo, dobbiamo smettere di comportarci come se il turismo si gestisca da solo. L'overtourism non è un'emergenza da contenere. È la prova che l'Italia è desiderata. La domanda - quella vera, quella che il brainstorming di Napoli ha avuto il merito di mettere sul tavolo — è se siamo capaci di trasformare questa richiesta straordinaria in qualcosa di altrettanto straordinario per chi ci abita e per chi ci viene. Per ora, la risposta è ancora sospesa.







